L’Azerbaijan sta portando avanti una retorica anti – armena che coinvolge anche le organizzazioni internazionali. L’ultimo caso è quello dell’UNESCO, che da priorità alle questioni economiche a discapito della preservazione del patrimonio culturale e della memoria storica. Quando gli interessi economici rischiano di mistificare l’eredità culturale e la storia: il fallimento dell’UNESCO.

Djulfa è un sito sacro, simbolo della Cristianità Armena. Comprende 89 chiese medievali, 5840 croci di pietra e 22 000 pietre tombali, costituendosi come la città con la concentrazione più grande di croci medievali al mondo. Tra le numerose chiese, si conta la Cattedrale di San Tommaso di Agulis. Nonostante ciò, il leggendario sito storico è stato squalificato, quest’anno, dalla classifica dei patrimoni. La sola spiegazione: l’Azerbaijan ospiterà la sezione del Comitato UNESCO patrimonio mondiale nel 2019. Lo stato, in seguito al decennale antagonismo con l’Armenia per la questione del Nagorno, non riconosce la portata storica – e tantomeno l’esistenza – di tale patrimonio storico. Secondo il governo dell’Azerbaijan, non è vero che il luogo sarebbe stato distrutto, ma non sarebbe mai esistito: è tutto frutto di uno stratagemma delle lobby armene e, in aggiunta, non è nemmeno appartenuto mai all’Armenia. Per la verità, diverse fonti affermano che tra il 1997 e il 2006, nel contesto della conflittualità tra i due stati, Djulfa ha fatto parte della serie di centri medievali della Cristianità Armena nella regione di Nakhichevan che sono caduti sotto la rappresaglia distruttiva delle forze azere.

Djulfa è un territorio sventurato, teatro delle ostilità tra Armenia e Azerbaijan all’alba della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e scenario di scempi. La piccola città si trova nella regione di Nakhichevan, un’exclave del nuovo Azerbaijan indipendente. Chi dovrebbe tutelare l’integrità di tali eredità storiche a cielo aperto contro la distruzione del tempo o dell’uomo sono proprio organizzazioni internazionali come l’UNESCO. Avviene invece esattamente il contrario, ovvero che l’organizzazione atta alla preservazione del patrimonio culturale segua più interessi economici privati che il più alto scopo per il quale è stata istituita. Infatti, dopo aver ricevuto un contributo per $5 milioni nel 2013, non solo ha chiuso un occhio sulle azioni di ritorsione contro attivisti e media portate avanti dalle forze governative, ma ha anche organizzato un evento intitolato “Azerbaijan, terra di tolleranza”.

Dal 2010, quando Irina Bokova è diventata direttore generale dell’UNESCO, le relazioni con l’Azerbaijan hanno preso una positiva impennata. In particolare, è evidente una certa intesa tra il direttore e la first lady dell’Azerbaijan, Mehriban Aliyeva che, oltre ad essere moglie del Presidente Aliyev, è anche Vice Presidente ed è inoltre a capo della Heydar Aliyev Foundation e Ambasciatrice di Buona Volontà per l’UNESCO. Il direttore ha preso parte a numerosi eventi in Azerbaijan, come per esempio la cerimonia d’apertura del secondo Gabala Mugham Festival in cui la first lady è stata premiata con la Medaglia d’oro Wolfang Amadeus Mozart. La Bokova è stata poi accompagnata in visita alla città azera di Shaki che, proprio recentemente, guarda caso, è diventata patrimonio UNESCO. Più recentemente, nel 2013, la Bokova è tornata a Baku per partecipare al Secondo Forum Mondiale per il Dialogo Interculturale. Infine, nel 2015, ha partecipato al Terzo Forum, in cui ha presenziato la cerimonia dell’ “Albero della Pace”, ha visitato la Città Vecchia e il Museo dei Tappeti

Le relazioni tra il governo Azero e l’UNESCO non si limitano al piano diplomatico. Il sito internazionale di investigazione, OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project), in un’inchiesta del 2017 (che fu condotta, tra diversi, anche dalla giornalista Azera Khadija Ismaiylova, finita per diversi anni dietro le sbarre per le sue inchieste contro la famiglia presidenziale), riporta come il riciclaggio illecito di denaro è andato a coinvolgere anche i rami dell’organizzazione culturale per eccellenza. In generale, l’investigazione ha dimostrato come una serie di compagnie off – shore, assegnate a nomi inventati che riconducevano a nullatenenti della dimenticata campagna azera, pagavano tangenti i politici membri del PACE, ovvero il l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Uno dei risultati ottenuto da questa “diplomazia del caviale” (una tradizione dei diplomatici azeri è sempre stata quella di offrire il pregiato caviale agli alti funzionari in visita sin dai tempi dell’Unione Sovietica), fu quello di veicolare i vari gruppi verso la bocciatura del rapporto Strausse, denunciante la violazione dei diritti umani in Azerbaijan.

Irina Bokova, direttore UNESCO

Tornando al punto centrale della questione, ci troviamo ancora una volta davanti al direttore Bokova, questa volta, però, non implicata direttamente. A costituirsi da tramite è stato il marito Kalin Mitrev, il quale, nell’ottobre del 2013, fu pagato dalla offshore Polux $ 27 000. Non è un caso che l’evento “Azerbaijan, terra di tolleranza” fu organizzato proprio nello stesso mese al quartier generale UNESCO di Parigi, un simbolo della cultura ed arte europea. La richiesta di ospitare l’evento è stata avanzata dalla first lady Aliyeva che, ricordiamo, è anche Presidente dell’associazione culturale Heydar Aliyev Foundation. La promozione di un’immagine positiva dell’Azerbaijan avvenne così proprio in un momento in cui la soppressione contro giornalisti, avvocati e in generale la società civile stava entrando nel periodo più buio della storia del Paese. Da quell’anno in poi, incominciarono gli arresti massicci di numerosissimi dissidenti politici.

Kalin Mitrev ha ricevuto diversi altri pagamenti illeciti. Tra il 2012 e il 2014, Mitrev ha ricevuto $ 468 000 da alcune compagnie semi sconosciute con sede in Svizzera e in Bulgaria. Altri pagamenti ulteriori sono stati rifiutati dalla Deutsche Bank perché ritenuti sospetti. Nonostante l’evidenza palese, Mitrev ha comunque trovato delle argomentazioni in sua difesa. Egli ha affermato che tali pagamenti erano dei compensi per il suo lavoro di consulenza per la Avuar – Co, una compagnia operante per il Ministero delle Situazioni di Emergenza Azero, in seguito all’alluvione del 2010 dei fiumi Kura e Aras, quando 20 000 case furono distrutte. Nessun sito e nessuna menzione in progetti o media locali (governativi, si intende), stesso indirizzo e stessa data di registrazione di molte altre compagnie sospette con cui il governo azero pagava le tangenti a politici europei. In pratica, elementi sufficienti a far sorgere i dovuti sospetti.

In aggiunta, a dispetto dell’emergenza, la Avuar – Co è stata istituita ben cinque mesi dopo l’alluvione. Alla fine, tale compagnia ha comunque vinto una cifra esigua in appalti (383 000 AZN – la valuta azera manat -) rispetto alla cifra donata a Mitrev per il suo lavoro nell’agenzia. Non solo, ma la compagnia ha continuato a ricevere altri milioni di AZN negli anni successivi.

Al tempo Metrev era un rilevante businessman, poi è diventato parte del Consiglio di Amministrazione della BERS (Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo). La stessa BERS intesse una serie di interessi privati con l’Azerbaijan per le mere questioni energetiche, travalicando lo sviluppo dei diritti umani. Lo stesso istituto internazionale privato ha investito ben € 500 milioni nella realizzazione del TAP, ultimo segmento del Corridoio Meridionale del Gas, che trasporterà 10 miliardi di metri cubi di gas in Italia entro il 2020.

Uomini in uniforme (presumibilmente militari azeri) ripresi nell’atto di radere al suolo un cimitero armeno.

VSiamo davanti ad un caso, quello dell’Azerbaijan, in cui le istituzioni internazionali, promotrici dello sviluppo sostenibile, della tolleranza e del rispetto dei diritti umani, hanno grandemente fallito. Il prevalere di interessi energetici ha fatto sì che gli scopi, inizialmente nobili, che hanno contraddistinto il nascere di tali organizzazioni, abbiano assunto solo un ruolo di facciata. Forse è arrivato il momento di cambiare approccio e i governi occidentali e le organizzazioni internazionali e quelle non governative, dovrebbero considerare che la chiave di svolta per imprimere un vero cambiamento è il potenziamento della società civile, che non significa né riproporre le politiche di Soros, né provocare un regime change. Si tratta semplicemente di fare quello per cui tali organizzazioni sono state create: aumentare i livelli di democrazia e rispetto dei diritti fondamentali nel mondo. La lotta al negazionismo storico e la preservazione della memoria per le generazioni future fanno parte di questi e, in questo caso, sono essenziali per costruire un dialogo tra i due popoli armeno e azero.

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