La rielezione della Presidente Taiwanese Tsai Ing-Wen, già in carica dal 2016, segna la continuità del paese nel non sottomettersi a Pechino, oltre al fatto che i cittadini dell’isola sentano profondamente la minaccia dal continente.



Questa rielezione ha rappresentato un rimarcabile momento per i partiti progressisti e liberali in argine al populismo dilagante a livello globale. Il Partito Democratico Progressivo (DPP), supportante Tsai, viene considerato rispetto al suo sfidante, lo storico Partito Nazionalista del Kuomintang, paradossalmente molto più avverso nei confronti di Xi Jinping poiché, assieme al comune rifiuto di riunificare i paesi, antepone una serie di politiche a favore dei diritti civili e politici da sempre osteggiati dalla Cina. La rielezione quindi ha inviato un chiaro segnale a Pechino: “Noi non saremo assorbiti, né geograficamente né tanto meno politicamente, i nostri modelli di vita non hanno niente a che fare in comune”.

Durante il periodo di liberalizzazioni degli anni 90, si era fatta strada l’idea tra alcune voci dell’establishment taiwanese che Taipei potesse siglare con Pechino un accordo su modello de “Una Cina due sistemi” già esistente con Hong Kong. Ad oggi, quell’idea è stata definitivamente accantonata poiché, viste le recenti cronache nell’ex colonia britannica, la Cina ha perso la sua credibilità sull’argomento.

Il 90% della popolazione taiwanese è nato dopo la fine della guerra civile, e solo il 2% ricorda la vita ai tempi di Chiang Kai Shek. Un importante sondaggio ha rilevato come, ad oggi, il 56,9% della popolazione si ritenga solo Taiwanese ed un 36,5% cinese-taiwanese, una restante minima parte della popolazione, il 3,6% si considera poi esclusivamente cinese.

Questi dati sono importanti poiché simboleggiano il costante e progressivo allontanamento della nazionalità cinese dal popolo, che ormai si riconosce profondamente in altri ideali e in un’altra cultura. Non a caso le elezioni dell’11 gennaio 2020 hanno registrato la partecipazione più alta dalla nascita della Repubblica di Cina con un 74,90% di partecipazione sul totale degli aventi diritto.

Il popolo taiwanese percepisce il pericolo, partecipa in massa alla procedura democratica ed elegge il rappresentante più avverso a Xi Jinping, donandogli un solido 57% dei suffragi che sicuramente potrà essere ampliato negoziando alcuni temi con il Partito Nazionalista. Forte di questo mandato, Tsai Ing-Wen si è insediata il 20 maggio come Presidente della Repubblica di Cina. Taiwan prosegue la sua mini guerra fredda, conscia di essere fortunatamente sostenuta dai paesi dell’ASEAN e sopratutto, dagli Stati Uniti d’America, con o senza Trump.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: