Gli episodi di violenza nella regione in cui è situata la città di Bukavu (nel centro est della Repubblica Democratica del Congo) sono sempre stati frequenti sin dal 1990. La grave insicurezza economica dell’area è stata terreno fertile per la radicalizzazione di numerosi gruppi di ribelli che ancora oggi compromettono il sistema governativo e reiterano episodi di aggressione e di violenza soprattutto contro le donne.

Sin dall’indipendenza post-coloniale, la realtà dell’intero Paese africano è stata particolarmente turbolenta. ll genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 ha avuto ripercussioni negative sulla situazione già precaria della città di Bukavu. Un numero elevatissimo di rifugiati si spostò nelle zone ad est dell’attuale Repubblica Democratica del Congo ed in queste aree i guerriglieri presenti tra i migranti di etnia Hutu continuarono a rivendicare con la forza le aggressioni perpetrate dai ribelli di etnia Tutsi. Come ulteriore conseguenza, la Prima (1996–1997) e la Seconda (1998–2003) Guerra del Congo hanno contribuito a militarizzare il Paese e ad “innescare un esodo rurale di notevoli proporzioni”. I gruppi di ribelli coinvolti in questi conflitti hanno deteriorato sempre di più la situazione nella regione, costringendo alla necessità di interventi di supporto da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La fine delle ostilità, sin dalla firma degli Accordi di Lusaka del 1999, dopo la Seconda Guerra del Congo (che è terminata con l’istituzione della Repubblica Democratica del Congo) hanno sancito l’ordine di cessare il fuoco ed il dispiegamento delle forze della missione MONUSCO.

Questa guerra “interetnica” nel Congo ha provocato conseguenze davvero devastanti ed ancora oggi continuano ad essere frequenti gli episodi di violenza sulle donne da parte dei ribelli che si muovono nell’area. Gli stupri hanno cominciato a diventare una vera arma di guerra che si traduce in attacchi sistematici e senza precedenti contro le donne, perpetrati sia dai gruppi armati di ribelli, sia dall’esercito governativo che dalle forze di polizia. A questo riguardo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione del giugno 2008 (S/RES/1820) ha ufficialmente identificato lo stupro come vero e proprio crimine di guerra per poi approvare la risoluzione 2467/2019 che “rappresenta un importante tassello all’interno del più generale quadro normativo in materia di donne pace e sicurezza nell’ambito delle azioni dirette a contrastare la discriminazione contro le donne nei conflitti armati, nelle situazioni post-conflittuali e nella prevenzione dei conflitti” poiché è diretta a contrastare la diffusione del crimine, evitare che tali violenze rimangano impunite e garantire tutta l’assistenza necessaria per il recupero delle vittime.

In questo contesto, la mobilitazione dell’intera comunità internazionale è stata decisiva. Non è un caso che il Premio Nobel per la Pace 2018 sia stato consegnato al medico ed attivista Denis Mukwege il cui impegno è stato quello di aiutare le vittime di violenza condannando e criticando l’inattività del governo congolese difronte a questo problema. Tentativi di sabotaggio e minacce di morte da parte dei gruppi di ribelli hanno costretto le Nazioni Unite a ripristinare ufficialmente la protezione internazionale in favore dello stesso e dell’ospedale in cui egli opera (Panzi Hospital di Bukavu, Congo) per supportare concretamente il lavoro svolto in favore delle donne sopravvissute a simili violazioni.

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