La morte del cittadino afroamericano George Floyd ha riaperto il dibattito non solo sulla repressione delle minoranze e sul concetto di uguaglianza, ma soprattutto sulle alternative all’impiego delle forze dell’ordine nella prevenzione e repressione della microcriminalità, sulle garanzie individuali nelle democrazie liberali e più in generale sulla finalità di un diritto penale “socialmente orientato”.  Il movimentismo americano, tramite le sue rivendicazioni, ha ottenuto notevoli risultati, invitandoci a riflettere sulla portata simbolico-comunicativa della norma penale e sulle varie fattispecie applicative della stessa in un mondo occidentale in cui, dall’Italia al Minnesota, si continuano a piangere troppe vittime reclamando un sistema rieducativo differente.

Un contesto di difficile gestione

I’m tired of being poor and, even worse, I’m black. My stomach hurts so I’m looking for a purse to snatch;
Cops give a damn about a negro, ‘pull the trigger kill a nigga’, he’s a hero.
”                                                         

Con queste parole il cantante afroamericano 2Pac Shakur apriva il singolo “Changes”, nel quale i riferimenti al consumo di droga tra i più giovani, al trattamento dei neri da parte della polizia, alla perpetuazione della povertà e al suo vizioso sistema di valore ciclico nella cultura urbana afroamericana, descrivono le difficoltà di un’America scomoda che oggi torna prepotentemente agli onori delle cronache. Il caso George Floyd riaccende uno dei tanti riflettori puntati sui paradossi della società americana che trovano nella discriminazione sociale e razziale il proprio apice. Per meglio comprendere la portata di tale conflitto interno si deve innanzitutto richiamare il profondo attaccamento della popolazione statunitense ai valori della libertà individuale ed il costante operato della Corte Suprema che, dal 1972 ad oggi (si vedano i casi Chaplinsky v. New Hampshire; Lewis v. City of New Orleans; Goading v. Wilson; City of Houston v. Hill), ha cercato di ridisegnare i criteri della libertà d’espressione tipici del liberalismo americano compendiati nel Bill Of Rights, producendo fenomeni talvolta contradditori ed arrivando a considerare costituzionalmente garantiti persino atti ingiuriosi e violenze verbali nei confronti delle forze dell’ordine, vilipendi alla bandiera e fenomeni di hate speech su  base etnica o religiosa. Tollerare l’intolleranza, dunque, diviene il principio su cui la Corte ruota la sua mission pacificatrice, nella speranza di ridurre la complessità sociale; ma quali sono stati i veri effetti di tali manovre giudiziarie?

La teoria Broken Windows e l’incremento della police brutality

Tutelare la possibilità di esprimere sempre e comunque le proprie idee, persino l’odio (salvo laddove ciò integri oggettivamente una vera e propria minaccia nei confronti di specifiche persone), ha portato gradualmente ad un’esplosione della violenza interna, la quale ha richiesto un sistema di “pacificazione” trasversale, dall’urbanistica all’istruzione all’economia, creando vere e proprie banlieues in cui relegare le fasce più deboli.                                                                                                                                                               Non è difficile dunque immaginare il risultato criminale in tali sobborghi periferici, talvolta abbandonati a sé stessi o in mano a clan malavitosi; ed è in tale prospettiva che nel 1994 il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, decise di applicare la c.d. Broken Windows Theory, riassumibile con il sillogismo: punire i reati minori -appunto le finestre rotte- per prevenire la commissione di reati maggiori; il risultato, tutt’altro che positivo, finì con l’applicare zero tolleranza ai soli reati inferiori, conferendo un notevole potere discrezionale alle forze dell’ordine. Nel report “Police Brutality and Excessive Force in the New York City Police Department”, pubblicato nel 1996 daAmnesty International, si rileva come dall’inizio delle pratiche repressive le denunce penali per abusi e comportamenti arbitrari crebbero del 41% ed il numero di civili uccisi nel corso di perquisizioni e operazioni di polizia crebbe del 35%. Il sistema preventivo dei dipartimenti, seppur con lievi rivisitazioni, è tutt’ora vigente, e se anche osteggiato da  recenti studi controfattuali non accenna a disinnescare il meccanismo di violenza venutosi a creare in seguito ad una velata ma tangibile svolta “autoritaria” dell’ordinamento penale americano, dovuta in particolare ai fatti dell’11 Settembre[1].

 

Finalità della pena e forze di polizia: un dibattito internazionale

Gli studi di cui sopra dimostrano come, nella visione generale, vi sia stato un graduale passaggio involutivo nel secolare dibattito tra finalismo rieducativo della pena e diritto penale del nemico, esacerbando i già precari equilibri interni e dando vita a pericolosi meccanismi di punizione propri di una subcultura deviata di alcuni ambienti di polizia, con modus operandi tristemente noti. Stando agli atti depositati per l’accusa di omicidio di secondo grado nei confronti dell’agente Derek Chauvin, infatti, si nota che i risultati dell’autopsia rilevavano “arteriosclerotic and hypertensive heart desease” ed i test tossicologici risultavano positivi al Fentanyl (potente oppioide sintetico): seppur confermando la tesi della responsabilità omicida, dunque, l’equipe medica sottolineava come l’esito fatale della morte di George Floyd fosse il risultato della combinazione di più eventi naturali aggravati dalla compressione del collo da parte dell’agente (nonostante la morte per asfissia posturale, che spesso consegue a tale movimento, sia elencata nei report dei comitati di prevenzione della tortura da oltre vent’anni) .                                                                         Tale tesi, ribaltata dall’autopsia indipendente condotta dai familiari della vittima, riporta alla luce un grave iter comune alla grande maggioranza dei casi di omicidio preterintenzionale da parte delle forze dell’ordine: quello delle immunità qualificate, degli sviamenti degli esami autoptici e della discrezionalità nella valutazione dei casi sull’eccessivo uso della forza. Come recentemente confermato dall’avv. Fabio Anselmo, infatti, vi sono  analogie tra il caso Floyd ed i tristemente noti casi Magherini, Cucchi, Aldrovandi, che evidenziano “modalità di intervento inaccettabili e ingiustificabili” che è compito della Giustizia sanzionare, non solo per il regolare funzionamento dell’intera macchina giudiziaria ma anche -e soprattutto- per non rompere quel vincolo di fiducia tra cittadino ed istituzioni, ormai vicino al collasso in quasi tutte le società contemporanee.                                                                         

La lezione delle piazze americane

Se dunque vi è qualcosa da apprendere dai recenti sviluppi delle piazze americane in marcia, al di là del controverso dibattito monumentale, è che un sistema integrativo di prevenzione sociale orientato al contrasto non dei sintomi esterni ma della causa criminale, non è solo possibile ma anche estremamente attuale, e deve necessariamente partire dalla piena applicazione delle teorie rieducative proprie della materia penalistica. La necessità di cambiare modello negli States ha portato al clamoroso risultato del defund police  e dell’autogestione della città di Seattle, denunciando lo spreco di denaro pubblico nel finanziamento di forze dell’ordine e delle missioni militari -e con esso dell’intero assetto economico- a discapito dei servizi pubblici e rivendicando la necessità di re-inventare i dipartimenti di polizia affiancandoli o sostituendoli a un modello di sicurezza pubblica basato sulla comunità, con assistenti sociali, medici e altri esperti incaricati di rispondere a diverse situazioni; certamente un percorso ripido e per molti versi utopico, ma che cela tutte le aspirazioni di una società civile, non più minoritaria, che punta alla radice della cultura della violenza. In Italia il dibattito sul fine ultimo della norma penale e sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine è al centro di un annoso scontro tra sindacati di polizia, dottrina giuridica e potere legislativo, ognuno rivendicante il proprio ambito di autonomia.  E se da un lato la Corte Europea è più volte intervenuta per districare l’ingarbugliata matassa delle violenze di polizia, in particolar modo integrando il reato di tortura a margine dei fatti di Genova 2001, dall’altro vi è un’ostinata resistenza da parte di taluni ambienti conservatori della politica italiana che di fatto lasciano in stallo le numerose richieste e proposte di legge quali l’inserimento dei codici identificativi e l’incremento della prevenzione interna e resistenza agli abusi da parte delle autorità[2].

 

La discussione resta aperta e certamente il contesto europeo differisce in molto dai vari retroscena sociali ed economici della potenza d’oltreoceano, ma presenta purtroppo numerose congruenze, come testimoniato dal deplorevole caso di Agrigento e dalla morte del rider francese Cédric Chouviat. Non si tratta dunque di becero rancore da stadio verso le divise, bensì di salvaguardare la dignità delle istituzioni e del progressismo giuridico che passano necessariamente dal ripensamento degli istituti penitenziari e dell’applicazione della legge tramite un azionariato dal basso capace di smuovere l’immobilismo legislativo; in ciò la nostra Carta Costituzionale, figlia delle innumerevoli istanze filosofiche e sociologiche alternatesi per secoli, offre notevoli chiavi di lettura a tutela dell’individuo e dei principi di umanità: basta applicarle.

It’s time to start making some changes,
let’s change the way we live, let’s change the way we treat each other.
You see the old way wasn’t working,
So it’s on us to do what we gotta do to survive

(2pac – Changes)

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