Da martedì 4 ottobre violente proteste stanno infiammando l’Iraq: da Baghdad al sud del paese, in particolare Nassiriya, Amara, Hilla e la città santa di Najaf, i cittadini iracheni sono scesi in piazza. Le motivazioni principali sono riconducibili alla fine della guerra contro l’Isis e la mancanza, da allora, di concreti miglioramenti riguardanti i servizi pubblici, il mercato del lavoro e la corruzione che infesta nella classe dirigente. La radicalità delle richieste sta aumentando fino a mettere in discussione la stessa permanenza al potere del presidente Mahdi. Circa l’8% della popolazione è disoccupata, quella giovanile lo è per circa il 17%, entrambi dati in crescita dal 2018. Il bilancio delle proteste ha raggiunto più di un centinaio di morti negli scontri con la polizia in tutto il paese e circa 6000 feriti. La polizia è stata accusata di aver represso troppo duramente le proteste. Le autorità governative hanno però incolpato alcuni non precisati cecchini, accusati di essere i responsabili del picco di morti. Se alcuni parlamentari iracheni hanno detto che potrebbe esserci l’Iran dietro queste “forze sconosciute”, la posizione ufficiale di Teheran è che le proteste sono eterodirette dagli Stati Uniti e da Israele per destabilizzare un governo amico dell’Iran.

La reazione del presidente Adil Abdul Mahdi è stata all’insegna del bastone e della carota. Da un lato Mahdi ha aperto al dialogo con i protestanti contattando una trentina di presunti leader della protesta, la quale appare però totalmente spontanea e per questo difficilmente controllabile. Ha inoltre annunciato un rimpasto nel governo e l’aumento del salario minimo. Dall’altro ha emesso il coprifuoco a Baghdad e la repressione della polizia è stata così feroce da attirare le denunce di Amnesty International. In seguito le proteste hanno cominciato a chiamare a gran voce dimissioni di massa da parte dell’interno governo. Mahdi ha risposto con un leggero rimpasto, mossa che probabilmente non porterà a una riduzione delle proteste.

Se fin ora varie proteste sono state guidate dal fronte parlamentare di opposizone di Muqtada al Sadr, questa volta persino l’influente religioso sciita è stato colto di sorpresa. Al Sadr ha dichiarato che la sua coalizione, Sairun, boicotterà i lavori parlamentari fino a quando il governo non emetterà un vero programma di riforma. Inoltre si è espressa anche la figura più prestigiosa dell’Islam sciita, lo Ayatollah Ali Al Sistani, il quale ha invocato maggiore calma da entrambi le parti, ma ha sottolineato il profondo torto del governo nel non essere riuscito a mettere fine alla corruzione politica. In seguito il grande Ayatollah ha dichiarato che il governo iracheno è interamente colpevole delle morti. In un sermone tenuto nella città santa a Karbala ha spronato Baghdad a investigare sui colpevoli materiali delle uccisioni, “a prescindere dalla loro affiliazione”. Le dichiarazioni di Al Sadr e Ali Sistani sono estremamente influenti nel sud del paese, e generalmente potrebbero portare a una maggiore escalation di violenze. La maggioranza dei protestanti è però costituita da giovanissimi sempre più lontani dai consigli del clero sciita. Il velato sostegno da parte dei sadristi e da Ali Sistani sono riconducibili anche agli slogan anti-iraniani in piazza. Al Sadr si è storicamente battuto per un Iraq libero da qualsiasi pressione esterna, che fosse americana o iraniana, fino a rompere gli schemi con una visita in Arabia Saudita. Ali Sistani rappresenta il polo sciita di Najaf, implicitamente rivale di quello iraniano di Qom che vede nel vilayat-e faqih, un principio antitetico agli ideali più tendenti verso la separazione stato-religione di Al Sistani, il principio che sorregge il governo teocratico dell’Iran.

Intanto il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato chiuso il maggior valico di frontiera di Khosravi e ha chiesto ai pellegrini diretti a Karbala di rinviare l’annuale pellegrinaggio verso la seconda città santa dell’Islam sciita, Karbala, anch’essa teatro di scontri. Non è da sottovalutare il carattere anti-iraniano della protesta. I sospetti di una pressione persiana nel licenziamento dell’amato generale Abdul Wahab Al Saadi, che giocò un ruolo chiave nella guerra contro l’Isis, stressano l’insofferenza nei confronti di una presenza percepita come sempre più ingombrante date le tensioni tra Stati Uniti e Iran e l’eventuale uso dell’Iraq come uno dei potenziali terreni di scontro.

Fonti:

https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2019/10/iraq-protests-pmu-iran-us.html

https://www.aljazeera.com/news/2019/10/iraq-al-sistani-blames-government-deaths-protests-191011095250862.html

http://www.hurriyetdailynews.com/iraqi-pm-announces-cabinet-reshuffle-after-week-of-bloody-protests-147346

https://www.france24.com/en/20191006-snipers-iraq-protests-poverty-unemployment-death-toll

https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2019/10/iraq-protests-violence-dignity.html

https://www.aljazeera.com/news/2019/10/iraq-protests-latest-updates-191004085506824.html

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