La questione di Santa Sofia ad Istanbul pone in sé degli interrogativi enormi che riguardano sia internamente che esternamente la politica turca.

Il 2 luglio, il Consiglio di Stato della Repubblica turca, ovvero l’organo amministrativo più alto della Turchia, ha terminato il ciclo di ascolto delle parti interessate alla conversione della Basilica di Santa Sofia (chiamata anche Hagia Sophia) da museo, secondo lo Statuto del 1935, a Moschea.

Dopo aver ascoltato la proposta del gruppo dedicato alla conversione della Basilica, il Consiglio ha chiesto come riserva un massimo di 15 giorni per deliberare sull’argomento e modificare o meno, in tal senso, lo Statuto promosso a suo tempo dal Presidente Atatürk.

Tale azione, andrebbe a lanciare due tipi di messaggio, uno rivolto all’interno della Repubblica, l’altro all’esterno, e i due si influenzano reciprocamente. La Turchia è ormai a tutti gli effetti uno dei principali interlocutori del Mediterraneo orientale, sia tale ruolo per prepotenza o meno, è una verità inconfutabile: è presente nei territori di scontro più critici dell’intera regione mediorientale e mediterranea (nella fattispecie, Siria e Libia). Dal punto di vista strettamente europeo ha avuto, nel corso degli anni, la facoltà di potersi rivolgere a milioni di cittadini turchi sparsi in tutto il continente ed, oltre a loro, ha voluto presentarsi garante dei musulmani europei. Il suo recente attivismo, d’altro canto, ha acuito le già profonde divergenze con diverse nazioni, fra le quali la Grecia, Cipro, Egitto e recentemente la Francia su più fronti.

Dal punto di vista regionale ed internazionale, dunque, la volontà di convertire Santa Sofia in Moschea è un chiaro segnale, da parte di Erdoğan, a non interferire negli affari che la Turchia reputa materia di sovranità nazionale, compreso, qui v’è da aggiungere, la presenza militare in Siria ed Iraq e gli interessi nella ricostruzione post-guerra civile in Libia.

Ciò è ravvisabile ancor più chiaramente nella risposta internazionale alla volontà del Presidente turco: da leader politici, vicini e lontani, a leader religiosi, che hanno ravvisato nella mossa di Erdoğan una chiara strumentalizzazione della questione e non un’esigenza nazionale.

Internamente, invece, ciò che può notarsi maggiormente è l’abissale differenza fra la politica di Erdoğan e quella di Kemal Atatürk: riconvertire Hagia Sophia sarà una vera e propria rottura (l’ennesima) con la politica che fino a questo momento la Turchia ha sempre perseguito, ovvero quella di un bilanciamento continuo fra istanze politiche ed esigenze religiose/spirituali. Starebbe a significare un cambio di rotta radicale, anche se sotto il sottile velo del soft power, che ben più volentieri favorisce modificazioni strutturali, poco perché graduali e soprattutto percepite, soprattutto dalla popolazione, come semplice materia di politica interna. In realtà, l’istanza di Erdoğan nasconde ben altro: questo ulteriore passo contribuirebbe ancor di più a far passare il messaggio che la Turchia è pronta per divenire il canale preferenziale Mediterraneo orientale.

Non che il Padre dei turchi, il Presidente Atatürk, non ne abbia fatta una questione politica a suo tempo. Entrambi, con tutta probabilità, hanno agito in ragione di interessi politici: se da un lato Erdoğan è spinto dal ritrovato spirito ottomano, sempre sommerso nell’animo anatolico, Atatürk era invece sospinto dal desiderio di un possibile allineamento occidentale che avrebbe permesso alla Turchia di contare ancora qualcosa dopo la dissoluzione dell’Impero.  Se anche dunque la questione, in termini puramente giuridici, risieda in una decisione interna, è anche vero che qualunque decisione sarà presa avrà chiaramente delle ripercussioni politiche (interne ed esterne).

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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