I mari del Sud-est asiatico sono ormai diventati i più trafficati al mondo. La centralità delle rotte asiatiche nel tessuto economico globale rende necessaria un’effettiva protezione costante della libera navigazione in una regione marittima caratterizzata da migliaia di isole, diversi stretti importanti e interessi globali contrastanti.

Per Paesi geograficamente ed economicamente dipendenti dal mare, una Guardia costiera funzionale ed efficace rappresenta una necessità primaria. Grazie alla crescita economica dell’area, i Paesi del Sud-est asiatico nel corso degli ultimi decenni hanno creato o potenziato sensibilmente le proprie agenzie governative designate per il maritime law enforcement. Non tutte però prendono effettivamente il nome ufficiale di Guardia costiera, nonostante il trend di crescita regionale sia chiaro. L’aumento del traffico commerciale, la sicurezza marittima e le dispute politico-geografiche sono solo alcuni tra gli elementi che spingono questi Stati verso un potenziamento in questo settore. Per quanto possa sembrare una questione puramente amministrativa, questa diventa molto rilevante nella politica internazionale se interpretata come sviluppo in una regione caratterizzata da tensioni internazionali come le dispute nel Mar Cinese Meridionale. Per affermare la propria sovranità sul mare è necessaria una presenza costante nelle acque nazionali e per Marine tendenzialmente piccole come quelle del Sud-est asiatico è necessario bilanciare il carico di lavoro con agenzie create appositamente per il ruolo. Inoltre, la presenza di una Guardia costiera può aiutare la despiralizzazione delle frequenti crisi nell’area: una nave di questi corpi permette di affermare la propria sovranità senza utilizzare navi militari, il cui impiego genera sempre forti ripercussioni, anche solo simboliche. Per quanto riguarda il caso del Mar Cinese Meridionale, per Paesi come il Vietnam e le Filippine rafforzare le proprie agenzie di maritime law enforcement è necessario per rispondere meglio alle azioni della Cina, che spesso sfruttano piccole imbarcazioni paramilitari o utilizzano in modo aggressivo i pescherecci, in gran parte di proprietà statale. Per questi motivi, la strategia “ibrida” di concezione cinese crea per i Paesi coinvolti nelle dispute la necessità di controllare in modo capillare le zone marittime di propria giurisdizione.

Inoltre, il rischio della pirateria è concreto nelle acque del Sud-est asiatico ed è fortemente collegato al terrorismo: il gruppo Abu Sayyaf, con base nel Mindanao (l’isola più meridionale nell’arcipelago delle Filippine), negli ultimi anni ha finanziato la propria attività tramite la pirateria nelle acque tra le Filippine e il Borneo, costringendo i governi di Malaysia, Filippine e Indonesia a istituire corridoi sorvegliati per il traffico commerciale.Dal punto di vista regionale la coordinazione tra questi stati avviene soprattutto attraverso l’ASEAN Maritime Forum, dove parte dei lavori viene dedicata nello specifico allo sviluppo di queste capacità. La coordinazione tramite un’organizzazione internazionale di questo livello apre diverse opportunità a Paesi come Giappone e Stati Uniti, che hanno in comune non solo l’interesse a garantire la libertà di navigazione nell’area, ma anche a far sì che questi Paesi possano rispondere in modo più funzionale alla politica assertiva cinese nell’area. Gli Stati Uniti collaborano continuativamente con la Guardia costiera vietnamita, a cui sono state anche assegnate unità americane in esubero, mentre il Giappone gestisce programmi addestrativi e di procurement con gran parte dei Paesi ASEAN.

Considerato che la Costituzione giapponese limita fortemente l’impiego delle Forze armate, la Guardia costiera giapponese rappresenta uno strumento più efficace e flessibile per la politica estera di Tokyo rispetto alle Forze di autodifesa. Queste azioni sono anche ascrivibili alla strategia “Indo-Pacifico libero e aperto”, l’ultima iniziativa diplomatica giapponese rivolta al mantenimento della stabilità politica ed economica nell’area. Inoltre, molti dei paesi dell’area fanno parte anche di ReCAAP[1], un’organizzazione internazionale creata nel 2006 per contrastare la pirateria e favorire la libertà di navigazione in Asia. L’accordo ha posto le basi per un centro di condivisione di informazioni, con base a Singapore, con lo scopo di agevolare la cooperazione tra i Paesi dell’area nel contrasto alla pirateria. Nonostante questo rafforzamento sia una tendenza che accomuna quasi tutti i Paesi, non si può ancora affermare che lo sviluppo di questi Paesi in questo campo sia omogeneo e coordinato. In primo luogo, le forme organizzative osservabili sono le più disparate. Alcuni di questi hanno semplicemente delegato le funzioni di polizia in mare alle rispettive Marine (ad esempio Thailandia e Cambogia), mentre altri hanno creato o ristrutturato agenzie governative con personale civile e non militare (come Indonesia, Vietnam, Malaysia e Filippine). Questa asimmetria organizzativa genera spesso difficoltà intrastatali di definizione delle rispettive sfere di competenza e frizioni relative ai budget assegnati, oltre a difficoltà interstatali nel coordinamento e nell’interoperabilità.

 

L’ASEAN potrebbe rappresentare un catalizzatore di questo processo, specialmente in riferimento alle rivendicazioni incrociate nel Mar Cinese Meridionale, ma questo non accade. L’organizzazione potrebbe schierarsi con più fermezza contro le rivendicazioni cinesi, ma non tutti i Paesi membri sono coinvolti direttamente nella questione. Nel 2012 la Cambogia, durante il suo anno di presidenza dell’organizzazione, ha rifiutato di inserire la problematica tra i temi oggetto dei meeting, probabilmente per non infastidire il governo di Pechino. Oltre a ciò, la presenza cinese nell’area non è il solo problema e le rivendicazioni dei Paesi membri spesso si sovrappongono, rendendo ancora più complicato un coordinamento politico. Considerati gli sforzi intrapresi dai Paesi dell’area, è difficile affermare con certezza quale sarà il risultato di questa tendenza. La relativa smilitarizzazione delle rivendicazioni marittime può facilitare il dialogo politico, ma il peso diplomatico della Cina rende asimmetrico il confronto bilaterale, rendendo necessaria una risposta regionale coordinata che per ora appare lontana.

Sarà inoltre necessario osservare con attenzione le mosse del Giappone e dell’Australia, con quest’ultima che pur non avendo una vera e propria guardia costiera, potrebbe comunque impegnarsi in qualche forma per portare avanti la propria strategia di difesa avanzata nei confronti della Cina. Infine, va comunque sottolineato l’assordante silenzio statunitense in questo campo: le poche iniziative in atto sembrano dettate dalle singole contingenze, più che parte di un disegno preciso. Garantire la libertà di navigazione dovrebbe essere una necessità centrale per gli Stati Uniti, che superando questa fase di atrofia strategica potrebbero anche offrire il proprio know-how in materia e contrastare in modo più efficace la sfida cinese allo status quo dell’Indo-Pacifico, di cui essi stessi sono garanti. I Paesi dell’area proseguono comunque lungo questa direzione, anche se uno sviluppo disarmonico e scarsamente coordinato può non rappresentare una risposta efficace.

Note

[1] Abbreviazione di Regional cooperation agreement on combating piracy and armed robbery against ships in Asia.

 

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