Il Mediterraneo può oggi essere il laboratorio privilegiato per la costruzione di una nuova economia, per storia e struttura economica basilare. Tracciamo le fila storiche di una differenza fra capitalismo nordico e meridiano, per poi giungere ad un nuovo modo di fare economia: per una economia civile e della reciprocità. Ecco perché il Mediterraneo può e deve essere il luogo del “pensare altrimenti” una nuova (seppur vecchia) economia.

L’evidenza dei due spiriti del capitalismo nordico e meridiano.

Le reazioni dei vari attori internazionali occidentali nel corso di questo tempo così complesso ci hanno sorpresi e talvolta indignati: dalla lentezza dei nostri vicini Francia e Spagna, fino alle dichiarazioni di Washington e Londra, per poi approdare alla durezza di Olanda e Germania.

Su quest’ultima, è sembrato quasi di risentire l’ammonizione di Giuseppe De Rita, già presidente del CNEL dal 1989 al 2000, che nel dicembre 1991, affermò: “[…] abbiamo un’integrazione europea che sarà e viene dettata da una cultura tutto sommato […] se non olandese, certamente tedesca.” E continuava: “Probabilmente abbiamo ormai nella nostra testa un tipo di vincolo a ragionare con una cultura che è di Europa centrale, più che di Mediterraneo, una cultura che è di capitalismo avanzato nelle forme più dure, nelle forme più rigorose del modo del capitalismo di accettare le proprie regole e di valorizzarle e portarle fino alle estreme conseguenze” (CNEL, Il Mediterraneo da mosaico a regione).

 

È sempre stata chiara una certa differenza fra Nord e Sud Europa (e del mondo, anche) in ciò che De Rosa affermava “modo di capitalismo”.

Al Nord abbiamo il padre dell’economia moderna, Adam Smith che teorizzava il raggiungimento del bene comune attraverso il perseguimento del self-interest, senza alcuna mediazione esterna (se non l’incentivazione dell’interesse personale e l’invisibilità dei governi) in uno spirito del tutto protestante. L’economista Luigino Bruni scrisse al riguardo: “[…] ognuno deve pensare al proprio interesse personale (self-interest), perché una sorta di provvidenza laica (la invisible hand, appunto) trasforma quella somma di interessi privati nel benessere collettivo e dell’altro”.

Al Sud, invece, vi è una teoria economica del tutto differente, che alla matematica preferisce l’etica, la filosofia, la storia, la teologia. La teoria economica meridiana (o cattolica) si basava sulla “mutua assistenza” (Antonio Genovesi) e sulla reciprocità (Zamagni, 2007).

Dopo la caduta dell’Impero Romano, l’economia medioevale si è sviluppata intorno al monachesimo. Il sociologo Léo Moulin affermò al riguardo: “I monaci sono all’origine, inconsapevole e involontaria, di un movimento economico e sociale così profondo, così diverso e così vasto che l’evoluzione del medioevo sarebbe difficilmente spiegabile senza la loro presenza e la loro azione” (Moulin, 1980). Nei monasteri nasce il primo lessico economico e commerciale, le prime riflessioni su temi economici come il profitto, lo scambio, la mutualità. Quest’ultima riguardava proprio lo stretto legame tra le città e le strutture monastiche. Oltre l’esperienza del monachesimo, vi è quella dei Monti di pietà dei francescani italiani, alla base delle Banche popolari. E tutta la vasta letteratura economica meridiana, che spesso si confonde in testi di natura filosofica e storica, ha come snodo centrali temi come il lavoro, il bene comune, la reciprocità, contrariamente alla teoria economica settentrionale che privilegia il profitto, l’interesse personale, la deregolamentazione.

Forse, le ragioni di tali differenze è da ritrovare non solo nelle differenze fra gli spiriti religiosi (protestante per il Nord e cattolico per il Sud), ma anche nelle forme diverse in cui l’economia ha avuto modo di svilupparsi. Mentre al Nord, il commercio si è internazionalizzato ed ha assunto forme imperialiste, con il solo scopo di costruire prolungamenti esterni (e dunque anche autonomi) alla propria egemonia (contrariamente all’imperialismo iberico, che ha avuto un profilo più centralizzato), quello del Sud si è concentrato in piccoli distretti, favorendo le comunità (Rajan, 2019), forse perché sviluppatosi in un bacino d’acqua molto più ristretto rispetto l’Oceano: il Mediterraneo è stato lo sfondo di questo sviluppo. Il risultato è stato un tessuto economico (e industriale) costituito e fondato su piccole e medie imprese che oggi rappresentano la più alta percentuale di occupazione nei Paesi del Mediterraneo.

 

 

Ciò conferisce all’economia Mediterranea un carattere lento, rallentato, cadenzato, minuzioso, talvolta troppo burocratizzato e personalizzato, rispetto alla spersonalizzazione del capitalismo nordico. Forse, quest’ultimo, proprio perché più semplice ed immediato, ha vinto la sfida ed ha ridisegnato la cornice dell’economia mondiale, attraverso la globalizzazione, l’internazionalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.  Non stupisce che, ancora una volta, l’attenzione dei Paesi del Nord (forse un po’ meno in Germania, dove il consenso popolare sta cambiando bandiera) sia rivolta al tecnicismo che v’è dietro i rapporti economici, anziché al finalismo cui la stessa economia deve tendere (che non è il profitto, essendo esso stesso un mezzo).  Oramai è chiaro: questa economia, che abbiamo imparato a conoscere dagli anni Settanta del Novecento ad oggi, non funziona più.

Credit photo: admiralmarket

La globalizzazione capitalistica nel Mediterraneo.

La globalizzazione così concepita, con l’internazionalizzazione economica, ha portato tanti benefici quanti alti ed aspri effetti collaterali (Stiglitz, 2015), aumentando le disuguaglianze presenti nelle nostre società. L’economista Stiglitz, che da quasi 20 anni pone al centro dei suoi studi le disuguaglianze, afferma: “[negli Stati Uniti] Fra il 1980 e il 2014, il reddito medio reale dell’1% più ricco della popolazione è aumentato del 169% […]. Allo 0,1% di super ricchi è andata perfino meglio (281%) […]. Sempre in questo stesso intervallo di trentaquattro anni, il reddito familiare mediano è cresciuto solo dell’11%, e solo nei primissimi anni […]. […] i redditi sono aumentati soltanto perché sono aumentate le ore di lavoro” (Stiglitz, 2016).  Nel 1991, nella Centesimus annus, Papa Giovanni Paolo II parlava appunto di “capitalismo selvaggio” e di “carenze umane del capitalismo”.La globalizzazione capitalistica ha portato ad “un arcipelago altamente tecnologico di città regioni ricche e super-sviluppate in crescita nel mezzo di un mar di crescente povertà” (Petrella, 1992). E in questo vortice sono state risucchiate anche i Paesi mediterranei dell’Europa (Portogallo, Spagna, Francia, Italia e Grecia) che, in una economia espansiva come quella che proponeva la Comunità europea prima e l’Unione europea dopo, avrebbero dovuto essere le punte di diamante nel Mediterraneo allargato. 

Invece, questi Paesi sono stati totalmente assorbiti dalla centralizzazione europea (di matrice, come abbiamo visto prima, olandese-tedesca) subendo “l’appiattimento delle scelte e delle forme di crescita a livello mondiale ai modelli e agli interessi delle potenze dominanti” (Amoroso, 2000). Ad un certo punto, nella crescita economica nazionale si sono soppiantate le forme di produzioni locali e regionali, ovvero i punti di forza in una economia, che nella regione Mediterranea riguardano in particolare il settore primario e il settore terziario del turismo, oltre che la piccola e media impresa (PMI).

Con fatica e creatività, gli Stati, le regioni e varie organizzazioni internazionali ed associazioni, hanno cercato di favorire l’internazionalizzazione delle PMI, favorendo il loro accesso al credito e ai mercati internazionali. Ciò porta con sé tante possibilità di miglioramento, come una semplificazione burocratica, la digitalizzazione e una opportuna sferzata alla corruzione, ma ha dei lati di possibile rischio, come l’accrescimento della competizione tra produttori e tra mercati globali, l’introduzione di nuovi modelli d’organizzazione industriale che non rispecchiano e rispettano il genere dei sistemi formativi e della divisione del lavoro locale e per ultimo la trasformazione del consumo. Il primo e il secondo rischio si sono alla fine concretizzati nelle due crisi mondiali del 2007 e del 2011: a subirne le più dure conseguenze sono state proprio le PMI e i lavoratori, che dopo il danno hanno ricevuto anche la beffa dalle manovre di aggiustamento economico.

 

La via d’uscita: l’economia civile della reciprocità. Il Mediterraneo come laboratorio.

Ad oggi, il Covid-19 pone degli interrogativi enormi e nessuno può sottrarsi all’analisi critica ed onesta dei suoi effetti sociali ed economici: questa economia del profitto e del debito (meglio, del credito!) può funzionare? In una Europa fortemente integrata economicamente, ma a quanto pare non abbastanza culturalmente e valorialmente, quale può essere la nuova forma di economia in risposta? È la via della solidarietà e della reciprocità. In un piccolo opuscoletto del 2016, dal titolo “Un’economia per l’uomo”, il Premio Nobel per l’Economia, Stiglitz, afferma: “L’etica è importante” (p.21). Un’economia civile (di cui parla per la prima volta l’economista Antonio Genovesi nel Settecento) per l’uomo è possibile se al capitale e al mercato si sostituisce appunto l’uomo, e ciò non è impossibile come alcuni studiosi vorrebbero far credere: solo perché un problema è complesso non significa che non si possa risolvere: “[…] I grandi ideali [del passato] sono falliti non perché sono vissuti troppo, ma perché non sono vissuti abbastanza” (Chesterton, 1910).

 

Quando si parla di condonare i debiti ai Paesi più poveri del mondo, perché altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere alle conseguenze della pandemia, quando si parla di ristrutturazione per i Paesi medio bassi dell’economia mondiale, quando si parla di non condizionalità alle nuove disposizione economiche, quando si tratta di ridefinire un nuovo assetto mondiale dell’economia per la costruzione di una società più eguale e più giusta, è quella la via per l’economia della reciprocità, dove a guadagnarci, nella nuova teoria dei giochi, sono tutti (Zamagni, 2007).E il luogo da cui ripartire deve proprio essere il Mediterraneo, come laboratorio di un nuovo modo di fare economia, che favorisca il policentrismo, ovvero “la centralità organizzata all’interno di ogni singolo sistema e coordinata (co-sviluppo) a livello continentale” (Amoroso, 2000). Ciò significa promuovere lo sviluppo di comunità regionali e favorirne il dialogo globale.

Lo “stile mediterraneo di sviluppo”, di cui si discorreva negli anni Ottanta, che privilegia le piccole comunità e i modi di produzione e consumo locale, può integrarsi all’economia civile. In questa nuova sfida, anche e soprattutto intellettuale, i pionieri di una nuova regionalizzazione debbono essere proprio i paesi della sponda Nord del Mediterraneo, imbrigliate nelle maglie strette del capitalismo nordico.

Un’alternativa è possibile.  

 

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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