L’America ha votato: Joe Biden diventerà il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Con il democratico alla Casa Bianca quali cambiamenti che verranno attuati in Medio Oriente?  

L’America ha votato: Joe Biden diventerà il 46esimo presidente degli Stati Uniti. La sua campagna elettorale seppur incentrata su temi cruciali di politica interna, come il controllo delle armi e la riforma del sistema sanitario nazionale, ha posto tuttavia particolare attenzione anche alla politica estera, a cui il neo presidente ha dedicato parte integrante della sua carriera. Anche se spesso criticato per le sue scelte, egli ha infatti avuto un ruolo di primo piano nella politica dell’amministrazione Obama in Afghanistan, Iraq e Ucraina, e ha fatto parte del Comitato per le relazioni estere del Senato per circa trent’anni. La politica estera di Biden è generalmente definita come quella di un liberale tradizionalista, un addio all'”America First” dell’ex presidente Donald Trump, che, secondo Biden, “ha reso l’America sola”. La nuova amministrazione si prefigge l’obiettivo di ricollocare gli Stati Uniti nella loro (vecchia) posizione di leader globale, politico ed economico, intrecciando una fitta rete di accordi commerciali e incrementando la cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Medio Oriente in realtà i programmi dei due candidati non divergono particolarmente e come afferma anche la dr. Essa Emma Sky, analista politica e docente del Jackson Institute per gli Affari Internazionali dell’università di Yale, la politica estera di Biden nella regione sarà diversa nello stile, ma non nella sostanza rispetto a quella messa in atto dall’ex presidente Trump. Con il democratico alla Casa Bianca quale saranno i cambiamenti che verranno attuati in Medio Oriente?

Tra i punti cardine dell’agenda vi è il porre fine alle “guerre infinite” in Iraq e Afghanistan, nonostante nel 2003 il neo-presidente fosse un sostenitore dell’invasione dell’Iraq, ora descrive questa scelta come un grande errore e sostiene il rimpatrio delle truppe dalle aree di conflitto. In Afganistan, in realtà, si vorrebbe mantenere ancora una presenza militare che si concentrerebbe solo su operazioni di antiterrorismo e di peace-keeping, infatti, nel territorio il rischio che i talebani riprendano il potere e che ricominci la guerra è ancora alto.

Spostandoci invece sul rapporto tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita la situazione diventa più complessa da analizzare. Secondo il noto programma televisivo saudita Al-Arabiya: “un cambio di presidenza non avrà un impatto significativo sulle relazioni diplomatiche di lunga data tra i due stati che si basano su interessi reciproci”. Diverso è quello che sostengono altre riviste politiche che, invece, prevedono un cambio di direzione da parte del neo presidente. A seguito del brutale omicidiodel giornalista Jamal Khashoggi, che poco apprezzava le politiche portate avanti dal principe ereditario saudita, Biden ha annunciato che avrebbe difeso i diritti di attivisti, dissidenti politici e giornalisti e per questo motivo rivisto le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Egli si è infatti unito, in forte contrapposizione con l’amministrazione Trump, all’appello degli altri candidati democratici per interrompere il sostegno americano alla campagna Saudita nello Yemen, in cui si sono registrati più di 100.000 morti.

Riaprire i negoziati con Tehran è uno dei punti principali dell’agenda nella regione, Biden durante il suo mandato da vicepresidente (sotto l’amministrazione Obama) aveva lavorato affinché l’Iranfirmasse il JCPOA, comunemente noto come accordo sul nucleare, sforzi resi vani dall’amministrazione successiva. Trump infatti non solo nel 2018 è uscito dall’accordo ma ha anche attuato una campagna antagonistica contro la repubblica islamica. Questa politica portata avanti non solo è stata pericolosa ma anche fallimentare, il presidente neo eletto intende, invece, rientrare nel JCPOA e instaurare dei nuovi rapporti pacifici con l’Iran, a patto, ovviamente, che quest’ultimo rispetti i termini dell’accordo.

Riguardo la questione Israelo-Palestinese la posizione di Biden è molto chiara, egli infatti sostiene che lo stato d’Israele sia un importante alleato per gli Stati Uniti d’America. La posizione presa dal neo presidente non si discosta molto dalle politiche attuate dall’ex amministrazione, ricordiamoci che Trump nel 2020 è riuscito a far firmare ad Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Israele un accordo per la normalizzazione dei rapporti. Lo stesso Biden ha definito questo accordo come una “svolta storica” e ha promesso di persuadere più paesi della regione a firmare patti simili con lo stato sionista. Ciò che distinguerà la nuova amministrazione dalla vecchia è l’impegno da parte di Biden di assistere sia sul piano economico che umanitario il popolo palestinese, sostenendo che Israele debba interrompere le attività di insediamento nei territori palestinesi occupati.

Analizzando invece il rapporto tra Stati Uniti ed Egitto, in un primo momento la vittoria di Biden era stata temuta dal governo egiziano, visto la tendenza del neopresidente a difendere questioni in materia di diritti umani e a rifiutare pratiche autoritarie. Nonostante ciò, il presidente al-Sisi è stato tra i primi leader del mondo arabo a congratularsi con il neopresidente USA al momento della vittoria. Biden desidera che il governo egiziano possa mettere fine alla repressione e detenzione arbitraria di giornalisti e attivisti, utilizzando gli aiuti militari e il sostegno finanziario degli Stati Uniti come leva affinché vengano rispetti i diritti umani e le altre libertà personali. Attuando così un progetto di democratizzazione del paese arabo. In conclusione possiamo affermare che la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali del 2020 porterà un cambiamento significativo nell’approccio degli Stati Uniti in Medio Oriente in termini di tono ma è improbabile che gli interessi statunitensi nella regione cambino. Finché non vedremo il nuovo presidente in azione non possiamo sapere se le politiche che attuerà saranno di successo o meno, o se riuscirà a mantenere le promesse fatte, quindi, lasciamo “ai posteri l’ardua sentenza”.

 

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