Nella giornata di oggi il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu si è impegnato, nel corso di una cerimonia di inaugurazione di un complesso abitativo da oltre 650 nuove unità nell’insediamento di Beit El (Cisgiordania), a garantire in caso di futura elezione nelle amministrative di settembre, la piena sovranità israeliana “su ambo i lati” della Cisgiordania. La cerimonia coincide con la gigantesca caccia all’uomo messa in atto dalle forze armate dello stato ebraico per scovare i colpevoli dell’assassinio di Dvir Sorek, studente di una yeshiva (scuola religiosa) trovato cadavere con numerose tracce di arma da taglio sul corpo. Secondo le autorità centrale dello stato ebraico, lo studente era inquadrato nelle forze armate ma ancora non era stato addestrato e non possedeva un arma.  Vi sono pochi dubbi sulla matrice jihadista dell’omicidio in un contesto di costante instabilità in un frangente geografico dove coloni ebrei e residenti palestinesi difficilmente coesistono sotto lo stivale delle forze armate di Tsahal. La Jihad islamica, attore islamista molto attivo nella recente assertività palestinese contro le presunte autorità occupanti, si è felicitato dell’uccisione del soldato israeliano in Cisgiordania tramite il portavoce della organizzazione, Daud Shihab. Secondo la Jihad islamica. “Si è trattato di una operazione ardita” che costituisce un messaggio di incoraggiamento “per i palestinesi prigionieri di Israele”. Questo appare un riferimento a voci, ancora non confermate, secondo cui in una fase iniziale gli assalitori del soldato abbiano tentato di rapirlo per scambiarlo con detenuti palestinesi.

Chiunque sia il responsabile dell’ennesimo fatto di sangue in Terra Santa, l’omicidio del giovane studente offre a Netanyahu un importante assist nella faticosa campagna elettorale in vista delle elezioni di settembre. Con il rafforzamento del Blocco unito di Destra (una coalizione variegata guidata dalla “pasionaria” Ayelet Shaked che i sondaggi piazzano a un ipotetico terzo posto) Netanyahu spinge la sua retorica sempre più a destra rilanciando ulteriori piani di annessione unilaterale di territorio conteso dopo le controversie in merito al possesso delle alture del Golan. A scapito dei reclami della comunità internazionale, delle seppur flebili prospettive offerte dal piano di pace sponsorizzato dall’amministrazione Trump e dalle cautele chieste dai quadri militari e della sicurezza (ben consci del rischio securitario insito dall’inglobamento di diverse milioni di riottosi palestinesi all’interno di un già fragile corpo), Netanyahu sta portando avanti un processo di progressiva annessione delle bibliche regioni di Giudea e Samaria. Processi di annessione che procedono tramite l’implementazione di ambiziosi piani di riequilibrio demografico pianificando e edificando insediamenti, cittadine e postazioni militari a loro difesa. “Abbiamo promesso di costruire centinaia di unità abitative e oggi lo facciamo perché la nostra missione è quella di stabilire la nazione di Israele nel nostro paese, per garantire il nostro sovranità sulla nostra patria storica “, ha riferito il primo ministro nel corso di una dichiarazione rilasciata dal partito Likud.  Le prospettive di un annessione fattuale di un territorio densamente popolato oltre che allontanare la già residua possibilità che riesca ad emergere in futuro uno stato palestinese aumenta, come la triste vicenda di oggi sottolinea, la possibilità di offrire ulteriori strumenti propagandistici e spazi di manovra a una resistenza palestinese sempre più violenta, disordinata ed espressa secondo dinamiche slegate dai canoni e dagli attori tradizionali. Al fianco della nefasta attività di Hamas oltre la striscia di Gaza è in crescita il radicamento, il prestigio e la pressione sulle autorità palestinesi di Ramallah, un islamismo di matrice salafita difficilmente inquadrabile e affrontabile secondo le consuete strategie di contro insurrezione e prevenzione messe in atto dai sistemi securitari dello stato ebraico.

L’attentato e la controversa decisione di Netanyahu rappresentano integralmente un contesto di forte riequilibrio delle forze nell’area. Indipendentemente dal risultato delle prossime elezioni è indiscutibile lo spostamento verso destra dell’elettorato israeliano sapientemente manipolato dal dilemma di sicurezza e dalle continue sfide poste dagli eterni rivali di Israele ai confini o in prossimità. Netanyahu alza la posta paventando la minaccia iraniana, l’instabilità delle frontiere a nord con il Libano egemonizzato da Hezbollah e a sud con il feudo islamista di Hamas nella striscia di Gaza. Non bisogna inoltre sottovalutare la costante e testarda volontà delle autorità palestinesi di non dialogare con le autorità centrali dello stato ebraico, l’incapacità di costruire ponti con i settori della politica sionista maggiormente propensi al dialogo e aprirsi a necessari compromessi e future prospettive di pace.

Ad allontanare su due linee parallele i due popoli una condizione decennale di odio, sfiducia e incomprensione in un contesto in cui la storia (come in realtà ovunque in Medio Oriente) e la terra hanno un peso nelle scelte politiche e legislative di tutti i protagonisti coinvolti. Se paradossalmente oggi in ambito geopolitico Israele è più sicuro, stabile e inserito a livello diplomatico frutto dei rinnovati interessi in Africa, di convergenze strategiche con il mondo arabo in chiave anti-iraniane, il supporto dell’amministrazione Trump e cosi via, continua a percepirsi fragile di fronte all’ambivalenza degli alleati e alle crescita globale dell’insicurezza e dell’antisemitismo patrocinando, di conseguenza, progetti di annessione prodromi di un altissimo costo di vite umane da ambo i lati. In caso di annessione lo stato si troverà a dover pagare un prezzo di sangue in grado di mettere a rischio la perpetuazione dell’ideale sionista e l’esistenza stessa di una patria per gli ebrei nuovamente perseguitati. Un errore tattico e strategico che un riconfermato governo Netanyahu potrebbe dare in pasto al sempre più influente blocco di destra e a un opinione pubblica frastornata.  

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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