Negli ultimi anni l’Africa ha assunto una posizione sempre più centrale sullo scacchiere globale. L’enfasi con cui vengono presentate le potenzialità del continente, gli enormi progetti di investimento e l’interesse diplomatico di molti attori geopolitici, spingono molti analisti a tratteggiare le linee di un prossimo sviluppo del continente. Nell’analisi geopolitica però, valutando sincronicamente almeno due piani d’azione, quello pubblico e quello propriamente politico, siamo in grado di scorgere fra i formalismi delle cerimonie istituzionali e degli accordi multilaterali per lo sviluppo, una nuova corsa all’accaparramento delle sue risorse.

Oggi il continente, nonostante venga spesso portato alla ribalta per alcune criticità che lo interessano, fa registrare dati incoraggianti circa il suo sviluppo. In Africa, sembra che qualcosa stia cambiando, ma dietro un incoraggiante progressione di alcuni indici economici, si intravedono ancora le sue fragilità, legate inscindibilmente al suo sistema economico e per certi versi al gioco delle influenze degli altri Paesi.

Negli ultimi anni, lo stesso ha fatto registrare una crescita piuttosto sostenuta, classificandosi secondo solo agli stati orientali per rapidità nello sviluppo. Una buona parte dei suoi Paesi, può infatti vantare un aumento considerevole del PIL, che insieme ad altri dati come quelli sugli investimenti, sulla produzione interna, sull’istruzione e sulla governance, fanno ben sperare per il futuro della regione.

Anche in virtù di tali circostanze, il territorio africano è oggi interessato da enormi flussi di denaro, con il quale le grandi potenze (in questa fase soprattutto Cina e Arabia Saudita), finanziano grandi progetti e infrastrutture, nonché la creazione di nuove opportunità di mercato, offrendo al continente l’opportunità di accelerare il suo sviluppo. Questi approcci sono spesso stati criticati dagli Stati occidentali, che vi hanno visto una nuova via allo sfruttamento degli innumerevoli beni di cui il Paese è ricco.

L’Africa infatti è sempre stato un serbatoio enorme di risorse, che l’ha portata ciclicamente al centro degli interessi delle grandi potenze. Ha fornito schiavi da destinare alle piantagioni americane per la produzione di materie prime indirizzate all’Europa nei prodromi della rivoluzione industriale. Ha offerto ai colonizzatori materie prime alimentari, metalli, minerali e numerosi altri prodotti che hanno arricchito le economie avanzate e oggi, per gli stessi motivi, è al centro delle politiche delle grandi potenze, che nelle sue risorse cercano soprattutto soluzioni a problemi interni.

In questo quadro variegato e non esaustivo, l’Europa, nonostante il passato coloniale, sembra distinguersi dalle altre potenze per il mantenimento di un rapporto paritario con il suo vicino, ovvero una vera e propria partnership basata su relazioni egalitarie. Dagli inizi del nuovo millennio infatti, sono stati numerosi i summit fra Africa e Unione Europea, dove sono stati avviati intensi rapporti politici su molte questioni di interesse comune, come i cambiamenti climatici, le migrazioni e lo sviluppo sostenibile. Importante è stato anche il sostegno finanziario offerto dall’Unione ai Paesi del continente. Ne è un esempio lo Strumento Europeo di Vicinato e Partenariato (ENPI), uno strumento finanziario con il quale vengono sostenuti dei progetti finalizzati alla promozione dei valori europei quali la democrazia, i diritti umani, l’economia di mercato ecc; oppure il Fondo Europeo di Sviluppo (FES) che promuove azioni nei così detti Paesi ACP ovvero quelli dell’Africa subsahariana, dei Caraibi e del Pacifico; o ancora il Development Cooperation Instrument (DCI) che sostiene azioni nei Paesi in via di sviluppo, fra i quali il Sudafrica.

Sostanzialmente dunque, l’approccio europeo, a differenza di quello delle altre potenze, appare in prima analisi orientato allo sviluppo effettivo del continente e alla ricerca di soluzioni per le criticità che lo attraversano, al fine di garantirne una stabilità (politica ed economica) capace di restituire innumerevoli benefici a entrambe le parti.

A riprova di ciò, nel mese di marzo la Commissione Europea per voce del suo Presidente Ursula von der Leyen, ha presentato la Strategia per l’Africa, un piano attraverso il quale il vecchio continente intende rafforzare la sua partnership col vicino naturale, circoscrivendo contemporaneamente l’area di operatività di Cina, Russia e Arabia Saudita,

Il documento è il risultato del rilancio dei rapporti diplomatici fra le due sponde del Mediterraneo, che ha fatto registrare in questo periodo un aumento delle visite diplomatiche, soprattutto in coincidenza con la scadenza dell’Accordo di Cotonou, che gestisce i rapporti di cooperazione fra l’Unione Europea e i Paesi ACP sopraccitati.

Il documento della Commissione Europea citato in precedenza, si apre con una breve descrizione delle potenzialità del continente africano e della crescita che lo stesso ha fatto registrare negli ultimi anni. Emergono in prima battuta gli interessi reciproci e le sfide che “devono” essere affrontate insieme. La strategia si basa su cinque partnership tematiche a cui corrispondono dieci misure operative che riguardano le priorità comuni delle due regioni, ovvero:  

  • un partenariato per la transizione verde e l’accesso all’energia
  • un partenariato per la trasformazione digitale
  • un partenariato per la crescita e l’occupazione sostenibili
  • un partenariato per la pace e la governance
  • un partenariato per la migrazione e la mobilità

Già in prima analisi è possibile evidenziare un cambiamento netto di paradigma da parte dell’Unione Europea nei suoi rapporti con l’Africa. A differenza dei negoziati e delle partnership precedenti infatti, il dialogo segue una traiettoria orizzontale. Si delinea cioè un chiaro passaggio dalla più conosciuta “cooperazione per lo sviluppo” e cioè quella forma di collaborazione che dovrebbe sostenere la crescita di un Paese tramite il sostegno di un altro (che agisce quindi da una posizione di preminenza) a una vera e propria “partnership”, ovvero un dialogo paritario in cui alle parti viene riconosciuta pari dignità.

Questa particolare scelta stilistica ha un forte valore evocativo, riconducibile ad almeno due processi. Da una parte, quello più evidente di rafforzamento della sinergia fra i due partner, dall’altra quello più strategico della riduzione delle opportunità degli altri attori internazionali, tramite la messa in evidenza degli aspetti opportunistici della loro azione.

La particolare scelta strategica e le buone intenzioni presentate nel preambolo, appaiono tuttavia fortemente diluite nel corpo centrale del documento. La declinazione degli obiettivi di partnership in azioni concrete, segue infatti l’atteggiamento paternalistico tradizionale. Segue infatti una serie di problemi e opportunità del continente che quest’ultimo potrebbe risolvere e sfruttare solamente con l’appoggio di un partner strutturato come l’Unione Europea.

Ecco che allora, in netto contrasto con quanto auspicato in precedenza, si apre uno scenario completamente nuovo, seppur caratterizzato da vecchie logiche. Il resto del documento infatti, sembra alludere a quello “sviluppo che viene da fuori” che ciclicamente ha dato giustificazione alle azioni predatorie dei Paesi più sviluppati.

A tal riguardo è necessario fare almeno due considerazioni. La prima è che nella sua trattazione il documento considera il continente africano come un blocco monolitico, senza considerarne le profonde differenze fra i vari Stati o addirittura all’interno degli stessi. La seconda, profondamente legata alla precedente, è che propone misure talvolta inadeguate alle strutture istituzionali, economiche e sociali vigenti attualmente in alcuni Paesi.

E’ vero infatti che a far da contrappeso a tutti quei Paesi africani che dimostrano oggi un sensibile miglioramento della loro condizione, esiste un sistema molto eterogeneo di Stati in cui mancano i servizi essenziali di base, come l’accesso all’acqua, alle cure, all’istruzione ecc. Per queste aree, ancora maggioritarie nel continente, alcune delle misure presentate appaiono del tutto irricevibili e fuori da ogni logica. La stessa Etiopia ad esempio non è ancora sufficiente dal punto di vista alimentare e basa il finanziamento di buona parte dei suoi servizi di base sul ricavato delle raccolte fondi dell’ONU, sebbene la sua capitale si presenti al mondo con uno skyline pari a quello delle capitali europee più apprezzate.

Quello che pare emergere dal documento in esame dunque, risulta simile alla politica della così detta “mise en valeur” di epoca coloniale. Oggi come allora infatti, si persegue ancora un’idea di sviluppo portata dall’esterno, adattata alle nuove circostanze politiche e sociali.

Contrariamente a quanto proclamato negli incontri formali, si incoraggia ancora lo sviluppo attraverso la realizzazione di grandi progetti capaci di indurre l’innovazione nei processi produttivi e nelle tecnologie impiegate. Al posto di un processo di crescita dal basso, capace di considerare le enormi differenze fra i vari contesti territoriali e la grande importanza dei saperi locali, ai quali dovrebbe essere diretta l’azione di sostegno, si favorisce una sorta di “transizione rivoluzionaria” che proietta i vari Paesi da un punto A ad un punto C, senza passare per il punto B.

Questi programmi si fanno portatori di una logica tecnicista secondo la quale una misura valida astrattamente in una determinata situazione, può essere applicata in contesti apparentemente affini, senza effetti sensibili sui risultati. Tramite gli stessi, vengono strumentalmente presentate delle soluzioni capaci di rispondere a tutte le criticità del territorio in maniera pragmatica, promuovendo una trasformazione generalizzata, che in fin dei conti è capace solamente di rafforzare i sistemi di dipendenza preesistenti.

Nonostante le belle parole e le manifestazioni pubbliche di reciproco riconoscimento, appare dunque ancora debole la matrice solidaristica dell’impegno europeo in Africa. Da europei sarebbe giusto in questa fase riconoscere i principali punti di cooperazione verso cui orientare un rinnovato dialogo con i partner africani, ma è necessario che questo avvenga attraverso una sincera collaborazione, svincolata da logiche meramente opportunistiche. Una collaborazione capace di tessere una fitta trama di legami e interdipendenze fra di noi e i nostri vicini, che nei prossimi anni quando lo sviluppo avrà raggiunto anche le aree oggi più arretrate, offrendo opportunità ben più ragguardevoli di quelle attuali, si interrogheranno e riconosceranno quei rapporti che avranno effettivamente e contribuito al loro successo.

 

 

 

 

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