Questo giovedì, 27 giugno rimarrà come una nuova giornata buia in Tunisia colpita da tre attacchi mirati e quasi concatenati. Il bilancio è quello di un morto e di diversi feriti e uno degli attacchi ha colpito il cuore dello stato, una caserma della Guardia Nazionale. Un attentatore suicida si è fatto esplodere davanti alla porta sul retro del complesso di Gorjani, il campound antiterrorismo dove si riuniscono i servizi della Guardia nazionale e della polizia giudiziaria.Un’esplosione è avvenuta nel centro di Tunisi all’altezza di Bab Bhar, non lontano dall’ambasciata francese. L’attentato kamikaze ha preso di mira una pattuglia della sicurezza. Nella seconda esplosione un kamikaze, che si è fatto esplodere contro una pattuglia della polizia in via Charles de Gaulle, nei pressi della via principale del centro della capitale, avenue de Bourguiba, posta all’ingresso della Medina.

Gli attentati giungono lo stesso giorno in cui è comparsa la notizia del decesso (poi smentito Il principale consigliere della presidenza della Tunisia, Firas Guefrech) del presidente tunisino Beji Caied Essebs. Il suddetto avrebbe avvertito un grave malore durante ed è stato trasportato d’urgenza in una struttura militare per le cure del caso. Essebsi, 92 anni, è il primo presidente democraticamente eletto della Tunisia. È arrivato al potere nel 2014, tre anni dopo la rivoluzione che pose fine a 23 anni di dittatura di Zine El Abidine Ben Ali dando il via alla cosiddetta Primavera araba.

Un veterano della politica, Essebsi era già stato consigliere sotto Habib Bourguiba, cioè il padre dell’indipendenza della Tunisia dalla Francia, e aveva anche ricoperto una serie di incarichi di rilievo sotto Ben Ali. Negli anni era stato direttore della polizia nazionale e ministro dell’Interno, poi titolare del portafoglio della Difesa, ambasciatore in Francia, inviato della Tunisia in Germania e anche ministro degli Esteri. Ha ricoperto la presidenza del Parlamento nel 1990 e 1991. Dopo la rivoluzione del 2011, ha fondato ed è diventato presidente del nuovo partito Nidaa Tounes. Ad aprile scorso ha annunciato la sua intenzione di non ricandidarsi alle elezioni presidenziali in programma per il 6 ottobre. L’ultimo bollettino medico ha parlato di una stato di salute stabile seppur grave.

La Tunisia, stato arabo mediterraneo non è nuova a esplosioni di violenza jihadista. Diversi sono stati gli attentati negli ultimi anni come quello del 18 marzo 2015 al museo del Bardo (24 le vittime di cui 20 turisti, 4 dei quali italiani) oppure i 12 ufficiali vittime di un autobomba nel novembre del 2015 ma l’attentato di questa mattina solleva un incognita sul futuro incerto del paese. La Tunisia, a differenza di altri paesi arabi e africani coinvolti nelle primavere di rivolta è riuscito a riemergere dalle turbolenze come esempio di democrazia (seppur precaria) in un contesto pervaso da democrature, guerre civili e repressione. L’alternanza democratica che si è ripetuta attraverso i numerosi cambi al vertice è il sintomo di una vivace opinione pubblica e di stabili istituzioni per cui analisti politici dell’area hanno inquadrato Tunisi come un esempio per l’area.

Nonostante una promettente crescita economica, costanti e radicate relazioni multilaterali con l’Europa, l’Africa e il mondo Arabo la Tunisia cova al suo interno i prodromi di un insofferenza che trova una propria espressione nel radicalismo islamista. I partiti della galassia islamista (fratellanza musulmana, salafiti o moderati) hanno trovato un posto nel variegato parlamento ma cresce e si radica, principalmente nelle periferie un jihadismo che fa proseliti tra una popolazione giovane e in parte esclusa dalla crescita economica del centro. Oltre 3000 i jihadisti partiti dal piccolo territorio tunisino per raggiungere le file dell’ex stato islamico mentre non c’è certezza tra le autorità sul numero esatto di coloro che hanno fatto ritorno. Oltre ai reduci, cellule locali mai sconfitte e pervasive fondamentale è l’apporto di instabilità, traffici e disordine proveniente dalla Libia. Tunisi e Tripoli (oramai anche Bengasi) condividono un poroso e incontrollabile confine desertico ampiamente sfruttato dagli insorti. La fragile democrazie è continuamente sfidata ma sembra resistere in un equilibrio precario sorprendente.

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