Il 28 febbraio 1991, giungeva al termine la prima Guerra del Golfo, un conflitto scatenato dal leader iracheno Saddam Hussein che invase il territorio dello Stato del Kuwait annettendolo all’Iraq il 2 agosto 1990. Un conflitto i cui effetti sono tuttora estremamente tangibili. Quali furono le cause del conflitto e quali le conseguenze?

Durante gli anni ottanta l’Iraq, con l’intenzione di espandere i suoi sbocchi sul mare, combatté una lunga e costosa guerra contro l’Iran, che al tempo era intenzionato a diffondere nel il medio oriente la rivoluzione islamica. Conclusasi tale guerra, che sfinì entrambe le forze in campo, Saddam Hussein dovette ricostruire una nazione seriamente provata dal conflitto. Allo stesso tempo, con la fine della guerra, Saddam si rese conto che la guerra con l’Iran non aveva portato alcuno dei risultati sperati, tranne quello di contrastare il diffondersi della rivoluzione islamica in Iraq, lasciando in lui una sensazione di incompiutezza e un desiderio di rivalsa.

Il 2 agosto 1990, Saddam invase interamente il territorio dello Stato del Kuwait, dichiarandone, qualche settimana dopo, l’annessione all’Iraq come diciannovesima provincia. Perché proprio il Kuwait? L’annessione all’Iraq di tale territorio, avrebbe infatti rappresentato per Saddam un’enorme conquista, rendendolo il leader della potenza egemone del medio oriente: il Kuwait era una nazione dalla determinante importanza economica e strategica. In primo luogo, tra le considerazioni principali che causarono l’invasione del Kuwait ci fu la percezione di Saddam che, essendo tutta la comunità internazionale impegnata a risolvere la complicata questione della riunificazione della Germania, Stati Uniti e Unione Sovietica non avrebbero risposto con la forza all’offensiva irachena. Tale convinzione trovava le sue radici nel fatto che, al tempo, Saddam godeva di buone relazioni diplomatiche sia con gli Stati Uniti che con l’Unione Sovietica, che avevano fornito all’Iraq supporto militare contro l’avanzata integralista dell’Iran. Inoltre, a queste considerazioni si affiancò anche l’aspirazione di espandere le risorse petrolifere dell’Iraq, poiché, secondo il parere di Saddam, il Kuwait era in realtà sempre stato parte dell’Iraq e che il confine che ne fece uno stato indipendente era semplicemente figlio della politica coloniale britannica.

Grazie a migliaia di pagine di documenti ritrovati dopo l’invasione americana dell’ Iraq nel marzo del 2003, ora è possibile affermare che uno dei motivi principali che spinsero Saddam a invadere il Kuwait fu proprio la volontà di rendere il suo paese più forte e potente in vista di una grande guerra contro Stati Uniti e Israele.

Le convinzioni di Saddam, tuttavia, non trovarono realizzazione. Chiudere gli occhi davanti a tale iniziativa dell’Iraq, in un momento così delicato per gli equilibri internazionali, avrebbe infatti significato creare un precedente, dando il via libera a una serie di altre invasioni guidate da aspirazioni imperialistiche regionali. Inoltre, la concentrazione di una vastissima quantità di risorse petrolifere nelle mani di un dittatore così aggressivo,  sarebbe stato eccessivamente rischioso  per l’intera comunità internazionale. Allo stesso tempo, lo scandalo Iran – Contra, fece realizzare a Saddam che le buone relazioni con gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto essere stabili e affidabili nel lungo termine.

Dopo l’invasione del Kuwait, le Nazioni Unite, in circa un mese produssero un considerevole numero di risoluzioni al fine di condannare l’iniziativa irachena e imposero severe sanzioni economiche per mettere Saddam sempre più alle strette.

Al fine di arginare le aspirazioni panarabe di Saddam ed evitare un’invasione dell’Arabia Saudita, il presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush, decise di inviare truppe americane sul suolo saudita. Questa scelta, diede purtroppo luogo all’emergere di un fortissimo astio nei confronti degli Stati Uniti da parte di un celebre saudita di nome Osama Bin Laden, leader del gruppo Al Qaeda, che accusò il governo saudita di aver tradito la fede musulmana, poiché i luoghi sacri di La Mecca e Medina, avrebbero dovuto essere difesi solo da musulmani.

George H. W. Bush incontra le truppe americane in Arabia Saudita il giorno del Ringraziamento, 1990.

 

Malgrado i tentativi di Bush di creare una vasta coalizione araba, nonostante tutti i paesi arabi temessero fortemente che Saddam potesse diventare eccessivamente potente, essi non avevano alcuna intenzione di combattere. Una delle difficoltà più grandi che impedivano a Bush di intervenire in Kuwait, fu la cosiddetta Sindrome del Vietnam: per iniziare una guerra il presidente aveva bisogno del totale appoggio dell’opinione pubblica, al fine di evitare le grandi proteste interne che caratterizzarono l’intervento americano in Indocina nel corso degli anni sessanta e settanta. Inoltre, la scelta americana di intervenire in Kuwait fu estremamente influenzata dalla dottrina Weinberger, elaborata da Caspar Weinberger, ex segretario della Difesa per la presidenza Reagan. La dottrina delineava infatti una vera e propria evoluzione del pensiero militare e aveva lo scopo di evitare a ogni costo il ripetersi di un’altra guerra simile a quella in Vietnam, che fu sanguinosa e fallimentare. Da quel momento in poi, gli Stati Uniti, prima di intervenire in territori stranieri, avrebbero dovuto: capire se tale intervento avrebbe rispettato i termini della cosiddetta “Just War; riconoscere l’esistenza di un reale interesse della nazione ad intervenire; individuare la presenza di chiare possibilità di vittoria; conquistare il supporto di Congresso e opinione pubblica. Inoltre, la dottrina invitava allo schieramento di tutte le forze militari disponibili dall’inizio, evitando ogni tipo di escalation come invece accadde in Vietnam. Infine, già dall’inizio dell’azione militare, la strategia di uscita dalla guerra o exit strategy, doveva essere ben chiara e delineata.

Il punto di svolta arrivò con la risoluzione 678 delle Nazioni Unite, che con un ultimatum stabiliva che, entro il 15 gennaio 1991, Saddam avrebbe dovuto abbandonare il suolo kuwaitiano e adempiere a tutte le risoluzioni precedentemente emanate, conferendo ai membri del Consiglio di sicurezza la possibilità di usare tutti i mezzi necessari per dare applicazione a tale decisione, qualora Saddam non avesse obbedito.  Così, il 16 gennaio, l’intervento degli Stati Uniti, maggiore potenza della coalizione contro Saddam (composta anche da Regno Unito, Francia, Italia, Arabia Saudita, Egitto, Siria, Argentina, Canada e ovviamente Kuwait) fu sostanzialmente legittimato dalle Nazioni Unite. La guerra finì molto presto e per gli americani fu una guerra aerea, nella quale si rivelarono un’enorme potenza tecnologica, dimostrando che probabilmente erano l’unica superpotenza rimasta nello scenario globale.   

Fu alla fine della guerra, che al presidente Bush si palesò il più grande dilemma del suo mandato da Presidente: nonostante la maggior parte della forza militare irachena era stata distrutta, alcune truppe fondamentali erano infatti rimaste intatte. Cosa fare ora? Dovevano gli Stati Uniti continuare la guerra e distruggere definitivamente Saddam? Nonostante le forti pressioni dei Neoconservatori, Bush decise di no. D’altra parte l’obiettivo primario che causò l’intervento degli americani era stato raggiunto. Saddam, tuttavia, era ancora al potere. In virtù della dottrina Weinberger e per paura della Sindrome del Vietnam, Bush 41 decise di evitare un’altra lunga guerra e pose definitivamente fine alla prima Guerra del Golfo il 28 febbraio 1991. Il presidente americano, era infatti convinto che Saddam sarebbe stato sconfitto comunque in breve tempo. Tuttavia, quando il governo iracheno, subito dopo la guerra, fu colpito da una forte ribellione interna, il leader riuscì a fermare la ribellione grazie alle truppe rimaste: Saddam era più forte di quanto Bush avesse pensato. Grazie alla grandissima influenza sui suoi uomini, Saddam riuscì a rimanere al potere per molto altro tempo, fino a quando la palla, nel 2003, passò al figlio di Bush 41; il quarantatreesimo presidente George W. Bush.

 

Fonti

Nolfo, Ennio Di. Storia Delle Relazioni Internazionali: Dal 1918 Ai Giorni Nostri. Roma: GLF editori Laterza, 2013.

https://foreignpolicy.com/2011/01/20/the-gulf-war-in-retrospect/ 

 
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