In piena emergenza Coronavirus crolla il governo Kurti creando un nuovo esecutivo guidato da Avdullah Hoti. Riprende il dialogo con Belgrado per la rivisitazione dei confini. 

I legislatori del Kosovo hanno approvato il 3 giugno 2020 la nascita del nuovo governo guidato da Avdullah Hoti. Il nuovo fragile esecutivo nasce dalla coalizione formata dalla Lega Democratica del Kosovo di centro destra (LDK), da due ex gruppi di opposizione e da partiti minoritari che rappresentano le minoranze etniche del paese. L’origine della crisi risale alla metà di marzo dove, in piena emergenza Coronavirus, la Lega Democratica del Kosovo (LDK) ha dichiarato terminata l’alleanza con Vetevendosje (VV) aprendo così una crisi politica. Indubbiamente la “coalizione del cambiamento”, così definita da i due principali partiti, non poggiava su solide basi considerando i differenti orientamenti politici. Le cause apparenti che hanno scatenato questo scenario riguardano le diverse opinioni nella gestione dell’emergenza sanitaria, in realtà il vero fattore di contrasto concerne i dazi doganali sulle importazioni dalla Bosnia-Erzegovina e dalla Serbia. Tali imposte erano state introdotte nel novembre 2018 dall’ex premier Ramush Haradinaj come misura di ritorsione contro la Serbia, impegnata a bloccare l’ingresso del Kosovo nell’INTERPOL.

 Tali misure avevano portato al blocco del processo negoziale tra Pristina e Belgrado. La richiesta della LDK, supportata anche dagli Stati Uniti, prevedeva una totale rimozione dei dazi, mentre il leader del VV ha preferito una graduale riduzione in cambio di una politica di reciprocità da parte del governo serbo auspicando così il dialogo duraturo tra i due stati. Le polemiche riguardanti la scissione dell’alleanza di governo sono proseguite a seguito della decisione del Presidente della Repubblica Hashim Thaçi di dare la possibilità alla Lega Democratica del Kosovo di formare un nuovo esecutivo, escludendo di fatto il VV.  La nuova coalizione vede alla sua guida la LDK con al seguito diversi partiti minoritari tra i quali Srpska Lista, il partito per la minoranza serba apertamente sostenuto da Belgrado. La decisione di Thaçi di non svolgere nuove elezioni ha scatenato forti proteste popolari. I manifestanti scesi in piazza invocavano a gran voce il nome del Primo Ministro uscente e denunciavano la mancanza di coerenza con il voto espresso mesi prima, considerato che le urne avevano premiato il VV con il 26% delle preferenze e il 24% per LDK. L’episodio dunque, ha innalzato notevolmente l’indice di gradimento per l’ex PM Kurti superando il 50% dei consensi.

 

L’interferenza del Presidente Thaçi non è stata valutata positivamente dalla Relatrice del Parlamento Europeo per il Kosovo Viola Von Cramon, la quale ha affermato che l’intromissione del Presidente trasmette un segnale negativo alla comunità internazionale. L’episodio ha confermato nuovamente la fragilità politica che da sempre accompagna questa giovane Nazione avendo avuto ben sei governi in appena dodici anni. Non a caso, proprio nel recente episodio, il leader del VV Kurti ha accusato direttamente Thaçi di aver collaborato con gli Stati Uniti di aver firmato un accordo segreto con il presidente serbo Vučić per la rivisitazione dei confini tra Serbia e Kosovo. A sostegno di questa accusa vi è la nomina da parte di Trump di Richard Grenell come consulente speciale per le relazioni tra Belgrado e Pristina. Tale decisione coincide con l’avvicinarsi delle elezioni statunitensi e con la necessità del Presidente americano di ottenere un successo in politica internazionale considerati i fallimenti con Kim Jong-Un e il vacillante accordo stretto con i Talebani in Afghanistan. L’obbiettivo prefissato da Trump è molto complesso da raggiungere, il tentativo di trovare un accordo per lo scambio di territori tra Serbia e Kosovo potrebbe minare il delicato equilibrio che sorregge la pace nei Balcani generando così  un susseguirsi di rivendicazioni territoriali.

L’intromissione statunitense sarebbe non solo l’ennesima ingerenza nel Kosovo, ma aprirebbe una vera e propria competizione con l’Unione Europea. Nel periodo successivo alla guerra nella ex-Jugoslavia l’Europa ha speso ingenti somme per aiutare la ricostruzione dei paesi coinvolti nel conflitto aumentando così la propria influenza nell’area balcanica. Grazie a questa politica l’Europa era riuscita a diventare il principale attore nella mediazione tra Belgrado e Pristina, almeno fino a oggi, dove si vedono comparire prepotentemente gli Stati Uniti generando così una competizione geopolitica in un’area molto delicata. La risposta dell’Unione Europea non manca a tardare decidendo di affidare il compito di mediatore a Miroslav Lajčák, figura che ha svolto in passato compiti di mediazione in qualità di Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina a seguito degli accordi di Dayton del 1995. La scelta di affidare questo compito a un ex ministro slovacco non ha destato particolare simpatia da parte del governo di Pristina in quanto la Slovacchia è uno dei paesi che attualmente non riconosce l’indipendenza del Kosovo.

I recenti episodi dunque, rallentano il dialogo tra l’Unione Europea e il Kosovo, quest’ultimo infatti, insieme alla Bosnia-Erzegovina, è un potenziale paese candidato all’adesione. Seppur nell’aprile del 2016 è stato firmato un accordo di stabilizzazione e associazione (ASA), i requisiti necessari alla formalizzazione della domanda di adesione sono ancora lontani dall’essere raggiunti e pertanto ciò che è accaduto durante l’emergenza non fa altro che minare quanto fatto finora dalle istituzioni kosovare.

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