Il nuovo sistema penale prevede la lapidazione in caso di adulterio o di rapporti omosessuali, sia tra adulti che tra minorenni. Inoltre la pena di morte viene indicata anche per i reati di stupro, blasfemia o qualunque azione che offenda l’immagine di Maometto. Per quanto riguarda i rapporti sessuali tra donne è prevista una pena “meno” severa che consiste in quaranta frustrate e dieci anni di prigione. In caso di furto invece sarà praticata l’amputazione degli arti, come il taglio della mano destra, o dei piedi in presenza di reiterazione del reato. Per l’accertamento della sussistenza dell’illecito, inoltre, saranno sufficienti quattro testimoni oculari.

Nonostante il clamore internazionale Il 3 Aprile è entrata in vigore, nello Stato del sud-est asiatico, la legge che introduce la pena di morte per gli omosessuali.

La legge era già stata approvata la scorsa settimana dal Sultano Hassanal Bolkiah, sollevando le proteste di tutta la comunità internazionale che ha tentato inutilmente di chiederne la cancellazione. Michelle Bachelet, Alto commissariato per i diritti umani dell’ONU, ha definito il codice penale “draconiano”. Alla campagna hanno preso parte anche intellettuali, associazioni e alcuni personaggi dello spettacolo, come George Clooney ed Elton John, che hanno invitato a boicottare i lussuosi alberghi del sultanato distribuiti tra Italia, Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

La vicenda ha riaperto il dibattito sulla Shari’a e la credenza comune che quest’ultima consideri l’omosessualità una perversione da perseguire. In realtà cercare di comprendere il rapporto tra l’islam e l’omosessualità è un’operazione abbastanza complessa in quanto non è possibile individuare una definizione omogenea.

In foto Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei

Uno degli ostacoli principali è di natura concettuale. Le fonti primarie del diritto islamico, in particolare il Corano e la Sunna, sono passate attraverso un processo di interpretazione, Ijtihad, che si è concluso durante IX secolo. In questo periodo il concetto di omosessualità, inteso come quel senso di appartenenza a una determinata identità basata sul proprio orientamento sessuale, era inesistente. Per la sua comparsa si deve attendere il 1869, anno in cui l’ungherese Karl-Maria Kertbey coniò la parola Homosexsualität (dal greco omios e dal latino sexus).

Il suo obiettivo era quello di creare un termine neutro in grado di definire quell’insieme di emozioni e sentimenti tra persone dello stesso sesso, allontanandosi in questo modo dall’uso della parola sodomia, connotata da una forte accezione negativa. L’affermazione quindi che l’islam condanni l’omosessualità, potremmo considerarla in parte errata in quanto fa riferimento ad una nozione sconosciuta nel periodo in cui viene “edificato” il diritto islamico.

Nel Corano è presente invece un riferimento ai rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso nella storia del Profeta Lot, e della distruzione di Sodoma e Gomorra, che viene menzionata in diversi versetti coranici.

Secondo la storia, che è comune sia alla tradizione islamica che a quella giudaico-cristiana, il Profeta Lot era stato mandato da Dio per mettere in guardia il popolo sulle conseguenze del loro comportamento immorale, guidato esclusivamente dalla lussuria, il brigantaggio e la sodomia.

Quest’ultima in realtà non è neanche menzionata esplicitamente ma si può estrapolare dalla Sura Al-A’râf (VII, 80-84) «E quando Lot disse al suo popolo: “Vorreste commettere un’infamità che mai nessuna creatura ha mai commesso? Vi accostate con desiderio agli uomini piuttosto che alle donne. Sì, siete un popolo di trasgressori”.E in tutta risposta il suo popolo disse: “Cacciateli dalla vostra città! Sono persone che vogliono esser pure! E Noi salvammo lui e la sua famiglia, eccetto sua moglie, che fu tra quelli che rimasero indietro.Facemmo piovere su di loro una pioggia.”

Da questi versetti si potrebbe dedurre una condanna per i rapporti omoerotici ma in realtà non tutti gli esperti concordano su questa visione. Per molti, infatti, lo scopo della storia sarebbe quello di mostrare ai popoli la distruzione alla quale si va incontro ignorando gli avvertimenti di Dio. Inoltre, attraverso un’analisi dei vari commentari coranici, è emerso che la sodomia viene menzionata solo in quelli più recenti, mentre risulta assente in quelli più antichi che fanno riferimento ad altri tipi di peccati.

Per quanto riguarda la Sunna invece troviamo le parole liwat (sodomia), e sihaq (rapporti sessuali tra donne).

In particolare gli hadith che ne fanno riferimento sarebbero due: nel primo Maometto avrebbe detto “Uccidete chi trovate a commettere l’azione del popolo di Lot, sia l’attivo che il passivo”; nel secondo “Colui che commette liwat ha commesso zina e colei che comette sihaq ha commesso zina”. Da qui deriverebbe quindi l’dea che i rapporti omosessuali andrebbero puniti attraverso la lapidazione, che era la pena prevista nei casi di zina (rapporti sessuali al di fuori del matrimonio).

Tuttavia anche su questi due hadith emergono non poche discrepanze. Molti giuristi dubitano della loro autenticità, in quanto la loro comparsa sembrerebbe essere successiva alla morte di Maometto.

In realtà nel mondo islamico queste differenze interpretative sono comuni e riguardano le diverse fattispecie di reato, ed è proprio questa eterogeneità che ha reso possibile l’esistenza di sistemi giuridico-istituzionali profondamente diversi.

Nei sistemi contemporanei la pena di morte, nei casi di omosessualità, è prevista in almeno nove Paesi: Nigeria, Pakistan, Somalia, Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen e Brunei.

Molti credono che la sua criminalizzazione sia un problema legato all’islam ma in realtà i rapporti omosessuali sono considerati illegali in almeno settantacinque Stati dell’ONU e di questi solo trentotto sono a maggioranza musulmana. Inoltre in una ricerca del Pew Research Centre del 2014 è emerso che molti Paesi del Medio Oriente, in cui i rapporti omosessuali sono considerati illeciti, traggono le loro pene non dal diritto islamico ma dalla sua armonizzazione con le leggi coloniali. Un esempio è l’Egitto che tende a punire gli atti omosessuali forzando una legge del 1961 del codice penale egiziano, di derivazione francese, associandola ad una norma del diritto internazionale che condanna la prostituzione e il traffico di esseri umani.

Il discorso sull’omosessualità nell’islam richiederebbe un’analisi molto più approfondita. Gli elementi evidenziati tuttavia ci permettono di comprendere il carattere opportunistico che riguarda il dibattito sulla questione e che trascende l’appartenenza ad una determinata fede religiosa.

La riforma approvata in Brunei può essere ascritta nel percorso verso il conservatorismo intrapreso dal Sultano nel 2013, anno in cui ha manifestato la volontà di adottare un nuovo codice penale basato sulla Shari’a. In seguito a questa dichiarazione già l’anno successivo era stato avviato un inasprimento delle pene nei casi di aborto o di comportamenti disonorevoli (ad esempio una gravidanza avvenuta al di fuori del matrimonio, o la mancata partecipazione alle preghiere del venerdì).

Una delle ragioni che potrebbe aver spinto il Sultano a intraprendere questa direzione potrebbe essere la necessità di rafforzare il consenso dei conservatori, in un periodo in cui l’economia del Paese ha incontrato forti perdite. Del resto lo stesso opportunismo politico è comune, anche se con implicazioni differenti, nelle società occidentali. I temi come l’omofobia, i diritti delle comunità LGBT, e le leggi sull’aborto sono spesso utilizzati come cavalli di battaglia dai partiti più estremisti per conquistare la simpatia di quella fascia di elettori che sperano di trovare maggiori garanzie in un irrigidimento della società.

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