Le origini dell’imperialismo statunitense sono da ricercare in due dottrine: la Dottrina Monroe, del 1823, e la dottrina del Manifest Destiny, del 1845.

Quando analizziamo l’attuale influenza statunitense nell’area dell’America Latina viene spontaneo risalire alle origini di questa politica che possiamo tranquillamente definire unilaterale o ineguale. Troviamo le origini dell’imperialismo statunitense nella Dottrina Monroe, che venne formulata originariamente nel 1823 da John Quincy Adams e pronunciata successivamente dal presidente James Monroe. Il testo era composto di tre parti fondamentali, che regolavano i rapporti unilaterali con il continente latinoamericano e con l’Europa: le varie aree dell’emisfero occidentale non dovevano essere più considerate colonizzabili da parte delle potenze europee; si sottolineava la distinzione tra sistemi politici europei, caratterizzati dalle monarchie, e quelli dell’emisfero occidentale, nati da repubbliche democratiche; gli Stati Uniti si impegnavano a non interferire negli affari europei a patto che le potenze europee non intervenissero nelle faccende americane.

L’evento che più consolidò gli Stati Uniti nel ruolo di grande potenza fu la guerra ispano-americana del 1898. Alla fine del XIX secolo, la Spagna non era più in grado di controllare i suoi possedimenti a causa della nascita di movimenti per l’indipendenza, della recessione economica e della legittimazione della corona agli occhi dei creoli. A Cuba, interessantissimo sbocco per gli americani, la Spagna nel 1878 aveva placato una rivolta durata dieci anni ma a partire dal 1895 i combattenti per l’indipendenza di Cuba, guidati dal Partito Rivoluzionario Cubano, arrivarono a costituire una seria minaccia. Dopo un periodo di ufficiale neutralità, dovuto per buona parte dalla guerra di secessione che ha travolto gli Stati Uniti, nel 1898 gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Spagna in seguito all’esplosione di una nave da guerra americana avvenuta nel porto dell’Avana due mesi prima. Probabilmente, stando agli storici, si trattava di un casus belli creato ad artificio per far intervenire gli Stati Uniti con la scusa di difendere i cittadini statunitensi residenti nell’area. La guerra durò solo quattro mesi ma portò chiaramente alla luce l’incapacità spagnola e fruttò agli americani l’acquisizione delle Filippine, di Portorico e di Guam. Gli Stati Uniti ora, di fatto, controllavano anche Cuba.

Gli anti-imperialisti, che condannavano l’acquisizione degli imperi oltremare, vedevano tale gesto come un tradimento dell’eredità nazionale; al contrario, gli imperialisti, per difendere la loro posizione, fecero ricorso a diversi argomenti tra cui quello del Fardello dell’Uomo Bianco fino alla necessità di evitare che le potenze imperialiste del vecchio continente traessero vantaggio dal vuoto lasciato dalla Spagna. La vittoria di William McKinkley nelle presidenziali del 1900 sembrò dare l’ok agli imperialisti. Tuttavia, nel 1901 instaurò una Commissione Speciale del Congresso per stabilire che le Filippine non avrebbero dovuto essere formalmente assorbite dagli Stati Uniti ma doveva essere garantita loro l’indipendenza dopo un periodo di gestione americana non definito in termini di tempo.

 

Theodore Roosevelt fu il presidente più di tutti sostenne il progetto di espansione americana, intraprendendo politiche volte ad ampliare l’influenza americana sui Caraibi e nell’Oceano Pacifico. Nel 1903 fu colui che tenne le redini dell’indipendenza di Panama dalla Colombia, alla quale seguì un trattato che affidava il controllo del canale di Panama agli Statu Uniti, facendo acquisire loro una posizione strategico-commerciale di preponderanza nell’emisfero occidentale. A Cuba le truppe rimasero fino al 1902. Roosevelt decise di inserire nella loro nuova costituzione l’Emendamento Platt per salvaguardare gli interessi americani, poiché dava a Washington il diritto di intervenire nelle questioni cubane qualora l’indipendenza dell’isola fosse stata minacciata da un’altra potenza. Per rendere più efficaci i propri interventi, gli USA stabilirono una base a Baia di Guantanámo. Cuba rimase di fatto sotto il protettorato americano fino al successo della rivoluzione di Fidel Castro, cinquant’anni dopo.

Theodor Roseevelt

I piani statunitensi cambiarono in seguito all’elezione di Thomas Woodrow Wilson. Il suo programma di politica interna, chiamato la Grande Libertà, era in opposizione al Nuovo Nazionalismo di Roosevelt, poiché privilegiava la risoluzione dei problemi nazionali e prevedeva un’incidenza maggiore dei diritti degli Stati. In politica estera ebbe il merito di abbandonare la diplomazia delle cannoniere in America Latinadichiarando nel 1913 che gli Stati Uniti non avrebbero più cercato di conquistare con la forza i territori. L’internazionalismo wilsoniano fu una voce chiave della storia delle relazioni internazionali del XX secolo. Quando nel 1917 Wilson dichiarò guerra alla Germania, con il sostegno del Congresso, strinse anche un’alleanza con il Messico dopo le pressioni interne esercitate da Roosevelt. Ma l’intervento degli Stati Uniti in Europa non vide il consenso degli americani. Al suo ritorno dalla Conferenza di Pace di Parigi, i repubblicani bloccarono la ratifica del trattato e l’adesione americana alla Società delle Nazioni, che Wilson sperava diventasse un’arena di risoluzione pacifica dei contrasti internazionali. La sconfitta dell’internazionalismo wilsoniano e l’aperto rifiuto di un coinvolgimento con l’Europa erano ormai decisivi.

Alla dottrina Monroe è legata la dottrina del Manifest Destiny, un’idea presente tutt’ora nella cultura americana, elaborata già nel 1845 dal giornalista John Louis O’Sullivan. La dottrina spiega le politiche statunitensi nelle relazioni internazionali. L’eccezionalismo americano, unito al progetto provvidenzialistico di esportare la propria identità unica e democratica alle altre civiltà, è il perno attorno al quale ruota la dottrina del destino manifesto e la politica estera statunitense. Il termine destino indica un qualcosa di inevitabile, al quale non ci si può sottrarre e che si può compiere soltanto perché voluto da Dio; il termine manifesto, invece, indica che tale destino deve essere chiaro a tutti. In altri termini, il destino manifesto degli Stati Uniti vuole giustificare l’esportazione della propria la civiltà nel resto del mondo allargando i confini del proprio continente. Ma tale giustificazione, che si fonda sul principio sacro e inviolabile della democrazia, cozza con la libertà di autodeterminazione dei popoli e con il concetto stesso di democrazia. Gli Stati Uniti giustificano le politiche imperialiste con la convinzione della superiorità della propria nazione sulle altre, finendo in un vortice di contraddizioni che tuttavia ci fanno capire ancora oggi tutte le mosse che gli USA intraprendono in politica estera. E per quanto riguarda l’America Latina, a cui sono hanno imposto regimi, regole, forme di stato e di governo nel nome della democrazia, capiamo il motivo delle rivolte di questo autunno e il perché infastidiscano così tanto l’Amministrazione Trump.

 
 
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