Dal 2011 ad oggi abbiamo assistito a diversi cambiamenti nello scacchiere siriano e nel caso di potenze come la Turchia che hanno sempre osteggiato il regime di Assad, si è verificato un riposizionamento geopolitico che ha portato Erdogan a legittimare di fatto l’esistenza del regime siriano tramite il formato di Astana e i vertici con il Presidente russo Putin. Russia e Stati Uniti non hanno mutato la loro strategia geopolitica nel conflitto, spartendosi, così, il territorio a seconda dei propri obiettivi.

La scorsa settimana l’incontro di Soči tra Putin ed Erdogan ha permesso di raggiungere un accordo che ha previsto la rimozione delle milizie curde dell’YPG e l’implementazione di pattugliamenti congiunti russo-turchi al confine con la Turchia. Ankara ha ottenuto l’allontanamento delle milizie considerate legate all’organizzazione terroristica del PKK da Tell Rifaat e Manbij, da cui si sono ritirate le truppe statunitensi in vista dell’offensiva turca supportata da una galassia di ribelli anti-Damasco.

Tuttavia, la vittoria del sultano è parziale in quanto, a seguito dell’accordo con lo zar, Erdogan ha accettato di fatto il controllo russo sul nord della Siria, funzionale alla sicurezza e alla stabilità dell’area. Allo stesso tempo, Mosca potrebbe approfittare della frenata turca per poter portare dalla propria parte le milizie curde ed usarle tatticamente per favorire la riconciliazione con Damasco.

L’uccisone del Califfo dell’Isis al-Baghdadi, che si nascondeva nel villaggio di Barisha, nella campagna a nord di Idlib, nonché a 5 km dalla frontiera turca, ad opera delle forze speciali statunitensi nella notte tra sabato 26 e domenica 27 ottobre è la prova di come gli Stati Uniti siano tornati a ribadire che la sicurezza del nord siriano non può prescindere da attori come loro.

Parallelamente a tale evento, Washington ha deciso di far rientrare in Siria dall’Iraq circa 200 truppe, supportate da carri armati ed elicotteri che verranno collocate probabilmente a protezione dei pozzi petroliferi nell’est. Il greggio siriano, infatti, serve a Washington per tenere sotto ricatto Assad, la Russia e l’Iran.

A questo proposito, Trump avrebbe riflettuto sulla possibilità, impossibilità a livello legale dal punto di vista del diritto internazionale, di sfruttare il petrolio dell’est siriano grazie alle attività estrattive di colossi come Exxon Mobil o Chevron. Difficilmente Damasco accetterebbe tale mossa e Teheran userebbe tale scenario come ulteriore accusa nel nome della retorica anti-imperialista. Intanto, Washington collocherà sicuramente ulteriori truppe a protezione del campo petrolifero di al-Omar, gestito dai Curdi, impedendo a Russi e Siriani di accedervi.

Analizzando le dinamiche della guerra siriana si può affermare che le priorità geopolitiche degli Stati Uniti non sono cambiate: controllo dei pozzi petroliferi orientali, contenimento della manovra iraniana al confine con l’Iraq e proiezione strategica verso Baghdad.

A ovest la Russia rimane l’arbitro della partita. Non sarebbe una novità se nelle prossime settimane si intensificasse l’azione militare congiunta russo-siriana per cercare di riprendere il controllo dell’ultimo bastione jihadista di Idlib.

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