Dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo post-ideologico sembrava costretto a nuove regole comuni atte a scongiurare definitivamente la conflittualità tra stati. Eppure, nonostante il progressivo sviluppo di pratiche di governance globale, alcune questioni geopolitiche rimasero inspiegabilmente aperte: Per quale motivo la Cina si rifiutava ancora di dialogare con la Santa Sede? Com’era possibile accettare il modello capitalistico e la diplomazia multilaterale senza tuttavia aprirsi all’istituzione per antonomasia dedita alla pace nel mondo? Gli eventi degli ultimi anni sembrano aver risolto alcuni di questi enigmi, delineando come la Cina giocherà un ruolo molto diverso nelle Relazioni Internazionali rispetto a quanto immaginato fino ad oggi.

Il 22 settembre 2018 è stata una data cruciale per le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese. Quel giorno le delegazioni dei rispettivi paesi, guidate da Monsignor Antoine Camilleri e dal viceministro per gli Affari esteri Wang Chao, si sono incontrate a Pechino per firmare un accordo provvisorio dopo anni di trattative svolte nella massima segretezza. Oggetto della disputa era una questione di origine lontana nel tempo, una diatriba che allontanava i due stati dal 1950: definire l’autorità posta alla nomina dei vescovi operanti sul suolo della Repubblica Popolare Cinese.

Nel 1949 i comunisti di Mao vinsero la guerra contro i nazionalisti del partito Kuomingtang; la rivoluzione portò immenso scompiglio in un mondo immerso nel periodo più “caldo” della guerra fredda. La Cina era stata persa e la rivoluzione intendeva raddrizzare i torti subiti dal popolo cinese da parte delle Grandi Potenze Imperialistiche. Teorizzando l’inutilità della religione nella nuova Cina, Mao ricalcò sostanzialmente la metodologia seguita in Unione Sovietica, secondo cui la visione materialistica del mondo e della vita doveva sostituirsi ad ogni concezione religiosa come forma di emancipazione. La libertà religiosa era dunque direttamente una questione di stato, ogni attività di culto di carattere religioso poteva svolgersi solo all’interno di edifici consacrati a tale scopo come templi chiese o monasteri approvati da Pechino.

Il vero interesse del partito comunista era tuttavia nei confronti della chiesa cattolica che rappresentava la quintessenza del potere occidentale elitario; non a caso, l’atteggiamento verso la chiesa protestante fu ben diverso. A partire dal 1951, in seguito all’incontro tra il Ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai ed alcuni rappresentati cattolici, i principali esponenti della gerarchia cattolica in Cina furono costretti a firmare una serie di documenti in cui veniva affermata la fedeltà di tali sacerdoti alla patria prima ancora del Papa. La Chiesa cattolica reagì con fermezza ribadendo il primato del Vescovo di Roma come dogma essenziale per ogni buon cattolico causando l’espulsione di più di tremila preti dalla Cina, mentre i rimanenti 537 si trovarono pressati dalle autorità affinché aderissero al movimento patriottico di riforma della chiesa, pena l’incarceramento o l’internamento nei famigerati campi di lavoro Laogai.

Questa breve premessa storica è necessaria per mettere in evidenza due punti. In primis, la crisi delle relazioni tra Santa Sede e Cina ha origine con l’avvento di Mao al governo e all’applicazione della sua versione di comunismo. In secondo luogo, dal 1951 la crisi non ha evidenziato significativi passi avanti e, nonostante il crollo del blocco sovietico, la persecuzione di tutti i cattolici che non aderiscono alla Chiesa Nazionale Cinese non è terminata. La situazione si era congelata: nel paese del dragone due chiese distinte avrebbero fatto riferimento a livello dottrinale, ma soprattutto a livello gerarchico, a due autorità differenti. La comunità cattolica è sopravvissuta in questi anni in clandestinità, arrivando nel suo complesso a contare quasi 16 milioni di elementi, di cui solo 4 milioni aderenti all’associazione patriottica.

Visto questo immobilismo, tuttavia, il 22 dicembre 2018 la situazione sembra essersi sbloccata. Il fallimento della Diplomazia negli anni precedenti non era dovuto ad un singolo episodio, come potevano essere state le espulsioni del 1951, piuttosto a causa dell’atteggiamento della Santa Sede nei confronti di Pechino, non dissimile dall’impostazione nei confronti dei paesi del blocco sovietico, che vedeva un confronto antitetico tra comunismo e cattolicesimo. In questo caso però la “chiesa del silenzio” non era perseguitata per la sua fede. Sebbene certamente il comunismo avesse influito sul peggioramento dei rapporti, erano stati equivoci, scarsa comunicazione e pregiudizio ad aver impantanato il dialogo fino ad oggi.

Dopo aver accantonato l’Ostpolitik, l’allora Sottosegretario di Stato Vaticano Parolin ha avviato nel 2007 un nuovo ciclo di incontri, eliminando dal contesto frapposizioni ideologico-politiche e presentando una vera volontà di dialogo che permettesse alle parti una maggiore trasparenza nei negoziati. Comprendendo che l’interesse di Pechino non fosse da ricercare nel controllo della vita privata dei cittadini cinesi, le parti hanno raggiunto una soluzione condivisa. La Santa Sede accetta che il processo di designazione dei candidati all’episcopato avvenga dal basso, dai rappresentanti della diocesi anche con il coinvolgimento dell’Associazione patriottica, mentre il governo cinese da parte sua accetta che la decisione finale, con l’ultima parola sulla nomina, spetti al Pontefice e che la lettera di nomina dei vescovi sia rilasciata dal Successore di Pietro. Di pari passo, il Pontefice accetta «di riammettere nella piena comunione ecclesiale anche i rimanenti vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio».

Ciò che rende eccezionale l’intesa non è tanto il contenuto, che da tempo era oggetto di discussione, ma la coerenza nel significato con gli obbiettivi previsti, un raro caso dove le ragioni ufficiali diplomatiche coincidono con quelle vere dell’accordo. Tenendo fermi i principi evidenziati dalla Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI, Papa Francesco ha implementato il messaggio ecumenico della Chiesa post Concilio Vaticano II, una lunga marcia dell’incontro che ha richiesto quasi sessant’anni di lavoro per non lasciare alcun dubbio tra due paesi storicamente diffidenti tra loro. Visto questo successo, il processo di riconciliazione è ben lungi dalla sua conclusione. Dalle trattative è stato difatti omessa la spinosissima questione Taiwanese, nodo cruciale per il riconoscimento reciproco di sovranità e permetterebbe alla Santa Sede di operare liberamente sul suolo Cinese. Il Vaticano infatti è ad oggi uno dei diciassette paesi al mondo che riconoscono ufficialmente l’autonomia della Repubblica Cinese di Taiwan e questo aspetto, sicuramente più complesso, preclude a qualsiasi tipo di scambio culturale ed invio di delegazioni diplomatiche.

Nel panorama dell’internazionalismo liberale, oggi messo in discussione su più fronti, questa sfida rappresenta una occasione per annettere regimi totalitari nel contesto pluralista e garantista delle minoranze, evitare qualsiasi sterile confronto tra valori ed interessi particolari, riconoscere come il bene comune sia invece un valore supremo, tale è il ruolo etico affidato alla diplomazia di Papa Francesco nella questione cinese. La difesa dei diritti dei cristiani rientra in tal senso nel sistema più vasto della autodeterminazione dei popoli, una delle più grandi paure di questo paese in ascesa. In conclusione, la Cina moderna, nello stesso modo con cui ha integrato il suo mercato, dimostra di potersi aprire al confronto con modelli di società diversi, nonostante la diffidenza che ancora traspare dal suo tragico passato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: