Nel 1997 la città portuale di Hong Kong, dopo più di un secolo e mezzo di amministrazione britannica, tornava nelle braccia della Cina, ma questo lunghissimo scollamento dalla società cinese aveva radicato ormai nelle menti dei cittadini i vantaggi, e gli svantaggi, che comportavano un sistema democratico. Negli ultimi anni, come ormai tutto il mondo sa, la Cina ha recuperato il terreno perso nel diciannovesimo secolo in termini di sviluppo, ricchezza ed influenza politica, il disingaggio da parte di Sua Maestà era pertanto inevitabile, quantunque invece gli accordi di transizione dalla democrazia ad un sistema autoritario era stato stabilito prevedessero, almeno fino al 2047, un’ampia autonomia delle istituzioni dal controllo di Pechino. Le previsioni sono state disattese in più occasioni, e molte fonti, tragicamente, temono che la repentina ascesa della Cina costerà al “Porto Profumato” l’onore di diventare banco di prova per mostrare il vero volto del Partito Comunista.

Nessun regime dittatoriale è mai stato esente da gruppi di resistenza interna. Dissidenti, agitatori, terroristi, qualunque sistema che voglia mantenere l’egemonia del consenso sarà costretto inevitabilmente a far fronte a fazioni opposte che, anche se minoritarie, una volta organizzate possono diventare questione di sicurezza nazionale e mettere addirittura a repentaglio lo status quo stesso del sistema.

Più il regime si determina illiberale, maggiore sarà la spinta di insofferenza, sta a statisti lungimiranti capire quanto convenga mantenere la tensione sociale o quanto sia opportuno concedere alla controparte ciò che chiede. Il caso dell’autonomia Hong Kong nei confronti della Cina è figlio di una politica di lungo corso, complesso ed in piena metastasi, che Pechino vorrebbe debellare tramite terapia d’urto, ma rischierebbe di causare un effetto domino sull’immagine di un paese in ascesa aspirante a primeggiare sul podio internazionale come modello di sviluppo.

Nel settembre 2014 migliaia di persone sono scese in strada nell’ex possedimento Britannico per protestare contro le modalità di scelta del capo del governo della regione amministrativa speciale (chief executive ndr) definite da Pechino con una decisione assunta il 30 agosto. In pratica, lo statuto della regione autonoma era stato arbitrariamente alterato da un’autorità superiore, non democraticamente eletta e potenzialmente ostile.

in foto CY Leung

Studenti e militanti pro democrazia hanno occupato il distretto centrale della città per due settimane, chiedendo le dimissioni dell’allora Chief Executive, CY Leung, e la revisione in senso democratico del sistema elettorale. Hong Kong per la prima volta reagiva ad un modo di vedere la società previdente un rappresentante calato dall’alto, forse troppo tardi, forse sperando fino ad allora che Pechino avrebbe effettivamente riconosciuto lo spirito democratico del paese, ormai radicato nei suoi 7 milioni di cittadini.

I manifestanti avevano espresso già dalla prima metà di settembre l’intenzione di paralizzare il cuore finanziario della città nel quale operano gli uffici delle banche internazionali e delle società multinazionali di tutto il mondo, invadendo il punto più sensibile dell’organismo cinese.

Ribattezzata “Umberella Revolution” dai media, per via degli ombrelli usati dai manifestanti per proteggersi da idranti e gas lacrimogeni, la vicenda ha assunto rilevanza internazionale sia per l’importanza dell’hub finanziario preso di mira e la gestione degli investimenti esteri diretti per i quali la Cina ancora fa intensamente affidamento, sia perché tale protesta ha dato voce al malessere generalizzato dei giovani di Hong Kong, nati in un mondo libero e che mal digeriscono il sistema autoritario subentrato dal 1997, causa secondo loro di tutti i mali del paese.

Vista la prima ondata di proteste, il parlamento locale respinse un anno dopo la modifica elettorale proposta dal governo cinese che prevedeva un Chief Executive votato a suffragio universale, ma tra una cerchia selezionata di candidati, e come epilogo, nel 2017 si è votato con la vecchia legge elettorale che ha premiato Carrie Lam nuovo premier.

Le proteste del 2019, d’altro canto, sebbene siano nate da un apparente pretesto nel contestare una legge sull’estradizione, celano una insoddisfazione generale per ciò che ormai è chiaro a tutti essere la volontà di ingerenza nell’autonomia della Città-stato.

Cosa rappresenta Hong Kong? Per rispondere a questa domanda, è necessario alzare lo sguardo oltre i confini della città e guardare la regione da un punto di vista degli assets geopolitici.

In primis, la crisi di Hong Kong è una minaccia diretta alla consolidata politica del “un paese, due sistemi”, il grande compromesso che il sistema di potere di cinese ha raggiunto con realtà diverse dalla sua per garantire una parziale autonomia. Tale sistema è stato concepito in funzione, ma non soltanto, di una possibile ricongiunzione con l’Isola di Taiwan, che Pechino agogna ancora da 70 anni.

Riconoscere le rivendicazioni dei manifestanti creerebbe un pericolosissimo precedente di ribellione nell’unità sino centrica ed una crepa nella repressione costante di altre realtà locali come il Tibet, lo Xinjiang musulmano e l’altra grande città occupata per anni da potenze straniere, Macao. Inoltre, ciò dimostrerebbe la debolezza dell’apparato politicodel partito che, se non fossimo in un’epoca di connessione virtuale e mass media ad immediata copertura informativa, non avrebbe esitato ad inviare l’esercito per placare i disordini, esattamente come accadde nelle infauste giornate tra il maggio/giugno del 1989: i massacri di Piazza Tienanmen.

Oltre alla copertura mediatica, la questione di Hong Kong appare provvidenziale nella guerra commerciale contro gli Stati Uniti, un evento internoche indebolisce la posizione negoziale di Pechino il quale è riuscito anche a far approvare una la mozione dell’Unione Europea il giorno seguente la nomina di Ursula Von Der Leyen a presidente della Commissione Europea affinché Hong Kong abbandonasse la proposta di legge sull’estradizione e iniziasse riforme democratiche.

Eppure, al di là del dibattito tra membri del partito favorevoli ad un intervento militare e non, il Presidente Cinese Xi Jinping probabilmente opterà per un lento soffocamento della ribellione, senza neanche accennare concessioni.

La strategia del contenimento è sempre valida ed è la più adatta per impedire che il mondo condanni il regime, specialmente adesso che è osservato speciale. In particolare, vista la situazione di territorio sotto amministrazione cinese, ma non ancora parte propriamente dello Stato Cinese, potrebbe rappresentare un escamotage volto a giustificare, o quantomeno aprire un dibattito, un legittimo intervento militare Statunitense, potrebbe essere visto come azione di difesa in supporto ad un popolo oppresso, come ritorsione per il mancato ottemperamento delle clausole del trattato di cessione del territorio tra Regno Unito e Cina.

Ovviamente un conflitto tra le due potenze finirebbe presto col piombare in una escalation di violenza e ciononostante, a prova che questa possibilità sia tutt’altro che fantapolitica, la Presidente della Camera dei Rappresentati, ha provocato le ire in primis de Ministro degli Esteri Cinese Hua Chunying per un tweetin supportoalla “Legge sui diritti umani e la democrazia a Hong Kong del 2019” volta a “valutare se gli sviluppi politici a Hong Kong giustifichino il cambiamento del trattamento di Hong Kong ai sensi della legge statunitense”.

Che questa sia propaganda o un reale volontà di intervento, non è dato saperlo ad alcun osservatore esterno; ciò che ormai sembra dato per certo è che la questione di Hong Kong sia ormai parte della più pericolosa questione Cinese che travalica le differenze tra comunismo e capitalismo. Che sia il Democratico Obama, il Repubblicano Trump, o di nuovo la democratica Pelosi ad assumere un atteggiamento di sfida, nessuno al mondo può ormai ignorare gli eventi interni volti a destabilizzare il paese più popoloso del mondo.

Fonti:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/hong-kong-origine-e-sviluppo-della-protesta-23283

https://www.scmp.com/news/hong-kong/politics/article/3038309/hong-kong-protests-university-campus-stand-between-radicals

https://www.scmp.com/topics/hong-kong-protests

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