Nonostante negli ultimi mesi sia cresciuta la tensione lungo i confini terrestri tra Cina e India, la sfida tra i due Paesi asiatici ha importanti implicazioni anche nell’Oceano Indiano e nelle acque circostanti.

L’India e la Cina rappresentano secondo molti esperti le due principali superpotenze asiatiche del XXI secolo. Sono due Paesi in grande espansione economica, seppur con caratteristiche e obiettivi economici diversi. I motivi di contrasto tra i due Paesi hanno radici profonde, da trovarsi perfino negli accordi siglati dalle potenze coloniali (Gran Bretagna su tutti) per delimitare i confini terrestri lungo l’Himalaya. Dalla metà del XX secolo in avanti ci sono stati diversi conflitti di confine a bassa intensità, causati da rivendicazioni incrociate su aree come l’Aksai Chin e l’Arunachal Pradesh. Con l’espansione dell’economia cinese e l’ascesa di Pechino come attore su scala globale, anche l’Oceano Indiano è diventato un terreno di scontro importante per il futuro di entrambi i Paesi.

La Repubblica Popolare Cinese ha interessi economici cruciali nell’area dell’Oceano Indiano. Lungo le rotte di questa regione passano non solo gran parte delle esportazioni cinesi, ma anche le principali linee di rifornimento energetico, necessarie per soddisfare un fabbisogno energetico sempre crescente. Queste rotte entrano poi nel Mar Cinese Meridionale passando per importanti stretti come Malacca e Lombok, nei quali la sicurezza della navigazione è cruciale per la Cina. È quindi naturale che la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione sia costantemente impegnata in queste acque con un ampio ventaglio di attività non-combat, come pattugliamenti e attività di scorta al naviglio commerciale.

Per l’India invece, l’Oceano Indiano è la principale frontiera marittima. Tradizionalmente l’India ha sempre dovuto privilegiare le componenti di terra delle proprie Forze Armate, soprattutto a causa dei continui conflitti con Pakistan e Cina. Tuttavia, negli ultimi decenni è diventato lampante che l’India ha la necessità di espandere le proprie capacità navali: la pirateria nel Golfo di Aden e i numerosi altri pericoli per la navigazione nell’Oceano Indiano sono problemi che il Paese deve saper affrontare in modo efficace se vuole candidarsi a un ruolo di primo piano nella regione Indo-Pacifico. La competizione marittima tra i due Paesi è molto meno diretta rispetto a quanto accade lungo i confini terrestri, ma certamente non è meno importante. L’India sta cercando di controbilanciare l’influenza cinese sull’area dell’Indo-Pacifico sia con programmi di modernizzazione navale, sia con strumenti diplomatici. I programmi di espansione della flotta prevedono l’arrivo della nuova portaerei, INS Vikrant, previsto per il 2021, oltre all’introduzione di ulteriori sommergibili a propulsione nucleare e il potenziamento delle capacità anti-sommergibile, diretta risposta all’espansione delle capacità e delle attività cinesi nel settore. Inoltre, sono confermati numerosi programmi di sviluppo per UAV, con l’obiettivo di migliorare le capacità MDA (Maritime Domain Awareness). L’aspetto principale di questi programmi sta nel fatto che tutti i nuovi assetti saranno progettati e costruiti sul territorio indiano, affrancando la Marina indiana dalla necessità di acquisizioni da Paesi esteri.

Dal punto di vista diplomatico, l’India ha avviato numerosi programmi di collaborazione con Paesi limitrofi: sono infatti saldamente in atto programmi di capacity building con le Maldive e con la Marina del Myanmar. Inoltre, l’India collabora strettamente non solo con gli Stati Uniti, ma anche con Giappone e Australia, con i quali è stato messo in piedi il Quadrilateral Security Dialogue, conosciuto più semplicemente come Quad. L’obiettivo di questa iniziativa è l’aumento dell’interoperabilità delle Forze Armate dei quattro Paesi a protezione della libertà di navigazione. Tra questi quattro Paesi vengono organizzate su base annuale diverse esercitazioni congiunte, come ad esempio la Malabar. Tuttavia, la cooperazione è volutamente tenuta a un livello basso per non generare reazioni eccessive da parte di Pechino.

Come affermato in precedenza, gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano sono vitali per la crescita economica del Paese. Con due portaerei già attive (Liaoning e Shandong) e una terza già in costruzione, la Cina dispone di un vantaggio notevole in termini di assetti, e quindi di proiezione, rispetto all’India. Inoltre, l’inaugurazione della base a Gibuti (la prima all’estero per l’Esercito Popolare di Liberazione) ha fornito a Pechino una buona base logistica avanzata per le operazioni nell’Oceano Indiano. Nonostante le attività di esercizio dell’hard power siano notevoli, i programmi che destano maggiori preoccupazioni a New Delhi sono quelli di finanziamento alle infrastrutture nei Paesi limitrofi, contenuti all’interno della Belt and Road. Il massiccio programma di investimenti cinese ha come obiettivo dichiarato la riduzione delle distanze commerciali tra la Cina e l’Eurasia, ma non è da escludere che dietro ai finanziamenti ci siano accordi di utilizzo di porti e infrastrutture in senso militare: il porto di Gwadar in Pakistan rappresenta solo uno dei nodi del “filo di perle” che la Cina starebbe tracciando lungo le coste dell’Oceano Indiano.

Allo stato attuale, la competizione marittima tra Cina e India è solo agli inizi. Le frizioni lungo i confini terrestri potrebbero comunque portare a tensioni crescenti anche nelle regioni costiere, ma i leader di entrambi i Paesi sono ben consci del fatto che la partita marittima è molto più a lungo termine. Il vantaggio cinese in termini di armamenti e assetti, che andrà a crescere nei prossimi decenni, è controbilanciato dal soft balancing dell’India e degli altri Paesi della Quad Initiative, nonostante questi ultimi non siano riusciti ancora ad andare oltre alle esercitazioni e porre in atto azioni concrete, dirette a un necessario contenimento strategico. Infine, come per gli altri scenari, è certo che le azioni degli Stati Uniti influenzeranno in modo importante le scelte dei due Paesi.

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