Il mondo intero sta affrontando una nuova sfida: prima la Cina, poi l’Europa e ora un numero sempre maggiore di Stati è chiamato a fare i conti con l’emergenza coronavirus. L’appello in queste settimane dure per tutti è il richiamo alla solidarietà, ma è inevitabile notare che questo virus sta riportando in superficie disuguaglianze tra e all’interno degli Stati e questioni irrisolte.

 Da più di un mese ormai le notizie di cronaca riportano l’andamento dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del coronavirus in Italia e nel mondo. Sembra di assistere, quotidianamente, ad un aggiornamento dal fronte in un contesto di guerra e le sensazioni che ci pervadono sono il timore e lo sconforto. Alla paura per la propria salute si aggiunge quella per un futuro incerto, la preoccupazione per i danni che subiranno i sistemi economici dei Paesi colpiti e le conseguenze concrete nella vita delle persone.

In alcuni contesti l’emergenza del coronavirus è legata alla complessità delle condizioni di vita ordinarie, alla mancanza di un sistema sanitario efficiente, risorse economiche insufficienti o anche alla mancanza di disponibilità di acqua pulita che permetta di seguire le regole basilari per l’igiene quotidiana la cui importanza è ribadita a gran voce dall’OMS.

Se il nuovo coronavirus ha avuto un impatto fortissimo sulle vite di tutti, esigendo importanti restrizioni della libertà di movimento, qual è la situazione in zone in cui questa libertà non è garantita in situazioni normali o dove non esiste un sistema sanitario in grado di far fronte all’emergenza?

Vediamo, a tal proposito, come viene affrontata l’emergenza in alcune aree del Medio Oriente e in particolare nei Territori palestinesi.

Misure di contenimento in alcuni stati del Medio Oriente

Lo spazio circostante la Kaʿba a Mecca è vuoto a seguito della chiusura decisa dall’Arabia Saudita per contrastare la diffusione del coronavirus. Fonte: MME

I primi Paesi a prendere provvedimenti per evitare la diffusione del virus sono stati Israele e Giordaniacon la decisione di chiudere il traffico aereo da e per l’Italia. In seguito altri stati hanno seguito questa linea decidendo di chiudere il traffico aereo, come è accaduto in Arabia Saudita dove le autorità hanno vietato anche l’ingresso alle due moschee sacre di Mecca e Medina e sospeso la ʿumra, il pellegrinaggio minore compiuto ogni anno da centinaia di migliaia di musulmani provenienti da tutto il mondo. Scuole, università, moschee e chiese sono state chiuse in diversi Paesi e sono stati vietati gli assembramenti di persone. La preoccupazione è forte anche in questa regione, in cui l’Arabia Saudita ha richiesto un vertice virtuale del G20 per questa settimana al fine di discutere del futuro dell’economia mondiale in relazione alle misure di emergenza attuate e da attuare sui territori nazionali.

A destare particolare apprensione è la situazione in Israele dove sono stati superati gli 800 contagi e dove la diffusione del coronavirus giunge in un momento delicato per la vita politica del Paese. Un ulteriore motivo di preoccupazione è dato dalle condizioni di vita nei Territori palestinesi e dalle loro possibilità di far fronte all’emergenza.

La minaccia del coronavirus in Palestina

Se il virus dovesse diffondersi in Palestina la popolazione dei Territori occupati sarebbe gravemente a rischio a causa delle scarse condizioni igieniche e di un sistema sanitario già destabilizzato. Per non parlare delle terribili conseguenze che questa situazione può avere sulla sopravvivenza dei palestinesi, soprattutto nelle zone in cui i tassi di povertà sono estremamente alti.

Tuttavia, bisogna fare i conti con questa ipotesi e agire preventivamente. A questo punto, sembra lecito domandarsi quale sarà il comportamento di Israele nei confronti della salvaguardia della salute dei palestinesi nei territori occupati. Lo stato ebraico, per il momento, ha adottato misure di contenimento nei confronti delle persone provenienti dalla West Bank in seguito al rilevamento di un caso di contagio da coronavirus nei pressi di Betlemme. Le ultime disposizioni emanate dal Ministero della Salute israeliano limitano la possibilità ai lavoratori palestinesi di attraversare i checkpoint per recarsi in Israele. Per la maggior parte di queste persone, tale decisione comporta l’impossibilità di lavorare e dare alla propria famiglia un sostentamento per sopravvivere. L’alternativa all’isolamento sembra essere quella di attraversare il confine prima della chiusura e restare in Israele per almeno un mese o due (secondo la decisione di Naftlai Bennett, ministro della Difesa israeliano). Una volta attraversato il confine per poter continuare a lavorare accettando la condizione di isolamento lontano dalla famiglia, di chi sarà la responsabilità di garantire la salute dei lavoratori che hanno compiuto tale scelta?

volontari palestinesi spruzzano spray disinfettante nel campo profughi al-Shati, a Gaza. Fonte: MME

In quanto potenza occupante, Israele è tenuto a rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra[1] la quale prevede, all’art. 56, “[…] il dovere di assicurare […] la salute e l’igiene pubbliche nel territorio occupato, specie adottando e applicando le misure profilattiche e preventive necessarie per combattere il propagarsi di malattie contagiose e di epidemie”. Per il momento, tuttavia, sembra che questa non sia una priorità dello stato israeliano che ha adottato invece misure di controllo per tracciare i movimenti dei propri cittadini sospettati di essere portatori del virus.

Un’altra condizione molto preoccupante è quella della striscia di Gaza (dove sono stati rilevati i primi due casi di contagio), uno dei luoghi con la più alta densità di popolazione al mondo. In questa piccola striscia di terra vivono, infatti, più di un milione di persone di cui la maggior parte in condizioni di grave povertà.  Inoltre, l’area è già isolata dalle zone interne a causa dei confini e dei controlli israeliani. La quasi totale mancanza di acqua pulita e la precarietà del sistema sanitario già messo a dura prova dai numerosi conflitti aumentano lo stato di allerta e pericolosità di una diffusione del virus nella striscia di Gaza. Al riguardo, l’invito di Michael Lynk, Rappresentante speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi, è chiaro e inequivocabile: Israele, l’Autorità Nazionale Palestinese e Hamas hanno l’obbligo di garantire a tutta la popolazione le cure mediche e i sistemi di prevenzione necessari per far fronte a questa epidemia, senza alcuna discriminazione. Nel suo discorso, l’esperto ho posto l’enfasi anche sul rispetto dei diritti umani, affermando che le misure di emergenza intraprese (come la restrizione della libertà di movimento) devono interferire nella misura minore possibile con il rispetto dei diritti umani, devono inoltre essere giustificate da una forte necessità e restare in vigore solo nel periodo di emergenza.

Un’apertura sembra arrivare da una telefonata tra i capi di stato israeliano, Reuven Rivlin, e palestinese, Mahmoud Abbas avvenuta il 18 Marzo in merito all’emergenza coronavirus nella regione. In una dichiarazione seguita alla telefonata, il presidente Rivlin ha affermato che la loro cooperazione è essenziale per assicurare la salute degli israeliani e dei palestinesi.

In un periodo in cui in altre parti del mondo si discute dell’atteggiamento della popolazione che non è in grado di rispettare le misure imposte dai governi e le limitazioni alla propria libertà di movimento, nei Territori palestinesi questa non è solo una discussione da riproporre in un dibattito in tv, ma riguarda questioni fondamentali per la sopravvivenza del popolo palestinese, del rispetto dei loro diritti umani fondamentali. Ora più che mai, laddove la propaganda politica e gli interessi economici non sembrano fermarsi nemmeno davanti a una sconosciuta pandemia, l’imperativo categorico della popolazione mondiale deve essere la solidarietà: “Pensa agli altri” ammoniva il poeta palestinese Mahmoud Darwish.
Questa primavera non soffierà via i timori con le sue dolci brezze, ma deve far nascere in noi nuove speranze.

[1] Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, 1950

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