“Piccola fortezza” è il significato dell’abbreviazione Kuwait, il piccolo emirato incastonato fra i Iraq e Arabia Saudita. Se non si prendesse confidenza con il passato (recente) e il presente della monarchia – e non solo con l’etimologia del suo nome – sarebbe difficile credere che molti degli equilibri del golfo passano anche da Al-Kuwait. Il regno degli Al Sabah è oggi, infatti, un nitido specchio delle principali problematiche che attraversano le capitali del Golfo. Due su tutte, l’una conseguenza dell’altra: la crisi sanitaria dovuta alla pandemia, e il crollo dei prezzi del petrolio. Nonostante la popolazione dell’emirato non raggiunga i 5 milioni di abitanti, oltre ventinovemila sono stati i casi rilevati di infezione, i decessi confermati – al momento – 236. Dati che, se contestualizzati, offrono interessanti riflessioni sul profilo demografico del paese. Il relativo basso numero di decessi è probabilmente merito di un’età media degli abitanti inferiore a quella delle nazioni occidentali – in particolare a quelle europee. Una tendenza diffusa in buona parte del Medio Oriente, dove la popolazione è anagraficamente più giovane, e quindi più protetta delle conseguenza del coronavirus, notoriamente più aggressivo con la fascia anziana.

L’alto numero di contagiati, invece, è da imputare – secondo le autorità locali – alla massiccia presenza nel regno di lavoratori stranieri.
Si stima che circa il 70% dei residenti dell’emiro sia infatti non kuwaitiana. Un totale di più di tre milioni di persone, soprattutto provenienti da India, Bangladesh ed Egitto, impiegati più che altro in mansioni di bassa manovalanza. Il rapporto fra cittadini e stranieri è, in particolar modo negli ultimi mesi, motivo di attenzione da parte del governo, che potrebbe a breve attuare una serie di riforme quali l’implementazione di un sistema di quote per le comunità straniere, e un aumento delle tasse imposte agli espatriati. Un grattacapo, quello dei foreigners, che accomuna molti dei paesi della regione, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita su tutti. Proprio a quest’ultima, e alla crisi dovuta al calo del prezzo del barile in cui naviga, guarda con preoccupazione il Kuwait, che sul petrolio basa gran parte della sua ricchezza. A Riyad il settore del gas rappresenta circa il 50% del prodotto interno lordo e il 70% delle entrate sull’esportazione.

 

La recessione ha causato sia una forte diminuzione di entrambi. A spaventare Al-Kuwait è soprattutto la stabilità del suo fondo sovrano, il Kuwait Investments Fund, che oggi vale più 520 miliardi di dollari, ed è la vera arma nelle mani del regno. Se la guerra dei prezzi del greggio intaccherà la sorella maggiore saudita, è probabile che anche la “piccola fortezza” dovrà correre ai ripari. L’intenso lavoro diplomatico che nelle ultime settimane ha visto intensificarsi i voli di vari ministri kuwaitiani fra Mascate, Abu Dhabi, Manama e – ovviamente – Riyad, lascia presagire che la soluzione alle tribolazioni passi per un più stretto rapporto fra i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo. La stabilità della regione passa anche dal piccolo emiro.

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