La Russia con un piano di investimenti di 210 miliardi di euro, ha avviato la sua corsa all’oro nero artico, aprendo la strada a perforazioni massicce tra i ghiacci e destabilizzando i già fragili equilibri della regione circumpolare.

Il mese scorso, il presidente russo Vladimir Putin durante una conferenza annuale nella quale ha enucleato i successi politici e legislativi dello Stato, ha annunciato nuove normative che dispongono 300 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi porti, nuove fabbriche e un nuovo regime fiscale per l’Artico russo più in generale, allo scopo di incrementare la perforazione tra i ghiacci e per incrementare la ricerca di greggio e gas.

Segnale Russo al confine norvegese artico (Fonte: Reuters)

Le nuove normative che introducono un regime fiscale agevolato per chiunque (imprese pubbliche e provate) voglia intraprendere tali attività in Artico, fanno parte di un piano più ampio, una vera e propria mossa geopolitica volta a rimarcare la presenza russa nella regione circumpolare, in un momento storico nel quale la Cina (amica russa in Artico) molto presente nei mesi scorsi è momentaneamente distratta dall’emergenza Coronavirus. Lo scopo è raddoppiare il traffico sulla rotta del Mare del Nord e quindi di incrementare le attività commerciali e dare una spinta ai grandi colossi statali come Gazprom, Lukoil e Rosneft.

L’impatto immediato di queste misure sarà, infatti, un aumento delle perforazioni dei ghiacci alla ricerca di petrolio e gas naturale offshore. Il presidente Putin, specifica infatti, che attraverso questo nuovo pacchetto di innovative riforme, si concedono aiuti soprattutto per le estrazioni offshore, una riduzione della tassa di produzione del 5% per i primi 15 anni per tutti le imprese. In addendum a tutto ciò, gli aiuti economici allo “sviluppo dell’Artico russo”, aumentano del doppio se le attività di estrazione si realizzeranno nell’Artico Orientale e quindi più vicino al mare canadese di Beaufourt. Un avvicinamento ai confini canadesi, volto a comunicare ancor più veementemente la presenza russa in Artico e la propria imprescindibilità per lo sviluppo commerciale e non della regione.

Attualmente, esiste solo una piattaforma petrolifera offshore in acque russe: la piattaforma Prirazlomnaya, situata nel Mare della Pečora, ove le aziende russe hanno già iniziato ad estrarre greggio. Questo campo, con il campo di Novoportovskoye nella penisola di Yamal, sono dei campi molto promettenti per la Russia, che mostra tutte le caratteristiche di un PetroStato.

Il Progetto Vostok Oil di Rosneft, definito il “più grande progetto petrolifero mondiale”, prevede la costruzione di un porto marittimo, due aeroporti, 800 km di nuovi oleodotti e 15 nuove città nella regione di Vankor. Tale progetto può quindi essere inteso come un trampolino di lancio per lo sviluppo su larga scala di nuovi processi di estrazione del petrolio artico.

Accanto alla carica destabilizzante per i fragili equilibri artici che questo progetto porta con sé, si affianca un altro problema, senz’altro non trascurabile: quello ambientale. Il carico delle navi infatti, potrebbe versarsi in qualsiasi momento, inquinando ancor di più i fondali marini artici. In tal caso l’espansione della “macchia nera” sarebbe poco controllabile, in un territorio come quello del Nord estremo infatti, qualsiasi prodotto petrolifero rilasciato nelle acque superficiali potrebbe facilmente raggiungere i Territori del Nord-Ovest in pochi giorni. Questo apre quindi un altro problema di primaria importanza, sui quali gli Stati Artici in seno al Consiglio Artico, non sono mai riusciti a raggiungere l’unanimità, nonostante la presenza di un working group creato ad hoc: stiamo parlando della contaminazione accidentale delle acque e della conseguente pulizia.  La maggior parte degli stati artici ha una capacità limitata di eseguire pulizie nella regione e questo renderebbe ancora più complessa l’attribuzione delle responsabilità a qualsiasi stato.

La Russia quindi, si propone come una potenza capofila dello sviluppo artico (per lo più petrolifero), ma i progetti di Putin di un Artico a predominanza russa potrebbero innescare una nuova crisi, in un territorio fortemente desiderato da ciascuna potenza mondiale che voglia imporre la propria forza nello scacchiere geopolitico, partendo da una supremazia energetica.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: