In Africa l’essere mamma è una sfida difficile. Sono numerosi i fattori che contribuiscono a rendere la condizione della donna in continente africano ai limiti dell’umano

Molto più che in altri paesi del mondo, in Africa l’essere mamma è una sfida difficile. Sono numerosi i fattori che contribuiscono a rendere la condizione della donna in continente africano ai limiti dell’umano: il bassissimo o addirittura inesistente livello di istruzione, l’inesistenza di leggi che tutelano i diritti fondamentali e le prospettive di emancipazione del genere femminile o addirittura l’applicazione di leggi che penalizzano la condizione femminile in un continente così povero, le pratiche culturali e religiose che annientano la dignità e che rendono la vita delle donne non soltanto difficile ma anche dolorosa. È sottinteso il riferimento alla pratica dell’infibulazione (mutilazione degli organi genitali femminili) largamente diffusa e traumatica (senza alcun motivo medico giustificato) che provoca conseguenze sulla salute mentale, fisica e sessuale delle giovani donne che la subiscono. Una tragica conseguenza delle mutilazioni genitali femminili è che, al momento del parto, sia il bambino che la madre rischiano la propria vita. Per non parlare di tutte le conseguenze sanitarie che non possono essere curate a causa di sistemi sanitari pressocché inefficienti.

 

La pratica dell’infibulazione è stata riconosciuta a livello internazionale come una grave violazione dei diritti umani della salute e dell’integrità delle donne e delle ragazze. Nel 2012 con risoluzione (UN Doc. A/RES/67/146), l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato la necessità di “intensificare gli sforzi globali per l’eliminazione della patica delle mutilazioni genitali femminili”. Tale obiettivo è stato inserito tra le priorità degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile indicati dalle NU da raggiungere entro il 2030. Oggi qualcosa è cambiato, molti paesi hanno dichiarato illegale tale pratica. Da ultimo, il Sudan che a maggio ha finalmente dichiarato le mutilazioni genitali femminili un reato.

In un rapporto molto dettagliato pubblicato nel 2015 dall’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) intitolato “Demographic Perspectives on Femal Genital Mutilation” sono stati chiaramente analizzati alcuni fattori che sono estremamente interdipendenti tra di loro e che determinano la natura della condizione materna piuttosto precaria che le donne africane sono costrette a vivere: una popolazione molto numerosa e molto giovane, un alto tasso di fertilità, un alto livello di povertà e un alto livello di mortalità (anche infantile). Le donne ed i figli che riescono a sopravvivere ad una gravidanza devono fare i conti con le dure realtà che li aspettano, caratterizzate da povertà estrema, nessun sistema sanitario o adeguati programmi di educazione sessuale e prospettive di emancipazione davvero limitate. Le figlie femmine, a loro volta, sono segnate da un destino comune spesso contrassegnato da episodi di violenze sessuali e matrimoni precoci. Eppure “le donne africane possono cambiare il continente offrono cura e lottano per la vita dei propri figli con convinzione soprattutto se motivate da governi rappresentativi del genere femminile come, ad esempio quello etiope. Viva la mamma!

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