Quando si parla di Belt & Road Initiative difficilmente si pensa subito ai Balcani. Eppure, grazie alla loro posizione strategica, sono un tassello indispensabile della strategia di Pechino.

Nonostante le scarse opportunità di mercato che la regione offre agli investitori cinesi, Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia (il Kosovo è escluso poiché non riconosciuto dalla RPC) dal 2012 fanno parte della c.d. rete “16+1”. Presto, questa rete è diventata parte integrante della Belt & Road Initiative (BRI), progetto nel quale i Balcani occidentali giocano un ruolo chiave: grazie alla loro posizione geografica strategica garantiscono un accesso agevole al mercato europeo, obiettivo finale di Pechino.  Questa rete coinvolge un gruppo di Stati piuttosto eterogeneo. Dei 16 partecipanti, 11 sono Stati membri dell’UE (cinque dei quali appartenenti all’area dell’euro), quattro sono Paesi candidati all’adesione all’UE e uno è un potenziale Stato candidato. Inoltre, la rete tende ad allargarsi: dal 2016, la società di navigazione cinese Cosco detiene una quota di maggioranza del porto del Pireo, il più grande porto della Grecia e il settimo più grande d’Europa, posizionato strategicamente tra i continenti asiatico ed europeo. Dopo questa operazione anche la Grecia diventa un tassello fondamentale della strategia di Pechino.

La principale forma di cooperazione economica cinese nei Balcani occidentali è rappresentata da finanziamenti per progetti infrastrutturali, soprattutto nei settori dei trasporti e dell’energia.  Il progetto più significativo è sicuramente l’ammodernamento della ferrovia Belgrado-Budapest, che garantirebbe un trasporto più agevole delle merci cinesi destinate al mercato europeo. I dialoghi trilaterali iniziarono nel 2013 durante il summit di Bucarest all’interno della rete “16+1”. Tuttavia, l’implementazione del progetto si è rivelata più difficile del previsto. Secondo i piani originali la conclusione dei lavori, finanziati per l’85% dalla Exim Bank cinese, era prevista per il 2017, ma la costruzione dell’infrastruttura dal lato ungherese non è mai iniziata. I regolamenti e le norme dell’UE prevedono che i grandi progetti infrastrutturali siano aggiudicati tramite una gara d’appalto pubblica. Per questo motivo, nel 2016, l’UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria, chiedendole di essere più trasparente e di organizzare una gara d’appalto pubblica, minimizzando così il rischio di corruzione. Dall’altra parte del confine, in Serbia, la costruzione della rete ferroviaria è partita solo nel 2017, nonostante Belgrado non debba preoccuparsi dei vincoli comunitari. L’evoluzione e il parziale fallimento di questo progetto spiega perché Pechino preferisca indirizzare i propri capitali verso Stati, come quelli dei Balcani occidentali, non vincolati da regolamenti europei e da regole rigide riguardo alla sostenibilità finanziaria dei progetti. Gli enormi deficit infrastrutturali della regione, uniti alla mancanza di capitali, a pratiche di regolamentazione non uniformi, a norme poco rigorose in materia di appalti pubblici e una scarsa regolamentazione del lavoro creano un terreno fertile agli investitori cinesi nell’estero vicino dell’UE.

Lo Stato su cui occorre concentrare maggiormente la nostra attenzione è la Serbia. Negli ultimi anni i rapporti economici tra Pechino e Belgrado si sono evoluti, diventando sempre più stretti e amichevoli, come dimostra l’andamento crescente dell’import “made in China” in Serbia. Inoltre, dei 14,6 miliardi di dollari investiti nei Balcani tra il 2005 e il 2019, 10,3 miliardi sono stati destinati proprio alla Serbia. Gli investimenti più importanti effettuati da Pechino comprendono un complesso siderurgico nella città di Smederevo e il bacino minerario Bor (RTB Bor) nell’Est del Paese, non lontano dal confine con Romania e Bulgaria. Lo stabilimento siderurgico di Smederevo è stato di proprietà della U.S. Steel fino al 2012, anno in cui la società americana lo ha rivenduto al governo serbo per un dollaro. Nel 2016 Il gruppo cinese Hebei Iron & Steel ha firmato un accordo da 46 milioni di euro per acquistare lo stabilimento, a cui si aggiunge un investimento di ammodernamento di circa 120 milioni di euro effettuato nel 2019. L’acciaieria garantisce oltre 5000 posti di lavoro in una città di circa 100.000 abitanti.

Per quanto riguarda il bacino minerario Bor, invece, lo Zijin Mining Group ha investito 1,26 miliardi di dollari, più altri 350 milioni di dollari di capitalizzazione, rilevando il 65% della proprietà e impegnandosi a mantenere i 5 mila posti di lavoro preesistenti. il bacino rappresenta una voce importante dell’economia serba. Sebbene questi investimenti abbiano favorito la penetrazione economica e politica di Pechino in Serbia, il ruolo della Cina nella maggiore economica balcanica rimane relativamente modesto. Circa il 65% degli scambi commerciali serbi avviene con l’UE. Il commercio con la Cina, invece, è solo leggermente superiore a quello intrapreso con la Bosnia-Erzegovina, che ha una popolazione di 3,3 milioni di abitanti. Nonostante ciò, i cittadini serbi hanno una percezione distorta della realtà. Secondo l’Istituto per gli affari europei, oggi il 40% dei cittadini serbi considera la Cina il primo partner economico del Paese, seguita dall’UE al 17,6% e dalla Russia al 14,6%. Le relazioni sino-serbe si sono ampliate anche nel campo della sicurezza e della difesa. Belgrado ha firmato un contratto per acquistare e assemblare diversi droni cinesi. Si tratta di un evento carico di significato: quando le forze della Nato bombardarono Belgrado nel 1999, cinque ordigni di precisione distrussero l’ambasciata cinese. E, alcuni mesi fa, il memoriale in onore delle vittime serbe nella la guerra per il Kosovo è stato sostituito. Oggi il cartello recita: “Cinesi e serbi – fratelli per sempre”. Nonostante ciò, gli Stati Uniti e i Paesi membri della Nato rimangono i maggiori finanziatori delle forze armate serbe e i suoi più stretti alleati. Questa condizione, ad oggi, la Cina non è in grado di cambiarla.

Inoltre, nel 2014, la polizia serba, dopo aver lavorato con i suoi omologhi cinesi per rintracciare un fuggitivo ricercato e nascosto in Cina, è rimasta colpita dalla tecnologia utilizzata per localizzarlo e arrestarlo. Come conseguenza di ciò, il Ministero dell’Interno serbo ha deciso di dotare e impiegare questo tipo di infrastruttura di sorveglianza a Belgrado, riconoscimento facciale compreso, firmando un contratto con Huawei. Ma non è solo la Serbia ad aver attratto l’attenzione di Pechino. Tutti i Paesi balcanici hanno relazioni economiche più o meno intense con la Cina. In Montenegro, la nuova autostrada che collega Belgrado con la città portuale di Bar, è stata finanziata per l’85% dalla Exim Bank ed è stata costruita dalla China Road and Bridge Corporation. Il progetto, dal valore di oltre 1 miliardo di dollari, ha fatto impennare il debito del Paese fino all’80% del PIL. In Bosnia-Erzegovina, Pechino ha finanziato la società elettrica nazionale Elekropriveda attraverso un prestito di 700 milioni di dollari (anche in questo caso elargito dalla Exim Bank cinese) per terminare la centrale termica di Tuzla. I lavori, ovviamente, sono stati delegati a società cinesi. Nella Macedonia del Nord, è stata finanziata la costruzione di due autostrade per un costo di 580 milioni di dollari. In Albania, gli investimenti cinesi più importanti includono l’aeroporto nazionale di Tirana (acquisito dal gruppo China Everbright, una società finanziaria sostenuta dallo Stato), e la raffineria di petrolio più importante del paese (che rappresenta il 95% delle risorse petrolifere albanesi), comprato per 442 milioni di dollari dalla cinese Geo-Jade Petroleum Corp.

 

Attualmente, l’UE è il principale partner commerciale dei Balcani occidentali. Essa detiene il 73% del commercio nella regione. La quota di commercio nelle mani di Pechino è molto inferiore e si attesta al 5%. L’UE è anche il principale investitore nella regione, con oltre il 60% degli IDE totali. Per contro, gli IDE cinesi rappresentano solo una minima parte del totale. In aggiunta a ciò, le risorse dei fondi strutturali europei sono di gran lunga più convenienti dei prestiti cinesi. Per quale motivo, allora, l’influenza cinese nella regione continua a crescere?  Innanzitutto, la cattiva governance da parte di alcuni politici locali e l’elevata corruzione svolgono un ruolo importante nel favorire la Cina. Le sovvenzioni di Bruxelles sono vincolate da regole spesso non gradite ai vertici politici dei Balcani. Inoltre, la burocrazia europea è spesso lenta e ciò rappresenta un problema quando i governi cercano di muoversi velocemente per guadagnare consenso elettorale. Da qui il successo del modello cinese, caratterizzato da un numero elevato di prestiti (l’80% degli investimenti nella regione) e da una cifra esigua di IDE. Mentre i finanziamenti europei sono vincolati a condizioni di buon governo, trasparenza e sostenibilità finanziaria ed ambientale, quelli cinesi sono condizionati semplicemente dall’attuazione di progetti da parte di aziende cinesi (per lo più di proprietà statale), nonché dall’occupazione di lavoratori cinesi. Nulla di tutto ciò aiuta a sviluppare le economie locali.

Ma questo, naturalmente, non interessa a Pechino, il cui unico interesse è quello di utilizzare i Balcani come punto di ingresso nel mercato comunitario. Senza chiare prospettive di adesione all’UE, gli Stati dei Balcani si guardano bene dal completare il costoso allineamento con le norme comunitarie e dall’intraprendere una riforma di governo. Quest’ultima, che richiede una visione a lungo termine, non è attuabile in una regione concentrata a soddisfare le proprie esigenze nel breve periodo. Esigenze perfettamente realizzabili attraverso la collaborazione economica con Pechino. In conclusione, l’impegno della Cina nei Balcani occidentali è guidato da una logica geo-economica e politica. L’obiettivo principale di Pechino è quello di utilizzare la regione come porta commerciale verso l’Europa occidentale, dove risiedono i veri interessi cinesi. Nel frattempo, cercando di raggiungere il suo traguardo, aumenta l’instabilità economica dei Paesi in cui investe, più interessati agli effetti benefici immediati piuttosto che ai problemi di sostenibilità economica. Un po’ come già successo in altri Stati coinvolti nella BRI, Sri Lanka e Gibuti su tutti.Nel frattempo, L’UE deve sviluppare una politica comune al suo interno. Per contrastare le attività economiche cinesi nella regione occorre facilitare l’accesso ai fondi strutturali ai Paesi candidati all’adesione all’UE. Se necessario allentando temporaneamente alcune condizioni. Solo in questo modo si può pensare di ostacolare la crescente influenza economica e politica di Pechino nell’area balcanica.

 

 

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