La Macedonia del Nord inizia ufficialmente il suo percorso verso l’Unione europea nel 2005, diventando Stato candidato. Dopo una lunga battaglia diplomatica con la Grecia per il cambio del nome, terminata nel 2018, il Consiglio europeo annuncia nei primi mesi di quest’anno l’apertura dei negoziati per il suo processo di annessione all’UE. Tuttavia, è ora la Bulgaria a porre un freno a questo progresso, e le ragioni presentate ruotano attorno ad un grande tema: l’identità.

Qual è la posizione della Bulgaria?

Una delle motivazioni che impediscono l’approvazione dell’avvio dei negoziati per la Macedonia del Nord è la lingua. Da Sofia arriva infatti la richiesta di riconoscere la lingua macedone come un dialetto bulgaro, considerate le tante somiglianze semantiche fra le due lingue. Eppure, non solo il macedone è stato riconosciuto come idioma autonomo dalle Nazioni Unite nel 1977, ma viene anche ricordato che il macedone e il bulgaro vadano distinti perché, per una comprensione reciproca, è necessaria un’azione di interpretazione e di traduzione (Fonte IFIMES). Inoltre, la Bulgaria reclama il riconoscimento da parte della Macedonia del Nord delle origini bulgare di Goce Delčev (1872-1903), considerato come “eroe” rivoluzionario da entrambe le parti per aver liberato il territorio macedone dal dominio ottomano. Si tratta di un tema complesso che periodicamente viene riaperto nel dibattito della politica nazionalista. Il tema è la ricerca di un dialogo per l’ammissione di una storia condivisa, attraverso la quale l’appartenenza “etnica” di Goce Delčev possa convivere con le imprese da lui compiute e riconosciute in un’altra nazione.

Questo discorso è stato già peraltro sviluppato nel 2017. Il trattato di buon vicinato fra i due Paesi sembrava aver posto forti speranze sul supporto della Bulgaria alla Macedonia del Nord riguardo al suo percorso di integrazione all’Unione europea. Oltre ai passi avanti compiuti in relazione alla lingua e alla storia comune, nel documento è presente un ulteriore impegno, per il quale Skopje rinuncia ad intervenire in maniera arbitraria nelle questioni interne della Bulgaria. Questa precauzione deriva dalla contestata presenza di unaminoranza macedone sul territorio bulgaro. Ad oggi, la posizione di Sofia è più radicale e chiede alla Macedonia del Nord di negare l’esistenza di questo gruppo minoritario. Il 17 novembre 2020, durante una videoconferenza, la Ministra degli affari esteri bulgara Ekaterina Zaharieva ha sostenuto questi punti come imprescindibili e necessari per l’avvio dei negoziati della Macedonia del Nord. Il suo omologo macedone, Bujar Osmani, ha invece risposto che questo atteggiamento mette in discussione la credibilità dell’Unione europea e il valore dell’autodeterminazione dei popoli, ma sostiene la volontà di aprire un nuovo dialogo da concludere auspicabilmente entro la fine dell’anno.

Perché proprio ora?

Come deducibile, gli attuali confini della Macedonia del Nord sono il prodotto di una storia che si presta a forti rivendicazioni culturali. Pertanto, il dibattito attorno ai tre punti presentati dal Governo bulgaro, guidato da Bojko Borisov, non è sicuramente recente. Nascono però in maniera spontanea alcune perplessità. Questi reclami di natura identitaria e nazionale possono essere ritenuti una strategia politica? Frenata da un’economia in netto calo a causa della pandemia da COVID-19, la Bulgaria fa anche i conti con un grande problema strutturale dell’amministrazione statale: la corruzione. Dal mese di maggio del 2020, sono dunque iniziate delle proteste nelle piazze di Sofia per denunciare la mancanza di trasparenza dell’esecutivo di Borisov e la gestione disorganizzata dell’emergenza sanitaria. Le manifestazioni si sono moltiplicate nei mesi successivi, diffondendo un malcontento generale e una sollecitazione all’Unione europea per la valutazione dello Stato di diritto in Bulgaria.

I contestatori chiedono le dimissioni di Borisov e del procuratore generale Ivan Geshev, accusati di collusione con delle organizzazioni mafiose, al fine di avviare una riforma giuridica che argini il problema della corruzione nel Paese. Il Primo ministro non ha ceduto all’appello, superando indenne i voti parlamentari di sfiducia del suo governo di centro-destra. È perciò plausibile l’ipotesi secondo cui la stretta della Bulgaria sulla Macedonia del Nord faccia parte di una strategia del Governo per riacquistare consenso popolare in vista delle elezioni nel 2021: minata da squilibri interni e scandali politici, la Bulgaria fa così ricorso all’orgoglio nazionale. L’esercizio del potere sovrano della nazione, in questo senso, diventa uno strumento per colmare il divario che lo separa dalla sua popolazione. A sostegno di questo pensiero, Angelos Chryssogelos, professore di relazioni internazionali alla London Metropolitan University, afferma infatti che «Per la Bulgaria, il processo di annessione della Macedonia del Nord è un modo per ottenere concessioni in un momento delicato per Skopje […]» [traduzione nostra].

Quali sono le prospettive per la Macedonia del Nord?

Ci si domanda se la Macedonia del Nord debba temere uno stallo simile a quello vissuto con la Grecia (dal 1991, anno della sua indipendenza, al 2018) o fare affidamento ad un dialogo risolutivo nel breve periodo. In particolare, poi, ci si interroga sulla strategia che si deciderà di adottare per evitare di stimolare anche il disincanto popolare verso il progetto di integrazione all’UE. È fondamentale un’azione immediata e gli scenari prevedibili sono essenzialmente due. In prima ipotesi, la Macedonia del Nord potrebbe decidere di sciogliere l’impasse diplomatico in maniera parallela all’apertura dei negoziati, includendo così tra i capitoli da completare per l’accesso all’Unione la risoluzione delle questioni aperte con la Bulgaria. Il rischio, in questo caso, sarebbe quello di non riuscire a trovare un punto di accordo per molto tempo e di incorrere, così, nel veto bulgaro per l’ingresso.

In alternativa, la diplomazia macedone potrebbe lavorare sulla questione prima dell’avvio dei negoziati per garantirsi l’approvazione dalla controparte bulgara e concentrarsi sugli altri requisiti richiesti dall’UE. D’altro canto, però, il pericolo è quello di non riuscire ad aprire le trattative nel breve periodo e di perdere l’occasione di sfruttare il supporto della Germania, che ha già espresso disapprovazione verso il blocco posto dalla Bulgaria, ma il cui turno presidenziale del Consiglio dell’Unione europea termina alla fine dell’anno. Per finire, è bene ricordare che fra questi due grandi scenari semplificati esistono una serie di manovre e sfumature di azione. È necessaria una risposta progettuale e strategica da entrambe le parti, con una valutazione di lungo periodo e la presa in considerazione dei punti di discordia che creano scontento sociale tanto in Bulgaria quanto in Macedonia del Nord.

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Ivana Ristovska

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