Alla morte di George H. W. Bush, Jimmy Carter è diventato ufficialmente l’ex presidente americano più longevo ancora in vita. La presidenza Carter, durata dal 1977 al 1981, tuttavia, non è delle più celebri, nonostante gli anni della sua presidenza siano stati caratterizzati da un notevole numero di eventi internazionali che segnarono la storia. Chi è quindi l’ex presidente più anziano d’America e cosa ha fatto per il suo paese?

Il vantaggio principale che Jimmy Carter ebbe durante la sua campagna presidenziale fu il fatto di essere pressoché sconosciuto al di là della Georgia, stato di cui fu governatore. Proveniente dal cosiddetto Sunbelt, il candidato democratico era un ingegnere, ex ufficiale di Marina e imprenditore nel mercato degli arachidi.

Carter era un uomo molto religioso: durante la sua campagna elettorale, pose un forte accento sui valori e sulla fede. Di fronte al pubblico americano, Carter si dedicò alla trasparenza, al rispetto per le istituzioni e all’onestà. Promise infatti agli americani che durante il suo governo, non sarebbero stati più ammessi scandali o segreti politici del calibro del Watergate o dei Pentagon Papers. [1]

Quando Jimmy Carter fu eletto Presidente degli Stati Uniti, mise subito in chiaro che tipo di Presidente intendeva essere per il suo popolo. Il giorno della sua inaugurazione, il 20 gennaio 1977, anziché raggiungere la Casa Bianca percorrendo Pennsylvania Avenue in limousine, egli decise farlo camminando mano nella mano con la moglie Rosalynn e la figlia Amy, salutando la folla come avrebbe fatto qualsiasi altro cittadino.  Questo momento fu percepito dagli americani come straordinario. A differenza della “guardia imperiale” che aveva circondato la presidenza del suo predecessore Richard Nixon, Carter intendeva essere il presidente del popolo. Attraverso questa decisione emblematica, mostrò agli americani che la sua presidenza rappresentava una rottura totale con chi venne prima di lui. La passeggiata, in tutta la sua semplicità, e la scelta di chiamarsi Jimmy piuttosto che James, diede agli americani la sensazione di avere un presidente umile,  un americano qualunque.[2]

 

Il cambiamento che Carter intendeva raggiungere non riguardava solo agli affari interni, ma aveva le sue conseguenze anche in politica estera. La guerra del Vietnam ruppe il consenso che supportava la guerra fredda. In qualche modo, gli americani non sembravano più così devoti alla lotta per la supremazia contro i comunisti. Infatti, anche durante la sua campagna elettorale, Carter dichiarò che, se eletto, avrebbe minimizzato la lotta Est-Ovest, perseguendo invece la distensione con l’unione sovietica. 

Nonostante Carter fosse sulla stessa lunghezza d’onda di Nixon riguardo alla distensione, egli intendeva tuttavia prendere le distanze dai modi in cui la presidenza di Nixon attuò le strategie della realpolitik. Carter era consapevole del fatto che l’Unione Sovietica rappresentasse una grande minaccia per gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo credeva che essi potessero stabilire un rapporto di maggiore cooperazione riducendo al minimo le loro differenze e concentrandosi invece sui loro interessi comuni, vale a dire il contenimento della corsa agli armamenti e della competizione nucleare. 

Un’altra differenza principale con la presidenza di Nixon, riguardava la sua politica estera e la lotta Est-Ovest per la supremazia. Mentre Nixon vedeva il mondo attraverso lo scontro americano-sovietico, Carter era più desideroso di intensificare le relazioni tra Nord America, Europa occidentale e Giappone. Tuttavia, l’evoluzione di tali relazioni politiche non era da interpretare come un semplice strumento da usare ai danni dell’Unione Sovietica, ma come un modo per migliorare il ruolo internazionale dell’America.

La Presidenza Carter è generalmente ricordata dalla memoria collettiva come un fallimento.
Le ragioni per cui l’opinione pubblica rimase tanto delusa dalla Presidenza Carter, sono da ricercare nell’entità sia dei suoi successi che dei suoi fallimenti.

La crisi iraniana è considerata senza ombra di dubbio il più grande fallimento della politica estera di Carter e la ragione principale della sua mancata rielezione.  In termini geopolitici, la rivoluzione iraniana ha sicuramente rappresentato un momento cruciale nel periodo della guerra fredda, secondo solo alla caduta dell’Unione Sovietica. Nel 1979, una grande insurrezione popolare guidata dal predicatore islamico Ruhollah Khomeini provocò la caduta dello scià , uno degli alleati chiave degli Stati Uniti. Durante il periodo di rivolta, il 4 novembre 1979, i dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran furono presi in ostaggio e tenuti prigionieri nell’ambasciata per più di un anno, esattamente 444 giorni. Questa profonda umiliazione fu essenzialmente la crisi che costò a Jimmy Carter il suo secondo mandato.

Tuttavia, ad intaccare la memoria collettiva riguardo l’operato della presidenza Carter, fu anche un programma eccessivamente ambizioso. L’amministrazione propose obiettivi come un mondo più dignitoso, la fine del nucleare e il rispetto dei diritti umani che lasciarono un senso di delusione una volta che, essendo oltremodo ottimistici, non furono raggiunti. Infine, la decisione di Carter di rimanere alla Casa Bianca per negoziare il rilascio degli ostaggi di Teheran, invece di viaggiare per il paese per la campagna elettorale, fece del presidente un uomo prigioniero del proprio ruolo, segnando definitivamente l’epilogo della sua esperienza presidenziale.

Eppure, nonostante i suoi fallimenti, è importante ricordare che Jimmy Carter riuscì a portare a termine un mandato presidenziale, comunque caratterizzato dal raggiungimento di obiettivi concreti mai replicati dai presidenti successivi. Per esempio, nonostante il presidente Clinton tentò, nessun altro presidente americano riuscì mai realizzare qualcosa di simile agli accordi di Camp David del 1978, che portarono l’Egitto – ai tempi la nazione araba più potente del mondo – e Israele ad un trattato di pace, segnando per sempre la storia della questione mediorientale e raggiungendo un obiettivo politico dalla portata internazionale che sfiorava l’impossibile. 
Oltre a ciò, la restituzione del Canale di Panama e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la Cina lasciò in eredità al presidente Ronald Reagan un rapporto piuttosto stabile sia con l’America Latina che con la Cina.

Inoltre, è certamente vero che una delle caratteristiche principali della presidenza Carter è stata l’onestà. Carter non ha mai sfacciatamente mentito al suo popolo, al punto, talvolta, di essere stato addirittura troppo sincero. Rispetto alle amministrazioni Nixon e Reagan, ricordate per lo scandalo Watergate e l’affare Iran-Contra, l’amministrazione Carter appare come esempio di trasparenza e legalità.  Da non sottovalutare è anche il ruolo di Carter riguardo la promozione dei diritti umani:  egli fu il primo presidente americano ad  tale tema nel dialogo politico internazionale, rafforzando l’immagine dell’America come un giusto leader di pace.

E’ quindi possibile affermare che un’umiliazione del calibro della crisi degli ostaggi a Teheran riuscì ad oscurare i grandi successi ottenuti in soli quattro anni. Cosa sarebbe successo se la crisi Iraniana non fosse mai accaduta è di difficile interpretazione, tuttavia è oggettivamente inopportuno ricordare la presidenza Carter come un disastro ed un totale fallimento.


[1] Glad, Betty. An Outsider in the White House Jimmy Carter, His Advisors, and the Making of American Foreign Policy. Ithaca, NY, Cornell University Press, 2009. p. 6

[2] Carter, Jimmy, Keeping Faith: Memoirs of a President, Toronto, New York, London, Sidney, Bantam Books, 1982, pp. 18-19

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