La scorsa settimana, successivamente agli attacchi contro gli impianti petroliferi sauditi della Saudi Aramco, il vicedirettore per la difesa del Medio Oriente degli Stati Uniti Mick Mulroy, ha partecipato alla riunione dei Paesi del Golfo, ad esclusione dell’Egitto, nell’ottica del rafforzamento della cooperazione intergovernativa, economica, securitaria, energetica e politica, nel tentativo di consolidare le basi per la nascita della cosiddetta “NATO araba”, presente nell’agenda della politica estera statunitense da almeno un paio d’anni. All’incontro si è registrata la presenza del Qatar, nonostante l’applicazione del boicottaggio delle altre monarchie del Golfo dell’estate 2017.

Tale evento si colloca nel quadro dei presunti strike iraniani agli impianti di greggio sauditi e dei colloqui che si sono tenuti nelle ultime settimane tra il Dipartimento di Stato e della Difesa statunitensi e le monarchie del Golfo.
Il Presidente Trump ha più volte cercato di portare dalla propria parte gli alleati europei per consolidare la “maximum pressure” contro la Repubblica Islamica che viene considerata come una vera e propria minaccia per gli alleati mediorientali, Israele, Arabia Saudita ed Emirati in primis. I Paesi europei non hanno voluto far fonte comune per seguire a ruota la strategia geopolitica statunitense e hanno, perciò, optato di lavorare tra loro per mettere al sicuro il traffico di greggio nella regione anziché aderire al sistema marittimo internazionale di sicurezza guidato da Washington. Chiaramente da ciò si evince come il Vecchio continente sia restio nel seguire per filo e per segno i disegni statunitensi per mettere sotto pressione economicamente e politicamente l’Iran.

Difficilmente si arriverà alla costituzione di una “NATO araba” che possa realmente indurre l’Iran a ridurre il proprio attivismo militare in Medio Oriente. Nel Consiglio di Cooperazione del Golfo non si intravedono le basi per la costituzione di un’organizzazione per la sicurezza collettiva come l’Alleanza atlantica. Alcuni Paesi, tra cui Qatar e Oman, sono ancora legati nella sfera politica ed economica a Teheran e non hanno mai manifestato il desiderio di allentare i contatti diplomatici. Inoltre, sarebbe quasi utopico riproporre l’articolo 5 del Trattato NATO sulla possibilità di usare la forza armata individuale o collettiva in caso di attacco contro uno Stato membro, nel rispetto dell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Negli Stati Uniti la proposta di istituire questa alleanza ha trovato l’opposizione di alcuni politici che la considerano come una forza d’invasione.
Fatte queste considerazioni si potrebbe affermare che più probabile resta il dispiegamento della batteria di missili difensivi, di 4 radar e di circa 200 truppe di supporto in Arabia Saudita. Questo sarebbe lo scenario che andrebbe ad aggiungersi al contenimento statunitense dell’Iran. In ultima analisi, Washington non deve mettere assolutamente in secondo piano l’importanza dell’Egitto che dispone dell’esercito più ampio della regione.

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