Un mare di bugie per alterare la percezione dell’opinione pubblica sulla guerra in Aghanistan: è ciò che emerge dai documenti ottenuti dal Washington Post dopo una dura battaglia con il Governo federale. Il WP è entrato in possesso dei documenti del SIGAR, agenzia federale istituita nel 2008 per monitorare gli sforzi americani in Aghanistan. Dal 2014, il SIGAR ha realizzato un report dal titolo “Lezioni imparate” sui principali errori commessi dal 2001 nell’ambito dell’invasione in Aghanistan.

Il documento contiene 428 trascrizioni di colloqui e diverse registrazioni audio di generali, ufficiali ed ex funzionari del governo degli Stati Uniti. Le amministrazioni statunitensi che si sono succedute hanno speso quasi 1.000 miliardi $ tra aiuti al Governo afghano, spese militari e progetti di ricostruzione; 2.300 militari hanno perso la vita e circa 20.000 hanno riportato ferite più o meno gravi; mentre i 18 anni di conflitto hanno visto la morte di 3.804 civili afghani. Tutto ciò per una guerra che, malgrado la narrazione tanto positiva quanto falsa, ha fallito nei suoi obiettivi a lungo termine.

Dopo l’immediato successo militare tra il 2001 e il 2002 nella lotta ad Al-Qaeda, l’amministrazione Bush ha mantenuto il contingente militare nel territorio, senza una precisa strategia. A dispetto di ciò, il Governo raccontava di “costanti progressi” con l’obiettivo di far accettare la guerra all’opinione pubblica internazionale ed alla popolazione americana, che intanto iniziava ad avere notizie dei primi militari morti sul campo.

“Ogni informazione sulla guerra è stata modificata per diffondere la migliore immagine possibile”: l’affermazione di Bob Crowley, maggiore dell’esercito e consulente senior, condanna la narrazione delle amministrazioni Bush, Obama e, in misura minore, Trump. Dal 2001, gli USA hanno inviato più di 775.000 soldati in Afghanistan.

Uno sforzo immane in termini di risorse finanziarie e uomini in un territorio di cui “non si conosceva nulla”, come riferiva negli stessi documenti pubblicati dal WP Douglas Lute, generale in pensione della US Army. È sempre Lute ad ammettere: “Non sapevamo cosa stessimo facendo”, e forse è questo il motivo principale del fallimento americano nel contrastare l’avanzata dei Talebani, i quali guidavano l’insurrezione contro l’esercito statunitense.

Oltretutto, la definizione del nemico principale contro cui concentrare gli sforzi militari ha spiazzato le forze americane, soprattutto dopo l’escalation portata avanti dall’amministrazione Obama.

Gli stessi vertici militari erano spiazzati, come dimostrano le parole di Jeffrey Eggers, ufficiale in pensione della Navy Seal: “Perché abbiamo considerato i Talebani come principali nemici quando siamo stati attaccati da Al-Qaeda?”, si chiede Eggers.                                                                                                                         La parzialità della retorica statunitense sui progressi raggiunti si evince anche dal controverso rapporto con il Pakistan, che in cambio di sostegno finanziario e di intelligence doveva – nelle intenzioni delle amministrazioni USA- rafforzare i controlli al confine con l’Afghanistan, catturando i combattenti Talebani e sgominando i loro rifugi.

Un altro decisivo fallimento della strategia americana si ravvisa nell’elargizione di fondi al governo afghano per la ricostruzione (circa 133 milioni $). Lo ammette tra le righe un funzionario anonimo dell’Agenzia USA per lo sviluppo e la ricostruzione, quando evidenzia la “perdita di obiettività” dell’amministrazione Obama, la quale ha “dato troppi soldi, spendendoli senza ragione”.

Legato allo sperpero di risorse finanziarie americane, vi è anche il tema della corruzione endemica del primo governo post-invasione, presieduto da Hamid Karzai. La “catechizzazione” del governo aghano da parte degli americani doveva rappresentare uno dei punti cruciali della strategia di contrasto ai talebani, che nel frattempo guadagnavano il favore del popolo, e con ciò il controllo del territorio.

Nel 2006, Cristopher Kolenda, tre volte colonnello delle forze USA in Afghanistan, riferiva al SIGAR che i vertici militari nutrivano una forte ostilità nei confronti del Governo Ghani, il quale “si stava organizzando in una cleptocrazia […] Come un cancro che si aggrava col passare del tempo”.                                                                        Ma probabilmente le menzogne più impattanti nell’opinione pubblica riguardavano il (non)fatto che gli USA stessero vincendo la guerra e che a breve tutti i soldati sarebbero stati richiamati. “Non possiamo ritirarci prima di elaborare un piano preciso per la stabilità dell’Afghanistan”, scriveva in un dispaccio Donald Rumsfeld, Segretario alla Difesa durante il primo mandato di George W.Bush, nonché uno dei principali sostenitori delle invasioni in Iraq e Afghanistan.

La bufera sui 18 anni di menzogne e mistificazioni ha travolto l’amministrazione Trump negli stessi giorni in cui il Presidente ha annunciato sorprendentemente la ripresa dei colloqui con gli esponenti Talebani. Alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre, infatti, il Presidente Trump aveva annullato l’incontro di Camp David con i Talebani, le cui forze armate si erano rese protagoniste dell’omicidio di un soldato americano durante un attacco bomba a Kaboul. In riferimento ai documenti scandalosi del Washington Post, l’amministrazione Trump ha scelto per adesso la via del silenzio. Il ritiro totale e la facilitazione di una pace tra il governo afghano e i Talebani rimangono gli obiettivi; eppure non basterà un tavolo negoziale a cancellare la scia di vergogna sulla narrazione di questi 18 anni di conflitto.

DOCUMENTI CONSULTABILI SU: https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/investigations/afghanistan-papers/afghanistan-war-confidential-documents/

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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