A poco più di un anno dalla scadenza del mandato presidenziale, la politica estera dell’amministrazione Trump sta assumendo dei tratti sempre più definiti. Quanto ha contato la personalità e lo stile del Presidente nella conduzione della politica estera americana dell’ultimo biennio? In che misura Trump concepisce la politica estera come una leva per il consenso interno ed allo stesso tempo uno strumento per elevare lo status, il prestigio nella gerarchia internazionale degli Stati Uniti? La teoria di analisi della politica estera del “gioco a due livelli” spiega efficacemente la consistenza della politica estera trumpiana e, insieme ad alcuni tratti distintivi, ripresi dalle strategie negoziali del Trump-imprenditore, ci aiuta ad inquadrare la “Dottrina Trump”.

«La forma è la sostanza». Non c’è espressione che descriva meglio il modus operandi del Presidente Trump nel campo delle relazioni internazionali e nella definizione della politica estera. Fin dall’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, si è parlato di cambio di passo della politica estera americana intorno alle parole d’ordine “isolazionismo” e “America First”; gli stessi slogan caldeggiati negli anni ’30 da Charles Lindbergh, membro del Congresso, isolazionista convinto e strenuo oppositore dell’intervento americano nella Seconda guerra mondiale. Tuttavia, come le recenti evoluzioni hanno dimostrato, i tentativi di categorizzare e ricondurre ad unità una certa “Dottrina Trump” in politica estera si sono rivelati fallaci e fuorvianti. Gli sforzi di professori, analisti, editorialisti e vari addetti ai lavori si sono scontrati con l’imprevedibilità, la contraddittorietà, la teatralità dei comportamenti del Presidente, ma soprattutto con la realpolitik. Sebbene si possano pacificamente ammettere le sue forti inclinazioni protezionistiche, il rigetto del multilateralismo, un approccio mercantilistico nelle relazioni bilaterali ed una tendenza verso il disimpegno militare statunitense nel mondo, il Presidente Trump ha dovuto calibrare le sue scelte di politica estera in virtù della collocazione internazionale del suo Paese, ereditata dai suoi predecessori. Proprio dal contesto internazionale dipende in larga misura l’interesse nazionale americano, tradizionalmente legato al commercio ed alla sicurezza internazionale. Per questo motivo, unilateralismo e protezionismo non costituiscono il fulcro o il fine della politica estera dell’amministrazione Trump, bensì rappresentano un mero strumento di negoziazione, funzionale a raggiungere “il miglior accordo possibile” con i partner internazionali. Pertanto, se esiste una “Dottrina Trump” in politica estera, si può rintracciare in una certa uniformità nella modalità di conduzione dei negoziati con le controparti straniere: emerge uno schema ricorrente attraverso cui il Presidente cerca di capitalizzare al massimo il consenso interno ancor prima che internazionale (la parziale indifferenza per le reazioni dei vari attori internazionali è una delle ragioni che ha reso gli USA più isolati nell’arena internazionale).

Il “Gioco a due livelli” nell’America first

Nella concezione di Trump, il gioco politico interno e le relazioni internazionali sono intimamente correlati. Più in generale, nell’elaborazione delle scelte di politica estera, il leader gioca una partita doppia: a livello domestico con gli alleati di governo; a livello internazionale nei tavoli negoziali e nei forum internazionali (è noto come Trump preferisca, per indole, le relazioni bilaterali). La teoria del gioco a due livelli, così come presentata da Putnam nel 1988, dipinge il decisore politico come un “giano bifronte”, impegnato ad ottenere dei risultati politicamente accettabili, tenuto conto delle visioni politiche dei colleghi di Governo e dei vincoli internazionali. È il concetto di WINSET, ossia il ventaglio di tali risultati, determinati da una costante interazione tra fattori domestici ed internazionali. Più ampio è il winset, più alta è la probabilità di giungere ad una decisione; pertanto i decisori politici adotteranno strategie per manipolarne l’ampiezza.

Nel caso di specie, occorre adattare la teoria di Putnam al contesto istituzionale americano: il Presidente, capo di Stato e di Governo, può dimissionare e sostituire i suoi Segretari in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione (nella prassi, la più frequente è quella di incompatibilità politiche tra il Segretario dimissionato e il Presidente). Attraverso questa prerogativa, un Presidente USA riesce a condizionare l’ampiezza del winset, poiché preferirà nominare funzionari governativi che riflettono le sue stesse visioni politiche. Nel primo anno dell’amministrazione Trump, il tasso di turnover è stato del 34%, ed ha investito perlopiù i dicasteri chiave della politica estera: Mike Pompeo ha sostituito l’ex Segretario di Stato Rex Tillerson; John Bolton come Consigliere per la Sicurezza nazionale al posto di McMaster, il quale a sua volta era stato chiamato a rimpiazzare Michael Flynn; infine, nel dicembre 2018, le dimissioni del Segretario della Difesa, Jim Mattis, in forte disaccordo con il Presidente sul disimpegno militare in Siria (a capo del Pentagono, dopo 7 mesi di reggenza ad interim, è stato recentemente nominato Mark Esper).All’interno dell’amministrazione Trump la contrattazione politica interna sulle mosse di politica estera è pressoché limitata, se non assente; di conseguenza le decisioni vengono elaborate a partire dalla visione del mondo del Presidente. Il quale ha ben compreso come utilizzare la politica estera come leva per rafforzare la sua figura politica e raccogliere consenso elettorale. A questo punto, quindi, risulta decisivo analizzare come avviene la contrattazione tra il governo Trump e le controparti estere. Qui subentra la storia personale, il carattere e la personalità del Presidente, incline a condurre la politica estera attraverso precise strategie comunicative e certi schemi rodati.

“The art of the deal”: l’unica, l’originale Dottrina Trump

“La mia modalità di promozione è la spavalderia. Io gioco alle fantasie delle persone. Le persone non sempre pensano in grande, ma possono ancora essere molto eccitate da chi lo fa. Ecco perché una piccola iperbole non fa mai male. Le persone vogliono credere che qualcosa sia grande, la più grande e la più spettacolare. La chiamo sincera iperbole. È una forma innocente di esagerazione e una forma di promozione molto efficace” “Sono il primo ad ammettere che sono molto competitivo e che farò qualsiasi cosa entro i limiti legali per vincere. A volte, parte del fare un accordo è denigrare la concorrenza” “Non mi sento mai troppo attaccato ad un accordo o ad un approccio: per cominciare, tengo un sacco di palloni in aria, perché la maggior parte degli accordi crolla, non importa quanto promettenti sembrino all’inizio” [1]Era il 1987 e l’imprenditore immobiliare di successo, Donald Trump, pubblicava il suo primo e più celebre libro, “The art of the deal”. Redatto in collaborazione con il ghostwriter Tony Schwartz, il libro rappresenta un formidabile manifesto delle strategie di negoziazione dell’imprenditore Trump. Gli stralci del testo di cui sopra evidenziano alcune peculiarità caratteriali ed operative, che si rinvengono tutt’oggi nel repertorio d’azione del Trump-Presidente e decision maker di politica estera: competitività, denigrazione dell’avversario, flessibilità negoziale, linguaggio iperbolico, narrazione del vincitore e promozione mediatica dell’accordo.

Il combinato disposto delle tecniche negoziali e comunicative, tipiche del Trump-imprenditore, e degli strumenti di pressione politica di cui dispone da Presidente degli Stati Uniti – atti unilaterali come sanzioni economiche o dazi al fine di indebolire la controparte, per poi avviare i negoziati solo dal momento in cui si ritiene di poter contrattare da una posizione di forza -, ha portato all’emersione di una certa “DOTTRINA TRUMP” in politica estera, un preciso schema che si ripropone puntualmente (con piccole sfaccettature che dipendono dalla natura della relazione bilaterale e dal risultato atteso) nel rapporto con i Paesi che, secondo il Presidente, ledono gli interessi degli Stati Uniti e della sua popolazione. Si prendano, a tal proposito, le quattro principali sfide/crisi internazionali, in base a cui verrà giudicata l’azione diplomatica e di politica estera dell’amministrazione Trump in questo primo quadriennio.

1. La guerra commerciale con la Cina, i negoziati in corso e l’urgenza di risultati. L’entità dei dazi applicati dagli Stati Uniti sui prodotti cinesi ha raggiunto i 250 miliardi $; mentre quelli applicati dalla Cina sui prodotti americani ammontano a 110 miliardi. In occasione del G20 di Osaka di fine giugno, è stata annunciata un’ulteriore tregua e la ripresa dei negoziati. Falliti i negoziati e trascorsa la tregua di 90 giorni dei primi mesi del 2019, il Dipartimento del Commercio americano ha inserito in una sorta di blacklist commerciale alcune imprese tecnologiche cinesi, tra cui Huawei; come ritorsione la Cina ha imposto nuovi dazi sulle importazioni dagli Stati Uniti di manzo, agnello, maiale, verdure, olio da cucina, tè, caffè, frigoriferi e mobili. Sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con la Cina, l’amministrazione Trump è chiamata ad ottenere risultati in fretta; infatti, come fanno notare diversi analisti economici, la guerra dei dazi sta danneggiando pesantemente gli introiti dei produttori (in particolare nei settori automobilistico, tecnologico, agricolo e dell’allevamento) e il portafoglio dei consumatori statunitensi. “Troviamo che le tariffe degli Stati Uniti sui beni cinesi siano state quasi completamente trasferite nei prezzi interni degli Stati Uniti, cosicché l’intera incidenza delle tariffe è caduta su consumatori e importatori nazionali fino ad ora, senza alcun impatto finora sui prezzi ricevuti dagli esportatori stranieri. Troviamo anche che i produttori statunitensi abbiano risposto alla riduzione della concorrenza delle importazioni aumentando i loro prezzi”, osservano i ricercatori della Federal Reserve Bank di New York, della Columbia University e della Princeton University. Qualora Trump riuscisse a strappare un accordo favorevole- come dice lui: “il miglior accordo possibile per gli USA” -, potrebbe giocare la carta elettorale del trionfo dell’interesse nazionale sulle “pratiche commerciali scorrette dei cinesi”.

2. La pressione sul Messico per bloccare i flussi migratori.

Fin dai primi discorsi nella campagna elettorale del 2016, la lotta all’immigrazione clandestina dal confine messicano è stata presentata come un punto cardine del programma presidenziale. Nelle settimane scorse, il Presidente Trump ha minacciato il Governo messicano, definito poco collaborativo nella lotta all’immigrazione clandestina, paventando la possibilità di introdurre dazi del 5% su alcuni prodotti messicani. Il Messico, la cui economia è fortemente dipendente dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, ha immediatamente assecondato le richieste di Trump, attuando misure di contrasto concernenti il dispiegamento di una guardia nazionale militarizzata al confine con il Guatemala, migliaia di arresti al confine centroamericano e l’accettazione dei carichi di richiedenti asilo allontanati ogni giorno dal confine statunitense.

3. La denuclearizzazione della Corea del Nord: la sfida più ardita.

Dopo il G20 giapponese, il Presidente Trump si è recato nell’area demilitarizzata dentro il confine della Corea del Nord. Un incontro storico quello tra Kim Jong-Un e Donald Trump, primo Presidente USA in carica ad entrare nel territorio dello Stato canaglia per antonomasia. Tra provocazioni militari, inasprimento delle sanzioni, minacce reciproche e meeting (quello storico di Singapore e quello del febbraio scorso in Vietnam) terminati con un nulla di fatto, il dialogo tra Washington e Pyongyang rimane aperto. Per Trump, giungere ad un accordo che scongiuri la completa nuclearizzazione nordcoreana rappresenterebbe un’impresa politico-diplomatica senza precedenti, poiché nessun Presidente americano ha mai affrontato il tema con tenacia. Proprio nell’interscambio con il dittatore nordcoreano la “Dottrina Trump”, nella sua forma più compiuta, sembra funzionare. Tuttavia, fattori di incertezza, legati alla mancanza di trasparenza del regime di Pyongyang, così come all’imprevedibilità delle azioni del Presidente Trump, permangono. Per il momento, nessuna delle due parti avrebbe l’interesse a fare saltare il banco: ai nordcoreani farebbe comodo un parziale allentamento delle sanzioni economiche e finanziarie americane; mentre il Presidente Trump non ha nessuna intenzione di cestinare i progressi compiuti, anzi intende raggiungere un accordo storico, per imprimere le sue orme nella storia della politica internazionale.

4. La Dottrina Trump nella sua forma più muscolare: massima pressione sull’Iran, rischi e possibili sviluppi.

Da quando l’amministrazione Trump ha implementato le sanzioni contro il petrolio ed il regime iraniano, ed a seguito dei sospetti attacchi contro le petroliere di stanza nel Golfo Persico, la tensione tra Stati Uniti e Iran è aumentata vertiginosamente. Tale situazione appare piuttosto sconveniente per i principali alleati americani: i Paesi europei stanno mettendo in campo tutti gli sforzi diplomatici per salvare l’accordo sul nucleare ed allo stesso tempo aggirare le sanzioni secondarie americane sulla compravendita di petrolio iraniano, e più in generale sulle transazioni finanziarie con Teheran; dal canto loro i giganti asiatici, segnatamente Giappone, Corea del Sud e India, dovranno soddisfare le proprie esigenze energetiche evitando le acquisizioni di petrolio iraniano e con la crescente tensione nello Stretto di Hormuz – da cui parte quasi il 60% delle risorse energetiche destinate, attraverso lo Stretto di Malacca, al continente asiatico- a minacciare gli approvvigionamenti. Germania, Francia e Giappone stanno tentando la difficile carta della mediazione, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti hanno mostrato l’intenzione di creare una forza navale multinazionale per garantire la sicurezza delle petroliere nello Stretto di Hormuz: prosecuzione naturale dell’opera di discredito ed isolamento internazionale, adottata dagli USA per contrastare l’Iran. Sebbene la “crisi iraniana” sia nella sua fase più acuta, nessuno dei due contendenti avrebbe vantaggio ad iniziare una guerra formale. Anche in questo teatro, la Dottrina Trump, al suo massimo grado di aggressività, sta utilizzando gli strumenti della minaccia, dell’unilateralismo, delle sanzioni, del dispiegamento militare nel Golfo per aumentare la pressione sul Governo iraniano, con l’obiettivo precipuo di indebolirne l’economia e fiaccare le mire iraniane di superiorità militare nella regione. A meno di imprevisti o incidenti militari che potrebbero portare ad un punto di non ritorno, la strategia di Trump si pone l’obiettivo di far lavorare le sanzioni e aumentare l’accerchiamento militare nel Golfo in chiave anti-iraniana.Constatata una inequivocabile posizione di debolezza iraniana, la Casa Bianca potrebbe, con l’assenso degli alleati israeliani e sauditi, proporre un negoziato in cui far valere le proprie condizioni; eventualità che oggi, alla luce della cronaca delle ultime settimane, sembra distante.

Figura 1: Indice di gradimento sull’operato di Trump in economia e politica estera (5 giugno 2019) Credits to: GALLUP Index

Conclusioni

Nella concezione di Trump, le scelte di politica estera sono funzionali ad aumentare il grado di consenso interno sulla sua abilità negoziatrice, in modo da far apparire il Presidente come un vincente. Le elezioni presidenziali del 2020 incombono e, riguardo i vari teatri internazionali, spicca una certa urgenza di risultati da promuovere e intorno a cui raccogliere il consenso elettorale. Trump non intende perdere lo scettro di “King of the deal”; dunque, presumibilmente in questo ultimo anno i negoziati subiranno un’accelerazione.

Fonti e Bibliografia:

Putnam Robert. Diplomacy and domestic politics: The logic of two-level games. International Organization, Cambridge, 1988.

Trump D.J. with Schwartz T. The art of the deal. Ballantine books, New York, 1987.

https://www.investopedia.com/industries-most-likely-to-be-impacted-by-trade-disputes-with-china-in-2019-4580508

https://www.promiseskept.com/achievement/overview/foreign-policy/#

https://news.gallup.com/poll/258026/trump-jdob-approval-trending-back-down.aspx

https://www.cfr.org/report/trumps-foreign-policies-are-better-they-seem

[1] Trump D.J. with Schwartz T. The art of the deal. Ballantine books, New York, 1987.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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