Kafala – “affidamento” – è una parola che nel mondo arabo, principalmente in Libano, ha assunto negli anni significato e concretezza diversa, fino a divenire oggi, per alcuni, sinonimo di schiavitù moderna. Il sistema del kafeel, lo sponsor, ha permesso nei decenni scorsi di far arrivare nel paese dei cedri migliaia di lavoratori stranieri, impiegati – più che altro – in mansioni di bassa manovalanza. I migranti usufruiscono di un’agenzia di intermediazione locale che li mette in contatto con un datore di lavoro che, dal quel momento, ne diventa appunto lo sponsor, essendone l’ente responsabile per il visto e anticipando le spese per il permesso di soggiorno.

Il fenomeno nacque negli anni cinquanta per rispondere alla crescente domanda di lavoro dei paesi dei Golfo, interessati dall’enorme business legato allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, per poi spostarsi in fretta sulle coste del Mediterraneo.
A Beirut, capitale di quella che una volta era definita “la Svizzera del Medio Oriente”, il boom economico di quei tempi e la conseguente ricchezza diffusa, si è consolidata la pratica della kafala in particolare per i settori dell’edilizia e del servizi domestici. La guerra civile che, iniziata nel 1975, si è protratta per quindici lunghi anni ed ha spazzato via stabilità, fortuna e l’elvetico appellativo del Libano, non ha però intaccato il sistema di “affidamento” che oggi presenta luci ma soprattutto ombre.

Si stima che al momento nel paese dei cedri – paese che conta poco più di 4 milioni di abitanti – vi siano oltre 250 mila lavoratori immigrati imbrigliati nelle maglie del kafeel. La legislazione libanese consente ampia libertà di manovra al datore di lavoro che spesso trattiene i documenti degli stranieri, costretti a non poter rientrare nella propria nazione di appartenenza, tantomeno cambiare impiego. Dietro le pieghe della kafala, quindi, non è raro che si nascondano lavoro forzato e abusi. I lavoratori del settore domestico in Libano, inoltre, provengono principalmente da Etiopia, Filippine, Bangladesh e Sri Lanka, sono principalmente donne, ed è facile – testimoniano i report della Caritas nazionale – che dove vi sia sfruttamento lavorativo, vi sia anche violenza sessuale.

Un tema, quello “dell’affidamento”, che da anni è divenuto per Beirut un problema sia di natura interna, sia di natura estera – proprio per le implicazioni che ha con i paesi di provenienza dei migranti – e che oggi, durante una delle più laceranti crisi politico-economiche che il Libano abbia mai vissuto, potrebbe essere ulteriore pietra di inciampo per il traballante governo locale. Frizioni importanti si sono già consumate con le Filippine, che ha vietato ai suoi cittadini di recarsi nel paese tramite le agenzie di intermediazione lavorativa, e più recentemente con l’Etiopia che, in assenza di procedure concordate sulla salvaguardia dei diritti dei lavoratori migranti, non consentirà l’impiego dei connazionali. Beirut ha richiesto nelle ultime settimane un ingente prestito al Fondo Monetario Internazionale per scongiurare il concreto rischio default, ennesimo elemento incendiario che – oltre alla mala gestione della cosa pubblica e la corruzione della classa politica – infiamma le proteste che da ottobre si susseguono nelle piazze libanesi. La comunità internazionale chiede quindi al governo profonde riforme, anche nei settori della difesa dei propri confini e della tutela da sfruttamento lavorativo.
Il nodo della kafala, che li coinvolge entrambi, è una matassa da dipanare.

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