“Piatto pulito” è la campagna lanciata in agosto dal leader cinese Xi Jinping per combattere lo spreco alimentare e porre fine alle abbuffate dei “re dal grande stomaco”

“Il popolo considera il cibo come il cielo” (民以食为天mín yǐ shí wéi tiān) recita un famoso detto cinese. La centralità che il popolo cinese attribuisce al cibo permea la sua cultura sin dall’antichità. Numerosi sono, nelle opere classiche, i riferimenti al cibo e all’atto del mangiare, associati ai concetti di potenza e forza o i rimandi a determinati alimenti nelle espressioni di uso colloquiale. Le norme del galateo, inoltre, considerano la presenza di una tavola riccamente imbandita un segno di grande ospitalità, così come è fonte di grande piacere per il padrone di casa osservare che i propri ospiti non hanno completamente ripulito il loro piatto, prova del fatto di essere riuscito ad offrire più di quanto quest’ultimi avessero bisogno.

L’associazione del cibo ai concetti di opulenza, abbondanza e grandezza non si sposa tuttavia con il periodo storico che la Cina sta vivendo. Il rallentamento economico causato dall’epidemia di coronavirus, i disastri atmosferici nelle regioni meridionali del Paese – dedite principalmente ad attività agricole- e i dazi sulle importazioni dagli USA hanno spinto il presidente Xi ad avviare la campagna “piatto pulito” (光盘 guāng pán xíngdòng).  La campagna mira a ridurre gli sprechi di cibo e ad adottare uno stile di vita più frugale, sensibilizzando il popolo cinese affinché abbandoni la comune e diffusa pratica di ordinare cibo extra durante i pasti in gruppo.

L’appello del presidente è stato immediatamente accolto dalle catene di ristorazione che hanno adottato la formula “N-1” – ordinare un numero di piatti inferiore di 1 rispetto al numero dei commensali riuniti tavola- e servito porzioni più piccole e contenute. La misura appare più che necessaria: secondo le stime del World Wide Fund e dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali, in Cina vengono sprecate 18 milioni di tonnellate di cibo all’anno – una quantità sufficiente a sfamare fino a 50 milioni di persone. Un cinese spreca in media 93 grammi di cibo per ogni pasto, con un waste rate pari al 11.7%.

La lotta agli sprechi alimentari non è un tema del tutto nuovo. Nel 2013, infatti, aveva spopolato sui Weibo – un noto social network cinese – una movimento dal medesimo nome, promosso da attivisti ed organizzazioni non governative. Esso aveva coinvolto milioni di netizen di tutto il Paese e ottenuto anche l’appoggio del PCC, il quale aveva promesso di impegnarsi personalmente per ridurre lo spreco di cibo durante i banchetti ufficiali. Il promotore era Xu Zhijun, un giornalista originario del Gansu – una delle provincie più povere del Paese – che trasferitosi a Pechino per lavoro rimase sconvolto dalla quantità di cibo che i pechinesi abbandonavano sui tavoli dei ristoranti. L’uomo pubblicò su Weibo una immagine che ritraeva un piatto completamente vuoto, con il commento: “operazione piatto pulito”, da cui prese poi il movimento. 

La campagna promossa in agosto dal Presidente Xi è stata preceduta da numerosi dichiarazioni governative in cui si sottolineava l’importanza di eliminare il malcostume dello spreco alimentare, a favore della food security.  Nel 2019, il Consiglio di Stato aveva reso pubblico un white paper sul tema della sicurezza alimentare, nel quale si cercava di rassicurare il popolo cinese circa la capacità della nazione di provvedere ai bisogni alimentari di 1.4 miliardi di persone, sottolineando che la produzione alimentare pro-capite era pari a 470 kg – superando la media globale e in crescita del 14% rispetto al 1996 –  e che il Paese avesse raggiunto l’autosufficienza per quanto concerneva la fornitura di cereali e grano.  Sebbene il Paese negli ultimi abbia cercato di migliorare il sistema di approvvigionamento idrico e introdotto nuove tecnologie per incrementare la produttività agricola allo scopo di raggiungere l’obiettivo ultimo dell’autosufficienza alimentare, la food safetysembra essere a rischio.  Pechino, secondo stime non ufficiali, importa dall’estero ancora circa il 30% delle proprie scorte di cibo, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 13% rispetto allo scorso anno e i contadini delle campagne del sud del Paese, colpiti dalle inondazioni, stanno accumulando la maggior parte dei lori raccolti nella speranza di poterli rivendere in futuro a prezzi più elevati. Il food power di Pechino sembra essere in pericolo e la lotta agli sprechi appare come uno strumento utile per combattere tali timori.

La campagna ha messo in discussione il modello economico di una parte dell’industria cinese del live streaming, quella dell’ “eating broadcast” (吃播 chībō). I “re dal grande stomaco” – i blogger che hanno costruito la loro fortuna sulle abbuffate in diretta su TikTok e Kuaishou – si sono trovati nell’occhio del ciclone. La Tv di stato, in un commento, ha dichiarato che “il live streaming è possibile, ma non è opportuno utilizzare il cibo come un mero oggetto di scena”, mentre le piattaforme di live streaming hanno minacciato di punire chiunque sprechi del cibo nelle dirette. Il Partito dunque invita la popolazione alla frugalità e a consumare con criterio. In un Paese in cui il “tanto” è spesso sinonimo di benessere, cambiare le abitudini dei cinesi non sarà affatto facile.

 

 

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