L’ennesima ripercussione a danno dei funzionari ONU in West Bank e Gaza conferma l’impunità di Israele che prosegue nella sua campagna di annessione dei territori palestinesi in aperta opposizione al diritto internazionale ed alle svariate risoluzioni in materia: in tanti invocano giustizia, una giustizia internazionale lenta, dormiente ed a tratti completamente inefficace

E’ di un giorno fa la notizia della diplomatic bullying israeliana nei confronti dei funzionari dell’OHCHR, il Consiglio ONU per i Diritti Umani, operanti in Cisgiordania e Gaza, verso i quali non verrà più fatto valere il rinnovo del permesso lavorativo obbligando le unità ad abbandonare il paese o rischiare arresto ed estradizione per immigrazione illegale. In tale, sfrontata, azione politica si intravede l’incapacità del sistema sovranazionale di prendere nettamente posizione quando in contrasto con superpotenze mondiali, mettendo a nudo tutta la propria fragilità ed ambiguità. D’altronde è proprio “da queste ambiguità” che “discende il comportamento contraddittorio degli Stati che dominano la scena mondiale. Questi cercano di utilizzare a loro vantaggio il diritto internazionale, applicandolo in modi che riflettono la loro superiorità di fatto; tuttavia, poiché debbono essi stessi sottostare alle norme globali, cercano di sottrarsi al loro imperio, limitandone l’applicazione”.

 Così affermava[1] l’accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale italiana Sabino Cassese. Ed è sempre da attribuire ad un brillante intellettuale italiano, Alberto Asor Rosa, la concezione secondo cui, nel panorma internazionale “quando c’è chi può decidere ciò che vuole, è il quadro del diritto internazionale che si modifica radicalmente”.[2] Un realismo disincantato nella volontà di dare una spiegazione all’immobilismo della comunità internazionale in contesti specifici. Immobilismo, e non altro, è il termine da attribuire alle Nazioni Unite ed al loro silenzio dopo la diffusione, sempre pochi giorni fa, della notizia secondo cui il primo ministro dello Stato ebraico avrebbe richiesto ai suoi ufficiali di autorizzare la realizzazione di ulteriori 5mila unità abitative destinate ai cittadini israeliani aventi diritto.

 

[1]    S. Cassese, “Oltre lo Stato”, cap. II.9, p. 34, Laterza, 2006.

[2]    A. Asor Rosa, “Fuori dall’Occidente”, Einaudi, 1997.

Trattasi, infatti, di una vera e propria legge interna, la cd. “Law of Return 5710-1950”, quella che attribuirebbe ad ogni ebreo nel mondo il diritto di insediarsi in Israele in qualità di migrante Oleh (com 1) e che regolerebbe il flusso migratorio degli aventi diritto al ritorno nello Stato israeliano tramite la certificazione di immigrazione ebraica, la cd. Alyiah (com 3). I richiedenti Alyiah possono godere di numerosi e rilevanti benefits, tra i quali viaggio di sola andata dal paese di provenienza, sgravo fiscale ed esattoriale, accesso facilitato agli studi, assicurazione sanitaria, posizione lavorativa ed alloggio. Risulta evidente, dunque, come dal 1948 ad oggi, un numero sempre più consistente di “aventi diritto” abbia applicato per richiedere nazionalità e poter vivere all’interno dei confini dello stato ebraico; risulta altrettanto evidente come Israele abbia, dunque, necessità impellente di espandersi per ragioni politiche, quando non dettate da esigenze puramente urbanistiche e territoriali.

Tale tendenza espansionistica, intrapresa ben prima della Dichiarazione d’Indipendenza (tramite la ricollocazione dei profughi ebrei in fuga dai pogrom russi, dalle persecuzioni europee e dalle atrocità del conflitto mondiale e del nazifascismo) risulta essere prassi ancora viva e resistente, alimentando una macchina edilizia in continua evoluzione ed arrivando a contare il record  di quasi 12.000 insediamenti approvati nel solo 2020. Il lento ed inesorabile processo di espansione rappresenta una delle pochissime certezze intorno alla vasta questione israelo-palestinese, così come certa è stata, in termini internazionalistici, la dura reazione della International Court of Justice (ICJ) nella Advisory Opinion sulle conseguenze legali della costruzione del muro di separazione, ed ancora di più la ben nota Risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 23 dicembre 2016  -con 14 voti a favore su 15-, con la quale si chiese ufficialmente ad Israele di porre fine alla sua politica di insediamenti nei territori palestinesi, inclusa Gerusalemme Est, e si ribadì che non sarebbe stata riconosciuta alcuna modifica dei confini del 1967 poichè la realizzazione degli insediamenti israeliani “non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale”. 

Secondo l’attenta analisi del prof. L. Daniele, l’illegalità internazionale degli insediamenti israeliani in Cisgiordania,  violerebbe le prescrizioni dell’art. 49, VI cpv. della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta alla potenza occupante di «trasferire parte della propria popolazione civile in territorio occupato»; un divieto, inoltre, che “tra le fonti del diritto internazionale umanitario risulta dotato di particolare forza, poiché: 1) ritenuto di rango consuetudinario e 2) qualificato come ‘grave breach’ del sistema di protezione delle Convenzioni (nello specifico, dall’art. 85, par. 4, lett. a del Primo Protocollo Addizionale alle Convenzioni del 1977, articolo poi utilizzato quale modello redazionale delle fattispecie di crimini di guerra dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale)”.

A tali, pesanti, critiche della Comunità Internazionale, il presidente Benjamin “Bibi” Netanyahu rispose nel 2016 con un lungo intervento alla settantunesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: un intervento forte, spavaldo, in cui più volte venne richiamato il ruolo di Israele come leader nei settori della tecnologia, dello sviluppo sostenibile e della lotta al terrorismo; in cui venne ridicolizzata la figura di Abbas per aver indicato le responsabilità di guerra della Balfour Declaration e della corona Britannica; in cui, non da ultimo, si mise in dubbio la reale legittimità delle NN.UU., accusate dal primo ministro israeliano di essere “ossessionate da Israele” e di essersi oramai tramutate in una “farsa morale”, per non parlare poi “di quella buffonata chiamata UN Human Rights Council”.

A distanza di anni, dunque, con l’ennesima provocazione a danno del Consiglio ONU per i Diritti Umani, reo di aver più volte acceso i riflettori sulle responsabilità internazionali di Israele nei territori occupati, l’establishment governativo intende mostrare il volto impunito di una Israele che talvolta gli stessi israeliani non accettano, rivendicando il pieno diritto dello Stato ebraico a vivere nei suoi confini,  sotto la sua sovranità e seguendo le proprie leggi, anche se ciò dovesse significare contrastare la comunità internazionale ed i suoi organi. E ciò vale anche per coloro i quali, ingenuamente, intravedevano nell’Accordo di Abramo una sorta di linea soft dell’occupazione, sperando in una intercessione da parte degli UAE a tutela della fratellanza araba sotto assedio. In una tale dinamica di ingiustizia e rappresaglia rimane il difficile quesito a cui l’intero mondo si appella: che fine ha fatto il diritto internazionale? Non ritenendo si tratti di una mera “buffonata”, è auspicabile una ferma condanna da parte degli operatori del diritto, studiosi e attivisti sul campo, continuando nell’attività di ricerca e divulgazione affinché ovunque nel mondo prevalgano i valori enunciati dalla Dichiarazione Universale del 1948.

 

 

 

 

 

 

Fonti

[1]    S. Cassese, “Oltre lo Stato”, cap. II.9, p. 34, Laterza, 2006.

[2    ]A. Asor Rosa, “Fuori dall’Occidente”, Einaudi, 1997.
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