Nelle ultime settimane si è riacceso il dibattito intorno al programma di sviluppo infrastrutturale finanziato dalla Repubblica Popolare cinese, denominato “One Belt One Road Initiative”. Il cavallo di battaglia in politica estera del Presidente Xi Jinping sta suscitando diverse reazioni nell’opinione pubblica internazionale: i favorevoli sostengono che gli investimenti cinesi possano creare benefici reputazionali e di crescita economica alle linee infrastrutturali interessate; mentre i detrattori avvertono sul disegno egemonico cinese. Eppure la “nuova Via della Seta” non si esaurisce nei porti europei di Genova, Trieste o del Pireo: i tentacoli della piovra con gli occhi a mandorla si sono posati anche su Mombasa, Gibuti, Beira, Dakar e non solo. Stiamo parlando del continente africano. Lì dove la Cina ha investito- e non poco- sul futuro.

“Dopo questa giornata, Cina e Africa formeranno una comunità con un destino comune. Il nostro passato comune, le nostre lotte comuni, ci hanno condotto a forgiare una profonda amicizia”. Queste parole, pronunciate dal Presidente Xi Jinping in occasione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa del 2015, definiscono al meglio la cornice ideologica entro cui si sviluppano i legami tra Pechino e il continente nero. Il riferimento è chiaramente allo “Spirito di Bandung”, ovvero quella spinta alla cooperazione economico-sociale tra i cosiddetti Paesi del “Terzo Mondo”, in nome dell’anticolonialismo, del pacifismo e della solidarietà. La Conferenza di Bandung del 1955[1] fu un vero e proprio spartiacque nei rapporti tra la Cina- impegnata all’epoca a ottenere il riconoscimento internazionale a discapito della Repubblica cinese di Taiwan- e l’Africa, che si avviava verso la decolonizzazione.

Un manifesto ideologico potente, che doveva giustificare agli occhi della comunità internazionale le future concessioni cinesi verso l’Africa. Occorre sottolineare che le relazioni sino-africane, così come configuratesi di recente, sottostanno a logiche precise, ben più profonde e concrete dei propositi ideali e solidaristici espressi a Bandung. Dal 1965, la Cina iniziò ad investire sui progetti d’integrazione interna africana, costruendo una linea ferroviaria che tutt’oggi collega Zambia e Tanzania. Il viatico era tracciato: alla Cina facevano gola le risorse naturale africane; così, per accaparrarsele e stabilire un legame privilegiato con gli Stati africani, si offrì di costruire strade, ferrovie, dighe e porti.

Con il passare del tempo, e particolarmente negli ultimi vent’anni, i rapporti si rafforzarono in un’ottica che nel lungo termine avrebbe portato vantaggi ad entrambe le parti: gli Stati africani usufruivano di liquidità necessaria per realizzare opere infrastrutturali, fondamentali per l’implementazione del progetto di integrazione continentale; allo stesso tempo la Cina, grazie alle nuove infrastrutture costruite nel continente, aumentava il volume degli scambi commerciali, che oggi ammonta a 143 miliardi $ (nel 1995 tale valore era di soli 3 miliardi $). Infatti, nel 2009 la Cina diventò il primo partner commerciale del continente, sopravanzando Francia e Stati Uniti. Se per la Cina le merci africane rappresentano soltanto il 3,7% delle importazioni complessive, i prodotti cinesi valgono il 15,4% delle importazioni africane, con un picco del 40% sul totale degli scambi commerciali dell’Angola.

Ma, oltre a rappresentare un importante mercato di sbocco per le merci cinesi, l’Africa paga gli interessi sui prestiti e permette alle imprese di costruzione cinesi di fornire expertise, servizi e provvedere alla realizzazione dei progetti. Dal 2000 al 2017 la Cina ha erogato 137 miliardi $ in prestiti, dando una forte accelerata ai progetti di sviluppo degli Stati africani nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, ma soprattutto delle infrastrutture.

È in quest’ultimo campo che si intensificano i recenti sforzi finanziari cinesi, ma anche le speranze dei Paesi africani di migliorare le comunicazioni interne. In tal senso appare sensata la scelta dell’Unione africana (UA) di aprire una sede a Pechino. Gli Stati africani, fa sapere l’UA, “desiderano essere protagonisti nei progetti cinesi di sviluppo infrastrutturale, che ricadono sotto l’ombrello della One Belt One road Initiative”. Inoltre l’organizzazione ha riconosciuto il progetto come complementare al processo di integrazione interna africana, così come delineato nel programma “Agenda 2063”.

A tal proposito i numeri parlano chiaro: 10 miliardi per trasformare il piccolo villaggio di pesca di Bagamoyo (Tanzania) nel più grande porto africano sull’Oceano Indiano; 3.7 miliardi destinati ad ultimare la costruzione di una linea ferroviaria di 450 miglia che collega la capitale del Kenya, Nairobi, a Mombasa, sede di un importante aeroporto internazionale e di un porto di rilevanza strategica per il traffico commerciale nell’Oceano Indiano; 2.5 miliardi stanziati per la progettazione della metropolitana (la prima nell’Africa subsahariana) che da Addis Abeba giunge al porto di Gibuti, consentendo all’Etiopia uno sbocco sul mare, e quindi di accedere ai traffici marittimi del Golfo di Aden.

Tuttavia le azioni intraprese dalla Cina in Africa presentano due possibili effetti collaterali di segno contrapposto, la cui concretizzazione potrà essere valutata soltanto nel lungo termine:

1) Riduzione flussi migratori: i progetti di sviluppo infrastrutturale e nelle telecomunicazioni potrebbero fungere da volano per un miglioramento complessivo della vivibilità dei Paesi africani. L’implementazione dei collegamenti potrebbe favorire l’espansione del mercato interno africano, e perciò contribuire alla crescita economica del continente. In un approccio di ampio respiro, tali condizioni potrebbero ridurre le ondate migratorie. È l’effetto auspicato dal Governo italiano, che sostiene le attività cinesi in Africa, essendo perfettamente in linea con il celebre slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Su questo tema si è espresso il Ministero dello Sviluppo economico: «Rafforzare la cooperazione con la Cina in Africa. La Cina può aiutare l’Italia a risolvere il problema dell’immigrazione aiutando l’Africa: la Cina è il paese che più ha investito in Africa, con effetti che sono già visibili in termini di impatto sui tassi di povertà e che nel lungo periodo dovrebbero gradualmente contribuire a far diminuire i flussi migratori verso l’Europa. Il coinvolgimento della Cina in Africa offre all’Italia un’opportunità storica di cooperazione internazionale per la stabilizzazione socioeconomica del continente, cruciale non solo per una soluzione sostenibile e solidale del problema dell’immigrazione, ma anche per le opportunità economiche che sorgeranno nel continente per le imprese italiane»[2].

2) Trappola del debito: cosa accadrebbe se gli Stati africani non potessero rimborsare i cospicui prestiti cinesi? La tanto temuta scure del debito potrebbe abbattersi sui Paesi che più hanno beneficiato dei prestiti, ma allo stesso tempo crescono ad un ritmo più lento. La “trappola del debito” potrebbe deflagrare in Mozambico (dove il rapporto debito/PIL è passato dal 51% del 2013 al 102% del 2017); Zimbabwe (82% debito/PIL); Zambia e Gibuti. I cinesi sono comunque tutelati da eventuali insolvenze delle controparti africane, poiché potrebbero far ricorso ad alcune “clausole di sicurezza”, ossia delle garanzie che prevedono il rimborso del debito tramite materie prime o concessioni infrastrutturali (proprio porti, ferrovie e strade che le imprese cinesi stanno disseminando per il continente). Secondo il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale, John Bolton, «la Cina utilizza tangenti, accordi opachi ed un uso strategico del debito per tenere gli Stati africani imprigionati nelle ambizioni e nelle pretese di Pechino».

Durante il Forum triennale sulla cooperazione sino-africana, tenutosi a Pechino nel settembre 2018, sono stati resi noti i fondi che la Cina erogherà nel prossimo triennio: 20 miliardi in credito, 15 miliardi in aiuti esteri, 10 miliardi per rimpinguare un fondo speciale di sviluppo economico e 5 miliardi per sostenere le importazioni cinesi. Servirebbe lo spazio di un manuale per illustrare con esaustività tutti i progetti cinesi d’investimento in Africa; significativi alcuni portati avanti negli Stati africani più facoltosi, come Nigeria, Sudafrica, Senegal e Angola. In questa sede ci si può limitare a constatare che ad oggi i rapporti tra Cina e Africa stanno vivendo una fase idilliaca, ma solo la storia ci dirà se tale legame potrà contribuire ad attenuare uno dei problemi più gravosi della storia dell’umanità: il sottosviluppo africano, con il giro di vite che porta con sé.

Note

[1] https://www.mise.gov.it/index.php/it/194-comunicati-stampa/2038553-il-mise-lancia-la-task-force-cina

[2] La Conferenza di Bandung (nell’isola di Giava in Indonesia) vide partecipare 29 Stati dall’Asia e dall’Africa.

Fonti e approfondimenti:

https://atlas.media.mit.edu/en/profile/country/chn/ (OCSE, Observer of economic complexity)

https://unctad.org/en/Pages/DIAE/World%20Investment%20Report/Country-Fact-Sheets.aspx (United Nations conference on trade and development)

China-Africa research initiative, John Hopkins University

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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