Il 27 marzo 2020 la Repubblica della Macedonia del Nord è ufficialmente diventata il trentesimo Stato membro della NATO. Il primo ministro ad interim, Oliver Spasovski, ha definito l’adesione all’Alleanza Atlantica come “il più grande successo” raggiunto dal Paese in seguito all’indipendenza, nel 1991. Contemporaneamente, c’è stata una ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, seppur condizionata all’attuazione di riforme politiche, economiche e sociali. Senza dubbio, si tratta di eventi che consentono al Paese di acquisire rilevanza nello scacchiere internazionale e, contemporaneamente, permettono all’Occidente di estendere la propria sfera di influenza nei Balcani, contrastando quella della Russia. Tuttavia, da grandi poteri derivano grandi responsabilità: la Macedonia del Nord sarà in grado di soddisfare gli standard necessari per far parte di realtà internazionali quali la NATO e l’UE? Sarà questa, probabilmente, la più grande sfida del prossimo governo, che assumerà la guida del Paese non appena sarà possibile lo svolgimento delle elezioni, rimandate a causa del Covid-19

Dopo aver raggiunto due importanti traguardi a distanza di poco tempo l’uno dall’altro – l’ingresso nella NATO e la riapertura dei negoziati per entrare a far parte dell’Unione europea – la Repubblica della Macedonia del Nord sembra essere uscita da un’impasse politica durata decenni. L’accordo di Prespa, siglato con la Grecia nel 2018, infatti, ha ridato slancio alle mire internazionalistiche del governo di Skopje, sbloccando negoziati fermi a causa della disputa sul nome del Paese. Eppure, la strada non è da considerarsi in discesa. L’adesione all’Alleanza Atlantica e l’ingresso nell’Unione europea, infatti, comportano l’impegno di intraprendere un percorso di riforme politiche, economiche e sociali. Si tratta di un percorso tortuoso ma necessario affinchè il Paese si adegui agli standard condivisi a livello europeo e internazionale in materia di diritti civili e democratici, impegni economici e miliari, politiche di buon vicinato e di cooperazione. Diversamente, qualora non riuscisse ad attuare un cambio di passo, la Macedonia del Nord rischierebbe di perdere la fiducia degli Alleati occidentali e di non riuscire a portare a termine i negoziati con l’UE. In quel caso, la sua adesione alla NATO potrebbe rivelarsi prematura, probabilmente agevolata dalla volontà dell’Occidente di rafforzare la propria presenza nei Balcani per indebolire l’influenza russa. Ma il Paese sarà in grado di affrontare le sfide derivanti dai suoi successi diplomatici? Forse. Ma questo dipenderà dal nuovo governo e dalla linea politica che adotterà per affrontare il nuovo scenario.  

L’ingresso nella NATO

Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, si è congratulato con la Macedonia del Nord e ha commentato: “E’ stato un lungo cammino ma tutti i vostri sforzi hanno pagato”. Il riferimento è all’Accordo di Prespa, con cui nel 2018 è stato possibile risolvere una disputa decennale tra il governo di Atene e di Skopje sull’utilizzo del nome “Macedonia” in sostituzione di FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia), la denominazione provvisoria adottata dalla Macedonia del Nord in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia. Con l’accordo e il riconoscimento dello Stato da parte della Comunità internazionale, infatti, è stato possibile sbloccare i negoziati e giungere all’epilogo di un percorso iniziato nel 1995, quando FYROM aderì alla Partnership for Peace. Trump ha dichiarato che l’ingresso del Paese nella NATO è un elemento importante per la difesa degli interessi strategici degli USA e degli Alleati. L’adesione del governo di Skopje, infatti, permette alla NATO di aggiunge un nuovo tassello al complesso mosaico dei Balcani (mancano all’appello dell’Alleanza solo Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo). E il rafforzamento del fronte euro-atlantico certamente consente alle forze occidentali di contrastare in maniera più efficace la presunta influenza russa nell’area. Inoltre, la Macedonia del Nord potrebbe mettere a disposizione della NATO la preziosa base militare di Krivolak, la più estesa dei Balcani, già utilizzata dagli Alleati quando il Paese faceva parte della Jugoslavia, non solo per esercitazioni ordinarie, ma anche per la sperimentazione di armi chimiche.

Tuttavia, l’ingresso della Macedonia del Nord nella NATO ha ricevuto anche molte critiche e qualcuno ha etichettato il Paese come un “parassita”, che godrà dei benefici della partecipazione all’Alleanza ma, in cambio, avrà poco da offrire agli Alleati. In particolare, viene contestato che il Paese non abbia un esercito forte né infrastrutture militari adeguate. Al momento, infatti, il suo esercito conta 13.000 unità, di cui 5.000 riserve. Probabilmente si tratta di numeri discreti, considerata l’estensione territoriale del Paese e la sua popolazione complessiva di circa 2 milioni di abitanti. Ma le critiche riguardano anche la strategicità delle basi militari di Krivolak e Kumanovo, oltre che la capacità del Paese di contribuire alla spesa per il sistema di difesa congiunta. Nel 2019, infatti, la Macedonia del Nord ha destinato alle spese militari un budget pari all’1,2% del PIL e per il 2020 aveva preventivato di elevarlo all’1,4% del PIL (e di portarlo al 2% entro il 2024). Ma, con il sopraggiungere dell’epidemia di COVID-19, è possibile che il governo debba rimodulare gli obiettivi. Infine, ora più che mai, il governo deve concentrarsi sui problemi interni, affinchè questi non pregiudichino la partecipazione attiva di Skopje alla politica internazionale. Con l’accordo di Prespa, infatti, il Paese ha fatto grandi passi avanti sul fronte degli accordi internazionali, ma ha lasciato irrisolte molte questioni di politica interna.

L’Accordo di Prespa e alcune questioni controverse

L’Accordo di Prespa, siglato il 17 giugno 2018 da Alexis Tsipras, allora primo ministro greco, e da Zoran Zaev, suo omologo per FYROM, non ha solo posto le basi per lo sviluppo di relazioni di buon vicinato tra Grecia e Macedonia del Nord, ma è stato determinante anche nell’evoluzione dei rapporti tra quest’ultima e la Comunità internazionale. L’accordo, infatti, ha risolto l’annosa controversia diplomatica tra Atene e Skopje sulla denominazione del Paese, ponendo fine ad una disputa iniziata nel 1991, quando il Paese proclamò la propria indipendenza dalla Jugoslavia adottando il nome di Repubblica di Macedonia. La Grecia si oppose sin da subito all’uso improprio del nome “Macedonia” e il Paese, in vista dell’adesione all’ONU, nel 1993 optò per la denominazione provvisoria di Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Sebbene la querelle possa sembrare banale, la questione era complessa, in quanto non era esclusivamente terminologica, ma aveva ragioni storiche, culturali e politiche di fondo.

La Macedonia classica era un regno ellenico. Nel IV secolo a.C., sotto la guida di Alessandro Magno, divenne un impero vastissimo, che si estendeva dai Balcani all’India, inglobando, certamente, l’attuale regione greca della Macedonia e la Macedonia del Nord. Numerosi reperti archeologici, tra cui iscrizioni e monete, dimostrano che si trattasse di un regno di lingua e cultura greca. Nonostante ciò, però, in più occasioni la Macedonia del Nord si è definita erede legittima della Macedonia classica, al punto che il governo nazionalista di Nikola Gruevski, tra il 2006 e il 2016, ha intrapreso un’opera di restyling della capitale, intitolando autostrade, aeroporti e monumenti ad Alessandro Magno, rivendicando la discendenza dallo storico condottiero. L’appropriazione indebita dell’eredità storica e culturale della Macedonia ellenica solleva il dubbio che il governo di Skopje, un giorno, possa avanzare pretese territoriali – e dunque politiche – sulla regione greca della Macedonia, con cui confina. Si tratta di un’ipotesi da tenere in considerazione, ancor di più in ragione del fatto che l’utilizzo del medesimo nome, “Macedonia”, genera certamente confusione.

Da qui si spiegano le proteste – da una parte e dall’altra – scoppiate a seguito dell’accordo. In Grecia si contestava la “cessione” del nome Macedonia. A Skopje si contestava che il governo avesse indetto il referendum popolare sulla questione del nome solo dopo aver già firmato l’accordo, unendo, per altro, in un unico quesito diverse questioni. Ad ogni modo, nonostante il malcontento popolare, con la sottoscrizione dell’accordo la Macedonia del Nord ha raggiunto un traguardo ambito, in quanto ha avviato una politica di buon vicinato con Grecia, ha acquisito uno status riconosciuto dalla Comunità internazionale e ha ripreso i negoziati bloccati a causa della questione del nome. Eppure, mentre riscuote successi sul piano internazionale, il Paese continua ad avere problemi di sovranità legati a molteplici questioni interne. E’ proprio per questo motivo che l’UE ha frenato il suo ingresso nell’Unione o, quanto meno, l’ha subordinato ad alcune condizioni.

La riapertura dei negoziati con l’UE

L’Accordo di Prespa e la distensione dei rapporti con i vicini greci avrebbero dovuto agevolare il processo di adesione all’UE, ma non è stato così. Lo scorso ottobre, infatti, la Francia ha bloccato le trattative per l’ingresso della Repubblica della Macedonia del Nord e dell’Albania nell’UE, spiegando che, in mancanza di una revisione dei meccanismi di allargamento, l’UE rischia di incorrere in una maggiore instabilità integrando Paesi dalle istituzioni ancora deboli. Il “no” europeo – e il rinvio della discussione della questione al vertice di Zagabria, programmato per maggio 2020 – ha fortemente compromesso la credibilità politica del premier Zoran Zaev, che ha chiesto un nuovo mandato agli elettori, chiamandoli ad elezioni anticipate. Nel frattempo, a marzo, quasi parallelamente all’ingresso del Paese nella NATO, il Consiglio europeo ha mostrato una nuova apertura alla trattativa, a patto che il Paese mantenga l’impegno di attuare un pacchetto di riforme volte a promuovere i diritti civili e democratici, il contenimento delle tensioni interne dovute alla frammentazione etnica della popolazione (composta per il 25% da albanesi) e lo sviluppo delle politiche di buon vicinato.

La Macedonia del Nord sarà all’altezza delle sue nuove responsabilità internazionali? 

La partita è ancora tutta da giocare. Il fatto che l’UE sia disposta ad intavolare le trattative non vuol dire che queste andranno necessariamente a buon fine. Le elezioni anticipate, fissate per il 12 aprile 2020, a causa del COVID-19 sono state rimandate a data da destinarsi. Stando ai sondaggi, non si può dire con certezza che Zaev riuscirà ad avere la meglio sulla frangia nazionalista e a traghettare il Paese verso l’Unione europea. Ma una cosa è sicura: il nuovo governo della Macedonia del Nord, a prescindere dal colore politico, dovrà dimostrare di poter gestire i problemi interni e di essere all’altezza di giocare questa partita. In caso contrario, il Paese potrebbe perdere la credibilità agli occhi delle potenze occidentali e il suo ingresso nella NATO rischierebbe di rivelarsi prematuro, frutto di una strategia scellerata.

 

                                                                               

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: