La tensione tra Teheran e Washington è alle stelle nel Golfo Persico dove gli interessi delle due potenze in campo (ed alleati regionali) configgono lungo uno stretto corridoio vitale per gli approvvigionamenti energetici del globo e nei calcoli geopolitici. Tra l’offensiva di Trump, la volontà di guerra dei suoi consiglieri falchi neoconservatori e le risposte iraniane esiste la possibilità di una drammatica escalation o permane ancora una flebile scintilla di dialogo?

“Se l’Iran vuole combattere, questa sarà la fine ufficiale dell’Iran. Mai più minacciare gli Stati Uniti”. Con queste parole si è espresso su Twitter il presidente americano Donald Trump lo scorso 19 Maggio alludendo all’esplosione di un razzo Katiuscia avvenuta nella Green Zone di Baghdad, a breve distanza dall’ambasciata degli USA in Iraq. Ambasciata (in foto) che, per altro, era al momento dei fatti in questione ormai già quasi vuota, in quanto la settimana precedente il Dipartimento di Stato americano aveva ordinato con una decisione straordinaria il ritiro di tutto il personale diplomatico non essenziale dal Paese mesopotamico, motivando tale scelta con il grave deterioramento delle condizioni generali di sicurezza nell’area.

Questa mossa, che ha comportato anche il rientro dei funzionari americani impegnati presso il consolato di Irbil, città capoluogo del Kurdistan iracheno, ha indotto i governi tedesco e olandese a terminare repentinamente le proprie missioni di addestramento e supporto all’esercito di Baghdad, si inscrive in ben un più ampio quadro di crisi che ha visto un rapido precipitare degli eventi proprio negli ultimi giorni: a cavallo tra il 12 e il 13 maggio ben 4 navi sono state sabotate al largo delle coste di Emirati Arabi Uniti e Oman, nei pressi dello strategico stretto di Hormuz, da mine galleggianti non meglio identificate; il 16 maggio in Yemen si sono riaccesi violenti scontri nella città portuale di Hodeida (teoricamente coperta da una tregua raggiunta al fine di consentire lo sbarco di aiuti umanitari) tra i ribelli Houthi filo-iraniani e le forze della coalizione internazionale guidata contro di loro dall’Arabia Saudita e, il giorno seguente, il governo siriano, stretto alleato dell’Iran, ha accusato Israele di aver tentato di colpire nella notte diverse aree di Damasco, anche se quest’ultimo non ha al momento né confermato né smentito la propria responsabilità nei suddetti raid aerei. Nonostante le numerose smentite da parte dei massimi vertici politici e diplomatici sia iraniani che statunitensi sulla possibilità che si giunga a un aperto scontro militare, il timore di questa prospettiva resta ancora in parte fondato.

Washington e Teheran sono infatti acerrimi nemici sin dal 1979, anno in cui la rivoluzione islamica promossa in Iran dall’ayatollah Khomeini trasformò quello che era il principale alleato tattico degli Stati Uniti nella regione in un pericoloso rivale strategico. Nel 2015, con la firma del JCPOA – accordo con cui l’Iran si impegnava di fronte ai rappresentanti di USA, Cina, Russia e Unione Europea a interrompere il proprio programma di sviluppo di armi nucleari, avviato nel 2002, in cambio di una progressiva rimozione delle sanzioni economiche imposte al Paese – molti analisti avevano intravisto la possibilità di iniziare una nuova fase di distensione in Medio Oriente. Questa lettura sembrava all’epoca la più corretta, in quanto l’allora presidente Obama appariva fortemente determinato a tenere basso il livello dello scontro e impegnava molte risorse nella ricerca di una soluzione negoziale. Anche da parte iraniana le cose sembravano presagire un netto miglioramento delle condizioni per il raggiungimento di una soluzione politica: le ultime elezioni avevano visto la sconfitta delle forze islamiche conservatrici guidate dall’ex presidente Ahmadinejad e avevano consegnato la vittoria allo schieramento moderato di Hassan Rouhani, un leader che sì è poi dimostrato molto più pragmatico e disponibile al dialogo del suo predecessore.

La logica secondo cui agiva l’amministrazione Obama era infatti quella del Containment, dottrina strategica che consiste essenzialmente nel limitare l’espansione di uno Stato rivale migliorando le relazioni con i Paesi oggetto delle sue mire geopolitiche e tentando di costruire un dialogo con gli elementi più moderati e pragmatici del regime che guida la potenza nemica. In questo modo si minimizzano le occasioni di scontro diretto e si spinge progressivamente l’avversario alla cooperazione, al rispetto delle norme internazionali e all’accettazione dello status quo geopolitico. L’attuale presidente americano Donald Trump sembra invece prediligere un approccio più vicino a una politica di vero e proprio Rollback, dottrina secondo cui si esercita la massima pressione possibile su un Paese rivale per indurvi un radicale cambiamento di regime. Questa seconda opzione strategica contempla anche la possibilità di un intervento militare diretto, come dimostrano le operazioni lanciate dal presidente George W. Bush in Afghanistan contro i Talebani (2001) e in Iraq contro il regime di Saddam Hussein (2003).

Questo atteggiamento decisamente più aggressivo è dovuto essenzialmente alla volontà del presidente di soddisfare le richieste dei principali partner strategici di Washington nella regione, Israele e Arabia Saudita, che si sentono direttamente minacciati dall’espansionismo iraniano nell’area e che richiedono l’aiuto della superpotenza loro alleata. La recente uscita degli USA dal JCPOA non è infatti stata tanto causata dalle violazioni da parte di Teheran dei termini dell’accordo, che invece il Paese sembra aver seguito pedissequamente, quanto dalla volontà americana di modificarlo perché ritenuto insufficiente a garantire la sicurezza del Medio Oriente: in particolare Trump esige che l’Iran interrompa completamente il sostegno che assicura ormai da decenni a una serie di gruppi politici e paramilitari operanti in diversi Paesi dell’area, che possono essere considerati proxy strategici che il regime utilizza per tenere sotto scacco gli altri attori regionali, esercitare nei loro confronti un perenne ricatto e per minare così il raggiungimento di una pace stabile e duratura. Ciò che però impedisce all’Iran di accettare queste condizioni è la natura stessa della sua strategia difensiva: memore delle terribili sofferenze imposte al popolo persiano dalla lunga guerra con l’Iraq di Saddam Hussein (1980-1988), che fu combattuta interamente all’interno del territorio nazionale, la leadership di Teheran ha incaricato i Pasdaran, ed in particolare le temibili forze Quds (نیروهای پاسداران قذافی), incaricate in modo particolare di realizzare operazioni militari all’estero, di costruire una fitta rete di relazioni informali con una serie di milizie alleate presenti principalmente in Libano, Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen, al fine di tenere la guerra lontano dai confini dello Stato.

Dato il grande successo di questa scelta strategica – il Paese non ha infatti più subito invasioni a partire dal momento della sua introduzione – è decisamente irrealistico pensare che Teheran sia disposta a rinunciarvi in nome di un accordo con una potenza percepita come nemica, che per altro ha più volte dato prova di essere inaffidabile e il cui comportamento, come appare in modo sempre più evidente, la comunità internazionale non riesce a sanzionare in modo efficacie.

Di conseguenza, benché l’eventualità di una vera e propria guerra resti al momento fortemente improbabile, si può logicamente prevedere che i livelli di tensione nella regione resteranno ancora a lungo molto elevati, almeno fino al sopraggiungere di una svolta decisiva nell’atteggiamento di una delle parti del conflitto.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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