Lo scoppio dell’allerta sanitaria scatenata dal nuovo coronavirus ha riportato alla memoria di Pechino e del mondo intero l’epidemia di SARS che colpì prevalentemente Cina continentale ed Hong Kong tra il 2002 e il 2003. Le autorità cinesi stanno dimostrando di aver appreso la lezione della SARS, sebbene a Pechino possano essere ancora imputati degli errori.  

 Allo scoccare dell’anno del topo, Pechino si è trovata a fronteggiare una emergenza sanitaria scatenata da un virus, denominato nCoViD-19, appartenente al medesimo ceppo virale di quello che la colpì 17 anni fa, noto comunemente come SARS.

La diffusione del nuovo coronavirus ha, infatti, risvegliato le memorie del febbraio del 2003, quando, dopo mesi di silenzio da parte della autorità cinesi, divenne chiaro che una epidemia, il cui focolaio si pensa sia stato la città di Foshan, nella regione del Guangdong, si stava diffondendo in Cina e nel mondo intero. Allo scopo di preservare la sicurezza nazionale, Pechino aveva tentato di insabbiare i numeri del contagio e la scarsa trasparenza le costò dure critiche da parte della comunità internazionale e dell’OMS.

A distanza di quasi 20 anni, la Cina è divenuta un paese adulto e responsabile nella gestione di emergenze simili? Cosa ha appreso dallo scoppio dell’epidemia di SARS?

Dal punto di vista scientifico, la principale distinzione riguarda la rapidità con cui Pechino è riuscita ad individuare l’agente patogeno dell’nCoViD-19.

Allo scoppio della SARS, il Centro per la prevenzione e il Controllo delle Malattie cinesi produsse una diagnosi erronea, ritenendo che la causa di quelle infezioni che si stavano registrando nel Paese fosse dovuta al batterio Chlamydia trachomatis, piuttosto che al SARS-CoV. Il ceppo virale venne successivamente individuato dal team del British Columbia Cancer Research Center di Vancouver, isolandolo da un paziente deceduto a causa della SARS a Toronto.

L’agente eziologico del nuovo coronavirus è stato, invece, correttamente identificato dagli esperti cinesi già agli inizi di gennaio, la cui sequenza genomica è stata immediatamente condivisa sia con l’OMS che con gli altri Paesi.

 

La collaborazione con l’intera comunità internazionale e la conseguente attuazione di misure di contenimento draconiane rappresentano l’altro elemento che contraddistingue la gestione dell’emergenza nCoViD-19 da quella della SARS.

Nel 2003, lo stato di allerta globale venne dichiarato solo dopo tre mesi dalla morte del paziente zero – quando la diffusione del virus riguardava oramai 1600 casi in 12 paesi, compresi Canada e Stati. Le autorità cinesi, prima di allora, si erano trincerate dietro un muro di silenzio e di menzogne. Alle ripetute richieste dell’OMS, pervenute già nel dicembre del 2002, in merito alla situazione sanitaria nel Paese, Pechino aveva risposto riportando casi di semplice influenza.

In una intervista del 3 aprile 2003, l’allora Ministro della Salute Zhang Wenkang e l’allora Direttore del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie cinesi Li Liming, dichiararono che viaggiare in Cina fosse sicuro e che i numeri sulla diffusione del contagio divulgati dai media stranieri – ben più alti rispetto alle cifre confermate da Pechino – fossero del tutto infondati.

Questa volta, perfino l’OMS ha lodato la collaborazione della Cina e l’impegno politico nella risposta all’epidemia. Il Direttore Generale dell’OMS ha dichiarato che Pechino ha “stabilito nuovi standard per la gestione delle epidemie” che dovrebbero essere presi a modello a livello globale. Il lockdown della città di Wuhan, il parziale blocco delle attività produttive così come l’utilizzo di intelligenza artificiale e big-data per il controllo della popolazione sono solo alcune delle misure che stanno favorendo il contenimento del virus.

Inoltre, mai prima d’ora in situazioni di emergenza, Pechino è stata disposta ad accettare aiuti internazionali. Quando nel 2008, un terribile terremoto scosse il Sichuan, provocando 70.000 vittime, il PCC rifiutò qualsiasi forma di collaborazione esterna. Tuttavia, nella lotta al coronavirus, il governo si è dimostrato ben disposto a ricevere supporto e appoggio dall’intera comunità internazionale.

La ragione del neo-nato spirito collaborativo di Pechino è in parte da ricercare nel ruolo che la Cina ha acquisito nello scacchiere globale della cooperazione internazionale. Il Paese, sin dal 2015, sta dimostrando un crescente impegno a favore di numerose iniziative di rafforzamento delle relazioni bilaterali e multilaterali, sia incrementando la sua presenza nelle organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’ONU, sia destinando risorse economiche a tali iniziative.

 

Tuttavia, il simbolo più vivido dei demeriti di Pechino nella gestione dell’attuale emergenza è Li Wenliang. Il 30 dicembre il medico cinese, in una chat di gruppo sulla nota app di messaggistica Wechat, comunicò ai suoi colleghi il ricovero e la quarantena in ospedale di sette pazienti affetti da un virus che presentava le stesse sembianze della SARS, originatosi dal mercato del pesce di Wuhan.

Immediatamente dopo la diffusione di questa informazione, Li venne richiamato dalla polizia di Wuhan e costretto a firmare una dichiarazione nella quale ammetteva la divulgazione di rumors fasulli.

 

Tale vicenda pone l’accento su un caposaldo del sistema cinese, comune a molti regimi autoritari: la censura. Uno studio condotto da Citizen Lab, laboratorio interdisciplinare della Munk School of Global Affairs dell’Università di Toronto, ha dimostrato che già il 31 dicembre il governo aveva avviato un’azione di censura sulle principali piattaforme cinesi di comunicazione, rimuovendo o oscurando tutti gli elementi collegabili a quel possibile virus che si stava diffondendo a Wuhan.

Il 1 gennaio, la polizia aveva annunciato l’applicazione di misure legali contro tutti coloro che avessero attentato all’ordine pubblico diffondendo rumors online. Nelle due settimane successive, la Commissione Sanitaria del capoluogo dell’Hubei è rimasta l’unica fonte per eventuali aggiornamenti sul virus e per molte settimane la trasmissione uomo a uomo è stata negata. Al 17 gennaio, le autorità di Wuhan avevano riportato solamente 41 casi. Al 20 gennaio il numero era quasi quintuplicato.

Anche il giornalismo è stato imbavagliato dalla censura tant’è che di alcuni giornalisti che avevano cercato di documentare la situazione nel Paese non si hanno più notizie.

A ciò si aggiunge la presenza di un sistema medico-sanitario altamente frammentato sia verticalmente che orizzontalmente, il quale non favorisce la gestione delle emergenze.  Ognuno dei cinque livelli amministrativi in cui il Paese è suddiviso ha delle proprie competenze in ambito medico-sanitario, le quali sono ulteriormente ripartite tra i vari organismi governativi locali operanti in ciascun livello.  Tecnicamente, i funzionari di tali organismi dovrebbero fare rapporto al governo locale e al comitato locale del partito dell’area amministrativa sotto cui si trova la loro giurisdizione. Tuttavia, spesso, la coordinazione a livello locale è scarsa, determinando delle falle nell’intero sistema.

Sebbene Pechino abbia compiuto numerosi passi per favorire la trasmissione di informazioni direttamente al Ministero della Salute e al Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, il sistema continua a mantenere la sua struttura gerarchica.

La farraginosità del sistema è stata messa in luce anche dall’ oramai ex sindaco di Wuhan, Zhao Xianwang. L’uomo, accusato di ritardi nella gestione dell’emergenza, ha sottolineato che, nel caso di malattie infettive, la legge cinese prevede che le amministrazioni locali non abbiano la facoltà di divulgare informazioni, previa il consenso delle autorità centrali.

In questa vicenda, la Cina ha dato dimostrazione di grande competenza, resilienza e reattività. Tuttavia, la natura gerarchica ed autoritaria del suo sistema politico interno rappresenta la causa dei suoi stessi demeriti. 

Fonti:

https://www.wsj.com/articles/as-economy-suffers-xi-faces-pressure-to-lift-virus-restrictions-11582742443

https://www.repubblica.it/online/cronaca/virusquattro/cina/cina.html  

https://www.sciencemag.org/news/2003/04/sars-suspect-sequenced      

http://www.taipeitimes.com/News/front/archives/2003/04/06/0000201012

http://bg.chineseembassy.org/eng/dtxw/t131883.htm

https://www.sciencemag.org/news/2020/03/china-s-aggressive-measures-have-slowed-coronavirus-they-may-not-work-other-countries

https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_09/coronavirus-sars-contagi-confronto-7996a236-4b8a-11ea-aff7-4a3600894a18.shtml

https://edition.cnn.com/2020/02/03/asia/coronavirus-doctor-whistle-blower-intl-hnk/index.html

https://it.insideover.com/politica/la-cina-sempre-piu-leader-nel-peacekeeping-dellonu.html

https://www.limesonline.com/rubrica/cina-usa-organizzazioni-internazionali-onu-fao-aiib

https://academic.oup.com/heapol/article/29/6/663/570318

https://jamestown.org/program/the-ccp-response-to-the-wuhan-coronavirus-a-preliminary-assessment/

 

 

 

 

 

 

 

 

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