L’ultima ricerca pubblicata da Arab Barometer, condotta a cavallo tra il 2018 e il 2019, conferma il livello di sfiducia nelle tradizionali istituzioni politiche – partiti, capi politici e assemblee parlamentari – da parte delle popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA). Si tratta di una tendenza già registrata da diversi anni e le cui motivazioni sono profonde, legata a doppio filo con la storia recente dei sistemi politici mediorientali.



Dallo studio condotto si nota infatti come la percentuale degli intervistati che ritiene avere “molta” o “abbastanza” fiducia negli agenti politici tradizionali rimanga bassa. Dall’altro lato, invece, si conferma la piena fiducia per le istituzioni extra governative incarnate da agenti come le forze di sicurezza, gli apparati giudiziari e l’esercito. Un elemento di grande interesse che vale la pena evidenziare è che la sfiducia nei confronti delle tradizionali forze politiche non risparmia anche i partiti e movimenti islamisti, ovvero basati su princìpi e precetti di tipo religioso. Nonostante ciò, in generale essi segnano comunque valori maggiori rispetto alle proprie controparti non religiosamente connotate.

Secondo i dati registrati dal Arab Barometer, il Paese dove la fiducia nei confronti della politica tradizionale risulta minore è la Libia: qui il gradimento per i partiti politici in generale tocca il 4% mentre quella per i partiti islamisti supera di poco il doppio raggiungendo il 9%. Alla Libia fa seguito l’Iraq dove le percentuali si attestano rispettivamente al 6% e al 12%. Seguono poi Giordania (7% per i partiti politici e 14% per quelli islamisti) e Tunisia (rispettivamente 9% e 16%). Proseguendo in ordine discendente, i partiti religiosi fanno registrare invece valori più alti rispetto a quelli laici ancora in Yemen – paese nel quale la fiducia nelle istituzioni classiche fa segnare comunque il valore più alto nella regione (38% contro 31%) – Marocco (dove gli islamisti si attestano al 25% contro il 18% dei partiti tradizionali), Sudan (24% contro 15%), Palestina (22% contro 13%). Unico paese della ricerca dove tale tendenza si inverte è l’Egitto, dove la fiducia verso le istituzioni sale al 21% mentre quella per i partiti e movimenti islamisti resta al 17%.  Per l’Egitto è doveroso segnalare anche che il 65% degli intervistati all’interno di questa ricerca esprime alti livelli di fiducia nei confronti del governo.

L’endemica inefficacia della politica tradizionale

La crisi della politica cosiddetta tradizionale e delle sue estensioni (governi, assemblee regionali e nazionali) non è un fenomeno nuovo in Medio Oriente. Sin dall’introduzione forzata di tali concetti da parte delle potenze colonizzatrici, essi non hanno mai riscosso un grande successo nella maggioranza della popolazione civile e nel corso dei decenni hanno di certo giocato un ruolo differente da quanto essi invece abbiano fatto in Europa e nel mondo occidentalizzato. Durante gli anni del secondo dopoguerra e della Guerra Fredda, con la nascita di Stati monolitici e monopartitici, proprio il partito è diventato il mezzo principale tramite il quale trasformare la società e raggiungere i fini ideologici di volta in volta portati avanti dai singoli presidenti o uomini forti del momento [1].

Nonostante un’apparente apertura verso una società multipartitica negli ultimi decenni del secolo scorso le strutture partitiche hanno continuato ad avere uno scarso peso, tanto che ancora nel 2004 l’emittente Al-Jazeera ammetteva come i partiti politici degli Stati mediorientali, con l’unica eccezione del Marocco non avessero in effetti mai avuto alcuna reale possibilità di entrare a far parte di compagini politiche o di modificare la politica del proprio paese.

Le recenti ondate di proteste, tanto quelle del 2011 che quelle dell’ultimo anno hanno dimostrato che l’insoddisfazione nei confronti del sistema politico e delle sue locali propagazioni è reale, tangibile e soprattutto ancora viva. Infatti, sebbene molti dei governi autocratici della regione dopo le cosiddette “primavere arabe” abbiano tentato di tornare allo status quo pre-rivoluzionario tramite l’attuazione di strumenti coercitivi, le proteste non si sono fermate in un Medio Oriente che si presenta altamente in fermento.

In questo panorama si muovono – e soffrono – anche i partiti e i movimenti islamisti. Nonostante un generale gradimento più alto rispetto alle proprie controparti laiche, attribuibile senza dubbio allo storico ruolo di aggregatore sociale e di assistenza economica alle fasce più basse della popolazione [2], da un lato la loro accondiscendenza in alcune situazioni con l’establishment e dall’altro i più recenti sviluppi degli ultimi anni come l’inserimento dei Fratelli Musulmani tra i gruppi terroristici in Egitto o la ultima ondata di proteste – particolarmente  in Iraq e Libano – dove sono venute meno le classiche connotazioni settarie interne alla società mediorientale, di cui spesso proprio i partiti e movimenti religiosi si sono fatti catalizzatori, hanno sicuramente contribuito affinché il gradimento per le formazioni religiose rimanesse sostanzialmente basso.

Questi dati raccontano tutta la verità?

Tra i numerosi parametri su cui la ricerca di Arab Barometer si è andata a concentrare, ve ne sono alcuni che ricevono percentuali di gradimento completamente opposte rispetto agli agenti della politica tradizionale visti fino ad ora. Ad esempio, l’indice di fiducia nei confronti dell’istituzione militare spazia tra un minimo di 37% registrato in Palestina ad un massimo di 95% in Giordania (percentuali che è necessario evidenziare sono quelle del 90% in Tunisia, dell’84% in Iraq ed Egitto). Parallelamente, anche le forze di polizia fanno registrare un indice di gradimento medio intorno al 65%, con un minimo del 46% in Libia e un massimo del 90% in Giordania.

Se ci si soffermasse ad una superficiale analisi numerica di tali dati sarebbe pacifico assumere che esista semplicemente una disillusione nei confronti degli agenti della politica tradizionale e che quindi si riponga la fiducia in altri protagonisti “esterni” all’arena politica tout court. Tuttavia, ad un’analisi più approfondita questa visione appare quantomai errata poiché ci sono innumerevoli aspetti storici e sociali che entrano in gioco.

Dal Marocco allo Yemen e dalla Siria al Sudan, agenti come l’esercito e la polizia hanno infatti sempre giocato un ruolo fondamentale nei sistemi politici mediorientali dagli anni ’50 ad oggi, sicuramente molto più importante e pregnante di quello dei partiti, e se un fallimento della politica è esistito in Medio Oriente esso è senza dubbio è senza dubbio da imputarsi alle élite militari che hanno seguito nella maggioranza dei casi i propri interessi.

E allora perché questi numeri?

I limiti della ricerca condotta da Arab Barometer, comunque indicativa di una tendenza più ampia se posta in un’ottica diacronica, risiedono principalmente proprio nella difficoltà ad identificare come veritieri gli indici di gradimento espressi. Alla luce proprio dell’importante ruolo in politica che hanno avuto, e che in molti casi hanno ancora, personalità provenienti dall’esercito, risulta facile comprendere come la fiducia espressa nei confronti tanto di tali forze quanto anche dei singoli governi di estrazione militare possa non rappresentare un dato reale, considerato anche che normalmente la possibilità di critica nei confronti di tali agenti è spesso temuta perché perseguitata politicamente. Le imponenti proteste di piazza del settembre 2019 contro il presidente egiziano al-Sisi possono essere lette proprio come indicative della discrasia tra i dati qui rilevati e la realtà fattuale. 

Data questa impossibilità, il modo più sicuro per poter dunque esprimere un dissenso nei confronti della politica del proprio Paese rimane quello di criticare le strutture partitiche, che in questo modo si vedono strette tra la sfiducia da un lato di quella che dovrebbe rappresentare la propria base di supporto principale e dall’altro, lo Stato, che invece ne compromette qualsiasi reale possibilità di operare all’interno dell’arena politica.

[1]

S. Randjbar-Daemi, E. Sadeghi-Boroujerdi e L. Banko, «Introduction to political parties in the Middle East: historical trajectories and future prospects,» British Journal of Middle Eastern Studies, pp. 155-158, 22 Febbraio 2017.

[2]

J. Harrigan e H. El-Said, Economic Liberalisation, Social Capital and Islamic Welfare, New York: Palgrave MacMillan, 2009.

 

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