Mentre il mondo è giustamente distratto dalla questione COVID19, il potenziale conflitto tra Cina e USA completa un nuovo percorso, aggiungendo all’ancora presente guerra commerciale una serie di misure e ritorsioni diplomatiche.

La nuova fase della guerra ha avuto inizio il 14 luglio, quando Washington ha ordinato la chiusura del Consolato cinese a Houston. Alcuni cittadini, allarmati da un rogo appiccato nel cortile del consolato, avevano avvertito le autorità, in seguito scoprendo come l’apparato consolare fosse intento a bruciare alcuni documenti sensibili. Nulla di illegale o desueto, ma considerando il clima di diffidenza tra i due paesi, Washington ha potuto utilizzare il casus belli per giustificare l’atto di chiusura, a cui Pechino ha reagito chiudendo a sua volta il consolato americano di Chengdu. La città non è una scelta casuale, in quanto questa sede diplomatica copriva di competenza l’area del grande ovest cinese, Tibet e Xinjiang inclusi.

Nel mezzo del fuoco reciproco di accuse, pretestuose o meno che siano, il vero danno collaterale si conta nelle relazioni sino-americane, ricostruite con fatica decennio per decennio. Fino al 1971 le due parti erano state in grado di incontrarsi, nella più totale segretezza, solo nelle città di Varsavia e Ginevra. Grazie al lavoro congiunto di Nixon e Kissinger, i due paesi avevano ripreso un timido dialogo in funzione anti russa che, almeno fino a poco fa, rappresentava anche il sigillo di garanzia alla globalizzazione.

Tolto il sigillo, la situazione è già piombata in una spirale di caccia alle spie. La Procura americana ha continuato la sua caccia, spiccando un mandato d’arresto per Tang Juan, professoressa di Biologia accusata di spionaggio, che prontamente ha trovato asilo nel consolato cinese di San Francisco.

Le accuse riguarderebbero numerosi file e altri documenti sensibili trasmessi da Tang alle autorità militari di Pechino, oltre all’aver negato alcun tipo di connessione con le stesse durante un interrogatorio.

Nelle stesse ore, un cittadino di Singapore residente a Washington ha ammesso di essere “agente illecito di una potenza straniera”. L’uomo, di nome Jun Wei Yeo, sostiene di aver lavorato per l’intelligence cinese per 5 anni,

Le modalità con cui questi casi stanno emergendo fanno pensare che Washington sia perfettamente conscia della magnitudo del problema: gli accordi di buon vicinato con la Cina avevano obbligato a chiudere più di un occhio nei confronti delle operazioni cinesi, ma gli americani hanno mantenuto l’altro sempre aperto e vigile.

Le conseguenze di questa nuova fase del confronto Sino-Americano saranno effettive e di rapida applicazione, il nido di vespe è stato scoperchiato e senza dubbio metterà a repentaglio l’eredità di Nixon.

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