Sebbene sia tendenzialmente facile individuare la data d’inizio dei conflitti armati, molto più complicato risulta essere determinarne la fine. In molti casi, la conclusione delle ostilità non coincide con la firma degli accordi di pace. Le conseguenze in termini di costi sociali, economici, demografici e occupazionali che colpiscono le popolazioni vittime dei conflitti non sono immediate, e non di rado sul lungo periodo si rivelano più devastanti dell’efferatezza delle truppe assalitrici. Dopo l’implosione dell’ex Jugoslavia, ad esempio, non tutte le regioni coinvolte sono state in grado di presentare opportune risposte per la ripresa post-bellica. In molti casi si è venuta a creare una forte dispartita economica tra la nuova nomenklatura emersa dalla guerra e il popolo restante.

Emigrazione in costante crescita, aumento della corruzione, abbassamento della vita media e una maggiore diffusione dell’analfabetismo, sono solamente i sintomi più evidenti della mancanza di una pianificazione statale. Non solo, per poter considerare conclusa una guerra c’è anche bisogno di una seria politica di archiviazione e di de-archiviazione, di promozione della memoria condivisa e di commemorazioni corali. Il diritto al ricordo costituisce un aspetto imprescindibile per completare il percorso di assorbimento popolare del conflitto. Quando esso non risulta essere esaurito, spesso si assiste a una risposta opposta, maggiormente radicale. La creazione di sacche irredentistiche tra la popolazione, ad esempio, è una delle maggiori e più problematiche conseguenze della negazione di tale diritto. Ciò, a sua volta, potrebbe innescare nuove e mutevoli forme di resistenza armata, con la concreta possibilità che si precipiti ex novo in situazioni altamente esplosive.

Ad alcune latitudini dell’ex Jugoslavia, ad esempio, la realizzazione della memoria collettiva non è solamente assente, ma viene addirittura ostracizzata. Il caso bosniaco è emblematico per comprendere quanto la memoria, nonché la sua negazione, sia fondamentale nel processo di riedificazione del tessuto sociale ed economico. Per la Repubblica bosniaca quello appena passato non è stato un agosto normale: in maniera puntuale i fantasmi della guerra sono tornati a soffiare con maggiore vigore sulla quotidianità nazionale. Partendo da L’Aja e arrivando fino a Sarajevo. In realtà, doveroso ricordarlo, l’ottavo mese dell’anno è per i bosniaci un periodo di forte commemorazione. Tra le date che più hanno segnato la storia recente della nazione non possiamo non menzionare quella del 25 agosto 1992 e del 28 agosto 1995.

Nella prima, la Biblioteca Nazionale, la Vijećnica, venne data alle fiamme dalle truppe cetniche, portando così alla scomparsa di migliaia di pagine testimoni della secolare presenza musulmana in Bosnia. Ed è proprio in queste sottotrame che si può analizzare il senso ultimo del conflitto per i serbo-bosniaci e per Belgrado: non solo conquistare e allargare lo spazio vitale della Grande Serbia, ma anche deturpare, astrarre e cancellare ogni fonte storica capace di provare e argomentare il legame tra la popolazione musulmana e la Bosnia. Non ci volle molto tempo: in pochi minuti secoli di scritti, trattati, testimonianze, dichiarazioni e tratte, vennero spazzate via. Così come precedentemente accaduto alle moschee, alle sinagoghe e alle chiese cattoliche.

Negli scaffali della Biblioteca Nazionale prima dell’esplosione erano presenti circa 155.000 libri, 478 codici manoscritti, oltre 600 serie di periodici, la raccolta nazionale di tutti i libri, giornali e riviste pubblicati in Bosnia dalla metà del XIX secolo, nonché le principali raccolte di ricerca dell’Università di Sarajevo. “A chi aveva costruito la guerra sulla storia dei diritti storici dei popoli slavi – afferma Paolo Rumiz [1]-, defraudati dagli invasori – dunque sull’assunto che la Bosnia era stata islamizzata –, non risultava tollerabile l’idea che una città fosse fiorita con l’Islam.”

 

L’intento cetnico di gettare alle fiamme l’intera memoria storica bosniaca prosperò per l’intera durata del conflitto, tanto che il Generale bosniaco Jovan Divjak propose il termine “urbicidio”[2]  per descrivere la piratesca azione dei cetnici. A cadere vittima della violenza assalitrice, infatti, fu anche il Museo Nazionale della Bosnia-Erzegovina, dal quale, fortunatamente, furono evacuati già nell’estate del 1992 i 200.000 volumi della relativa biblioteca. Lo stesso direttore Rizo Sijari perse la vita il 10 dicembre 1993 a causa di una granata che lo sorprese mentre tentava di coprire i fori del museo con dei teli in plastica.

Il secondo avvenimento, quello del 28 agosto 1995, invece, riporta alla seconda strage di Markale. In quella infausta giornata, come 18 mesi prima, una serie di colpi di mortaio si abbatterono sui civili intenti a racimolare il poco cibo circolante per le strade della capitale. Le vittime del massacro furono 43, mentre i feriti 75. Sebbene le autorità internazionali appurarono dopo minuziose ricerche che la provenienza dei colpi fosse individuabile nella zona amministrata dai serbi-bosniaci, immediatamente dopo la diffusione della notizia dell’attentato iniziò la solita retorica dello scarico di responsabilità, con serbi e bosniaci che si incolparono reciprocamente con il chiaro intento di ottenere i favori del contesto internazionale. Questa volta, però, nessuno “a parte Mladić e Karadžić, ebbe il coraggio di mettere in dubbio la paternità di quanto avvenuto[3].”

 

Nonostante sia passato già un quarto di secolo, la strage di Markale, rimane ancora un elemento estremamente attuale e centrale all’interno dell’analisi. I presunti responsabili in sede di Tribunale hanno sempre negato la paternità del massacro, al contrario, hanno perseverato nel parlare di messa in scena attuata da Alija Izetbegović al fine di colpire l’opinione pubblica internazionale. L’omertà che si cela davanti ai mandanti della strage, però, non è un caso isolato. Di fatto, l’impossibilità di archiviare definitivamente in sede giudiziaria tali avvenimenti rischia di ostacolare il cammino delle etnie che compongono la Bosnia verso una nuova convivenza pacifica. Il mancato adempimento di una reale giustizia, seppur postuma, rappresenta una ancor più subdola continuazione della guerra, e un nuovo diniego della politica internazionale nei confronti della Bosnia musulmana. In molti casi è stata lamentata dai bosniaci una giustizia selettiva e superficiale, che, se da un lato ha portato alla condanna i gerarchi dell’esercito serbo-bosniaco, dall’altro, ha evitato di approfondire e di imporre adeguati risarcimenti alle vittime. Proprio quest’ultime in varie occasioni hanno denunciato il fatto di essere state trattate in sede giudiziaria non come legittime vittime, ma come meri testimoni dei fatti. Ed è proprio in queste lacune, in queste stanze riflettenti, che la linea vitale del conflitto rimane accesa, attuale e pericolosa. La domanda che ci dobbiamo porre, dunque, è sempre la stessa: è davvero finita la guerra in Bosnia? Formalmente sembrerebbe di sì. Infatti, proprio in quest’ultimo agosto sarebbe essere stata raggiunta la battuta conclusiva dei lavori giudiziari. Lo scorso 25 agosto, dinanzi al Meccanismo residuale internazionale per i tribunali criminali, ovvero l’organismo che ha preso il posto del Tribunale penale internazionale de L’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi), si è aperto il processo d’appello a carico di Ratko Mladić. L’ex capo militare dei serbi bosniaci era stato condannato nel 2017 in primo grado all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, l’assedio di Sarajevo e altri crimini di guerra durante il conflitto armato in Bosnia.

Ma questo passaggio, per quanto fondamentale, non è sufficiente ad archiviare definitivamente il capitolo guerra in Bosnia, come, dall’altra parte, non lo sono tutte le differenti condanne. La negazione della memoria e l’impossibilità di raggiungere una dignitosa verità ledono il popolo bosniaco più di quanto queste condanne gli arrechino giovamento. A che serve condannare Mladić, Karadžić o i cugini Lukić se la Comunità internazionale non interviene al fine di riconoscere la premeditazione statale del genicidio Srebrenica o l’infamia delle violenze carnali a cui erano costrette le donne appartenenti “all’etnia sbagliata” nelle gelide stanze di Vilina Vlas. Come si può credere che la guerra sia terminata se anche una semplice e tombale parola come “genocidio”, incisa su una stele funeraria nel cimitero delle vittime di Višegrad, procura tale fastidio che la stessa amministrazione locale si è adoperata per rimuoverla[4]. A Višegrad, però, come in molti altri luoghi, per la Comunità internazionale non c’è stato nessun genocidio, nessuna pianificazione di sterminio.

Allora, a cosa serve condannare i gerarchi se poi non viene riconosciuto nessun diritto alla memoria e si lascia cavalcare il revisionismo storico verso letture estremamente selettive? Come si può considerare conclusa la guerra se molte donne sono ancora costrette a convivere con i sorrisi e i ghigni dei loro vecchi stupratori? E così, dopo venticinque anni dalla fine delle ostilità, la popolazione bosniaca ancora non si è vista riconoscere il diritto alla memoria, alla legittimazione del genocidio. Srebrenica è stato l’esame finale, ma prima di essa, a cominciare da Višegrad, vi sono state numerose prove generali. Ancora nel 2015, nonostante la richiesta del Regno Unito avanzata in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu per riconoscere l’avvenuto genocidio di Srebrenica, il veto della Russia (rappresentata da Vitaly Churkin) ha di fatto allontanato per l’ennesima volta l’ottenimento di tale diritto da parte della popolazione. In conclusione, fino a quando non verrà permesso alla popolazione bosniaca il godimento del diritto alla memoria, la guerra in Bosnia non potrà considerarsi conclusa, nonostante le sentenze altisonanti emesse dai Tribunali internazionali. “I Tribunali trattano le vittime da testimoni, non da vittime.” Ha dichiarato Kanita Fočak al giornalista Luca Leone. “Il che impedisce loro di ottenere i risarcimenti. Al Tribunale de L’Aja le donne oggetto di stupro etnico non hanno avuto alcun riconoscimento dei torti gravissimi subiti ma sono state addirittura umiliate davanti ai loro aggressori. Questo vuol dire una sola cosa: al mondo non importa niente di queste persone.”

 

 

Note

[1] P. Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 142.

[2]   J. Divjak, Sarajevo mon amour, Infinito edizioni, Formigine, MO, 2007, p.135

[3] J. Pirjevec, Le guerre jugoslave. 1991-1999, Einaudi, Torino 2014, p. 501

[4] L. Leone, Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio, Infinito edizioni, Formigine (MO), 2017, p.54

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