Generalmente, quando si tratta del conflitto civile yemenita, si tende a classificarlo come l’ennesimo scontro nato attorno a dissidi interni alla religione islamica che vede contrapposte le due correnti prevalenti: sunniti e sciiti. Se questo può sembrare plausibile ad una prima e semplicistica analisi del conflitto, un approfondimento conduce invece ad interrogarsi su quali siano le intenzioni dietro alle richieste delle fazioni in lotta all’interno dell’arena politica e in che modo eventuali attori esterni abbiano contribuito a rendere uno scontro puramente politico in uno religiosamente connotato. L’interferenza estera in questioni interne non è di certo una peculiarità del conflitto yemenita. In seguito alle proteste del 2011, e alla debolezza politica risultata in taluni casi, alcuni Paesi – tanto a livello internazionale che regionale – hanno iniziato ad esercitare il proprio “soft power” per cooptare o istituire nuovi sistemi politici, con il fine di ampliare la propria sfera di influenza. Questo è ad esempio visibile su un piano macroscopico con il caso siriano, dove sono coinvolti numerosi attori internazionali, tra i quali Russia, Stati Uniti, Turchia, Iran e Israele. Simmetricamente, ma molto meno sotto la luce dei riflettori del giornalismo, è quanto accaduto e accade tutt’ora in Yemen. Nello specifico, si tratta dell’interferenza delle due potenze regionali di Arabia Saudita e Iran all’interno del conflitto civile, nella cornice di quella che è stata definita “nuova guerra fredda mediorientale”, il cui fine non è quello di sconfiggere il proprio avversario militarmente, ma esclusivamente di costruire un’egemonia regionale ponendo le proprie fazioni alleate a capo di nuovi sistemi politici [1].

Le proteste in Yemen e l’inizio del conflitto civile

La storia della “primavera yemenita” non presenta in sé grandi particolarità rispetto a quelle coeve dello stesso periodo in tutto il Medio Oriente: un’ondata di rivolte esplode nel gennaio 2011, sulla scia di quanto accaduto in Tunisia e di quanto stava succedendo negli stessi giorni in Egitto. Le proteste avevano trovato nella richiesta di miglioramento delle condizioni economiche e sociali la base collettiva dell’opposizione al trentennale governo dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh. Facevano parte di questo movimento di protesta sia partiti islamisti di ispirazione sunnita quanto movimenti di carattere sciita – più precisamente sciita zaidita, una corrente di cui fanno parte alcune comunità residenti in Yemen – che trovano la propria rappresentanza in una storica tribù risiedente nel nord del paese, quella degli Huthi, e nel loro movimento armato di Anṣār Allāh (lett. Seguaci di Dio). Dopo diversi mesi di conflitto e con la fine del regime dell’ex presidente Saleh, il fronte di opposizione, dapprima unito, verrà spezzato. Durante il periodo politico di transizione seguito alle dimissioni dell’ex rais e conclusosi nei primi mesi del 2014, gli Huthi vennero completamente estromessi da qualsiasi incarico politico in favore dell’istituzione di un governo che ha visto nominati soprattutto esponenti dell’antica élite di governo e membri del partito sunnita Islah [2]. L’esclusione degli Huthi dalla Conferenza del Dialogo Nazionale era il risultato di alcune storiche politiche di divisone settaria che gravavano su di questi, portate avanti negli anni passati dal governo e che avevano contribuito a dipingere questa tribù come forza destabilizzante nel paese, risultato di un decennio di scontri proprio tra gli Huthi e il governo centrale. Tali episodi, e un breve intervento saudita nel 2009, avevano condotto l’allora presidente Saleh a demonizzare tramite una campagna di “sciitizzazione” questi gruppi ribelli, dipingendoli come antirepubblicani e antidemocratici supportati dall’Iran, con l’intenzione di restaurare l’antico imamato nel nord del Paese [3].

È stata dunque l’istituzione nel 2014 della nuova compagine governativa senza l’inclusione di Anṣār Allāh a causare un’escalation di violenza degenerata in guerra civile, con l’assedio e la conquista della capitale Sana’a prima e dell’importante città costiera di Aden poi da parte degli Huthi, costringendo in questo modo il neopresidente Hadi (già vicepresidente durante il governo Saleh) alla fuga in Arabia Saudita nel marzo del 2015, anno nel quale la monarchia saudita ha dato vita ad una coalizione per fermare l’avanzata degli Huthi e restaurare la presidenza di Hadi. La città di Aden è stata poi riconquistata dalla coalizione e ad oggi è stata eletta capitale dai separatisti del sud, che ricevono invece supporto internazionale degli Emirati Arabi. Se le monarchie del Golfo hanno in questo modo segnato il proprio ingresso nel conflitto ufficialmente, non si può dire invece lo stesso dell’Iran, che ha invece mantenuto un basso profilo fornendo le armi agli Huthi  in modo più velato, soprattutto tramite l’azione del ex capo delle forze armate responsabile per l’estero (Nīrū-ye Qods), il generale Qassem Soleimani. A causa dell’intervento di forze straniere, la lotta tra gli Huthi e la coalizione filo-governativa si è inasprita senza fermarsi ed è proseguito negli anni tra innumerevoli morti innocenti fino agli eventi più recenti come l’attacco missilistico alle raffinerie saudite. Nonostante la pandemia in atto, nel Paese non sembra che gli scontri siano destinati a fermarsi.

Le motivazioni dietro l’intervento estero

Nonostante sul palcoscenico della guerra civile yemenita si scontrino da un lato una “forza sciita” sostenuta dall’Iran e dall’altra una sunnita guidata dall’Arabia Saudita, la lettura della guerra civile yemenita unicamente come scontro settario appare piuttosto fallace. Numerose sono infatti le manifestazioni che suggeriscono che dietro questa semplicistica opposizione religiosa si celino interessi meramente politici. Analizzando gli obiettivi internazionali dei due grandi protagonisti, è possibile comprendere come ci si muova più nell’ambito della realpolitik che dell’ideologia religiosa. In primis, l’Arabia Saudita, storicamente poco influente sul più ampio piano regionale, tende a ergersi invece come potenza dominante nella Penisola araba, a discapito dei paesi confinanti, cercando di tutelare quanto più possibile lo status quo [4]. Tuttavia, proprio lo Yemen rappresenta per l’Arabia Saudita un possibile intralcio a queste intenzioni e le politiche che sono state storicamente perseguite dimostrano chiaramente come le azioni di Riad nei confronti dello Yemen siano state mosse più da scopi geopolitici che da legami etnico-religiosi. Durante la guerra civile dello Yemen del Nord del 1962, infatti, la monarchia saudita è intervenuta a fianco della famiglia dell’ex imam zaidita – e quindi sciita – che gli insorti avevano abbattuto per instaurare la repubblica, con l’unico scopo di arginare i sentimenti pan-arabi e antimonarchici dilaganti nella regione in quel periodo, così da evitare in questo modo l’istaurazione di una repubblica nazionalista araba ai suoi confini [5].

Allo stesso modo, negli anni seguenti ha sempre portato avanti una politica di ostruzionismo nei confronti dell’unione tra lo Yemen del Nord e del Sud, evento che invece ha comunque avuto luogo nel 1990, e creando di fatto per l’Arabia Saudita l’unico rivale nella Penisola per numero di abitanti (intorno ai 30 milioni). L’attuale ingresso in guerra in supporto del governo yemenita può essere considerato a questo proposito come un mezzo per sottolineare l’ordine gerarchico tra i due paesi. I rapporti tra Iran e Yemen sono invece legati proprio alla presenza in quest’ultimo di tribù sciite. L’appoggio iraniano, sia economico sia logistico, al movimento degli Huthi è in linea con la sua tradizionale politica estera di supporto a organismi non statali nella regione che condividono con Teheran una retorica antimperialista. Dallo scoppio della rivoluzione islamica del 1979, l’Iran ha effettivamente aggiunto una dimensione religiosa alla sua politica estera ma si è sempre posto più come attore panislamico che come agente settario unicamente sciita. Le scelte più discusse e solitamente indicate come settarie della politica estera iraniana, tra le quali il supporto ad Hezbollah in Libano e l’alleanza con Bashar al-Assad in Siria, possono invece essere definite più di necessità che di ideologia [6]. Un’eventuale imposizione sul piano internazionale da parte dell’Iran esclusivamente come un agente sciita avrebbe infatti condannato Teheran ad un isolamento completo in Medio Oriente, non potendo fare leva su fattori etnici condivisi. Per questo, l’appoggio agli Huthi si inscrive perfettamente nel quadro dello sfruttamento delle identità settarie al fine di un guadagno strategico nel conflitto per l’egemonia regionale.

L’Iran ottiene oltretutto un grande vantaggio supportando l’insurrezione Huthi, creando disordini ai confini con l’Arabia Saudita e che potrebbe eventualmente arrivare a risultare nell’istituzione di un governo alleato nella tradizionale area di influenza saudita che è la Penisola araba. Come si comprende, le strategie dei due paesi sono mosse quindi più da elementi politici che da fondamenti settari, che però pure vengono sfruttati per giustificare il proprio interventismo.

Uno scontro settario?

Risulta chiaro quindi come l’intromissione di Iran e Arabia Saudita su tutti abbia apportato effettivamente un cambiamento alla narrazione allo scontro politico locale, trasformandolo in una guerra settaria tramite l’utilizzo di apposite retoriche e politiche divisive. La loro partecipazione e il loro supporto ad una o l’altra fazione sembrerebbe essere infatti semplicisticamente dettato da presunti caratteri intrinsechi nella natura delle due fazioni. Tale coinvolgimento, però, posto in relazione con l’analisi delle politiche storiche di questi paesi evidenzia come le politiche settarie rappresentino esclusivamente una delle armi che possono essere adoperate all’interno di un conflitto, con buona pace dei sostenitori dello scontro di civiltà.  

 

Bibliografia

[1]

F. G. Gause III, «Beyond Sectarianism: The New Middle East Cold War,» The Brookings Institution, 2014.

[2]

S. P. Yadav, «The limits of the ‘sectarian’ framing in Yemen,» Islam in a Changing Middle East, pp. 39-41, 5 Gennaio 2016.

[3]

B. A. Salmoni, B. Loidolt e M. Wells, Regime and Periphery in Northern Yemen: The Houthi Phenomenon, RAND Corporation, 2010.

[4]

F. G. Gause III, «The Foreign Policy of Saudi Arabia,» in The Foreign Policies of Middle East States, Lynne Rienner Publishers, Inc, 2014b, pp. 185-206.

[5]

L. Guazzone, Storia contemporanea del mondo arabo. I paesi arabi dall’impero ottomano ad oggi, Mondadori Università, 2016.

[6]

R. Hinnebusch, The International Politics of the Middle East, Manchester: Manchester University Press, 2015.

 

 

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