Il 5 ottobre 2020 in Kirghizistan, giorno successivo alle elezioni parlamentari, ha avuto inizio una serie di proteste che hanno portato all’annullamento dei risultati delle elezioni e alla dichiarazione dello stato di emergenza nella capitale Bishkek. A differenza della maggioranza delle repubbliche post-sovietiche, come ad esempio il vicino Kazakhstan in Asia Centrale – dove il “primo presidente” Nursultan Nazarbayev ha governato il paese dal 1990 al 2019 con poca opposizione diretta da parte della popolazione, il Kirghizistan ha invece avuto una storia elettorale e politica piuttosto movimentata. Quella di ottobre, infatti, è stata definita come la “terza rivoluzione kirghisa”, con rifermento alla prima contestazione civile del 2005 e alla seconda del 2010.

La rivoluzione dei tulipani e la seconda rivoluzione kirghisa

Nel 2005, sempre in seguito alle elezioni parlamentari nazionali, scoppiò in Kirghizistan un movimento di protesta denominato poi “rivoluzione dei tulipani”, considerata a livello internazionale una delle “rivoluzioni colorate” avvenute nei primi anni del 2000 in alcune ex-repubbliche sovietiche (come, ad esempio, in Georgia ed in Ucraina). Questo movimento di massa, durato circa due settimane tra febbraio e marzo, raggiunse anche dei picchi violenti: ci furono alcuni morti durante i primi giorni e alcuni palazzi della capitale vennero occupati. La popolazione aveva iniziato a manifestare contro il presidente Askar Akayev, che era stato in carica dall’indipendenza dall’URSS nel 1991, accusato di corruzione e di aver truccato le elezioni, oltre che per le modalità autocratiche di governo. Dopo la fuga di Akayev in Russia, venne eletto presidente Kurmanbek Salievič Bakiev, ex-primo ministro dimessosi qualche anno prima in seguito all’uccisione di alcuni manifestanti contro il governo del paese.

Anche questo presidente, dopo aver sedato con violenza delle manifestazioni nel 2007 ed essere stato accusato di poca trasparenza durante le elezioni del 2009, si rifugiò prima in Kazakhstan e poi in Bielorussia dopo aver firmato la lettera di dimissioni il 15 aprile 2010, spinto da una serie di violenti scontri e occupazioni, in cui morirono circa 80 persone. Alla fine, la donna a capo dell’opposizione, Roza Otunbayeva, riuscì a rovesciare il governo esistente ed assumere la carica presidenziale. In merito a questi avvenimenti, Bakiev aveva poi dichiarato dal suo rifugio a Minsk di non riconoscere le proprie dimissioni: “I do not recognise my resignation. Nine months ago, the people of Kyrgyzstan elected me their president and there is no power that can stop me. Only death can stop me”. La situazione di tensione creatasi durante il colpo di stato della Otunbayeva non si è tuttavia placato dopo la fuga di Bakiev, ma si è invece intensificato sfociando in una guerra civile e etnica tra kirghisi e la minoranza uzbeka presente nella zona di Osh, con centinaia di morti e decine di migliaia di profughi. Nel novembre del 2011 venne eletto presidente Almazbek Sharshenovich Atambayev, già primo ministro. A lui succede nel 2017 Sooronbay Sharipovich Jeenbekov, con una delle poche elezioni pacifiche registrate nel paese.

La terza rivoluzione kirghisa

Il Kirghizistan, repubblica da sei milioni di abitanti dell’Asia Centrale, è stata nuovamente scossa da una ondata di proteste popolari il giorno dopo le elezioni del parlamento, considerate dalla maggioranza come manipolate e poco trasparenti. Infatti, praticamente tutti i seggi sono stati vinti dai due partiti più vicini al presidente Jeenbekov, già accusato spesso sia di non aver mantenuto la promessa di combattere la corruzione diffusa soprattutto tra i livelli più alti del potere, sia di aver contribuito a soffocare la libertà di espressione ed i diritti umani nel paese.

Accanto a questo clima politicamente instabile, che spesso si è ripetuto nel corso degli anni nella storia del Kirghizistan, si accosta anche la frammentazione interna etnica (tra kirghizi e il 15% di minoranza uzbeka) e quella di clan (divisi geograficamente tra nord e sud). Questa fragilità sul piano interno è sicuramente uno degli elementi che hanno contribuito ad un rallentamento dello sviluppo del paese, che presenta ancora un’economia basata sull’estrazione mineraria e l’agricoltura, mentre una grandissima parte della popolazione lavora all’estero o come pendolare transfrontaliere, soprattutto nel vicino Kazakhstan.

Il presidente Jeenbekov ha rassegnato le sue dimissioni il 13 ottobre 2020, affermando: “I am not clinging to power. I do not want to go down in the history of Kyrgyzstan as a president who allowed bloodshed and shooting on its people. I have taken the decision to resign”. Ne ha conseguito una serie di ritiri tra cui il primo ministro, diversi governatori e sindaci che ha creato un vuoto di potere, lasciando aperte diverse sfide che caratterizzano la fragilità del Kirghizistan. Un esempio recente riguarda l’ex-presidente Atambaev, arrestato alla fine di giugno con una condanna pari a undici anni di prigione per aver liberato sulla base di falsi certificati medici un pericoloso criminale, Aziz Batukaev. L’arresto di Atambaev è risultato essere particolarmente strategico, anche perché lui stesso aveva pianificato accuratamente la distribuzione dei ruoli strategici nel paese a persone a lui vicine, tra cui anche lo stesso Jeenbekov. Quest’ultimo, infatti, era stato scelto “as his perfect successor due to his unquestioned loyalty and lack of charisma”. Dopo il 2017, Atambaev aveva iniziato a ritagliare anche per sé un nuovo ruolo politico nel partito social-democratico del paese, iniziando anche una critica sia a Jeenbekov che al parlamento.

Il conflitto intergenerazionale alla base delle proteste

In questo contesto, le elezioni di ottobre avevano alimentato molte aspettative da parte della popolazione, che si aspettava un ricambio generazionale delle figure politiche al potere: “New politicians were hoped to bring change, free from oligarchic connections and wealthy powerful clients, at a time of need, during the pandemic, which has exposed the government’s ills. People were tired”. Se da una parte a livello internazionale e regionale l’attenzione nei confronti del Kirghizistan da parte dei maggiori player non è stata elevata, considerando anche che la Russia è impegnata nel Caucaso con il conflitto del Nagorno Karabakh, internamente invece il dibattito rispetto alle elezioni parlamentari è stato acceso.

I social media, ad esempio, sono stati una piattaforma diffusa di scambio di opinioni e pensieri riguardanti il futuro politico del paese; inoltre, hanno dato la possibilità a delle categorie generalmente poco ascoltate o con poco potere di espressione di far sentire la propria voce, come ad esempio le donne o i più giovani: “the present situation in Kyrgyzstan, however, is revealing how these “muted” groups can, and have, used social media to be heard openly challenging the patriarchy”. Considerando il conflitto intergenerazionale che giace alla base dello scontento popolare, è possibile capire come la possibilità di espressione data dalle nuove tecnologie alle minoranze sociali precedentemente svantaggiate e non ascoltate abbia creato un’atmosfera estremamente tesa prima delle elezioni parlamentari di ottobre: “this is a revolution of muted groups, such as youth and women, and they are openly standing up against old political, patriarchal, elites. They are powerful now because of technology and the power of social media, among other things like education, creativity, and passion. The youth and women are aiming to build a progressive country for their future if only the older generations would allow them to”.

 

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Lucia Bortolotti

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