Continua a ribollire l’incandescente confine fra Libano e Israele, da decenni ormai rappresentazione plastica di dissapori mai sedati. Al centro della contesa, come già successo in passato, c’è il gruppo paramilitare Hezbollah che nel paese dei cedri è anche partito politico e, soprattutto nei territori meridionali della nazione, è un vero e proprio Stato nello Stato che offre alla sua cittadinanza un sistema di welfare parallelo a quello istituzionale. Motivo per cui, negli anni, le luci dei riflettori di Tel Aviv sono stati sempre vigili nel riguardi del proprio confine nord.

Hezbollah, nata negli anni Ottanta in concomitanza con la caotica guerra civile libanese, ha sviluppato in fretta una solida struttura militare, in particolar modo con lo scoppio delle ostilità con lo Stato di Israele del 1982, e con il conflitto – sempre con la Stella di Davide – del 2006 che ne mise in evidenza le capacità tecnico-strategiche. Sempre ben foraggiata dalla ramificata potenza sciita della Repubblica Islamica d’Iran, il Partito di Dio è ulteriore spina nel fianco israeliano dopo il suo ingresso nel pantano siriano. Dopo lo scoppio della guerra in Siria, infatti, Hezbollah ha protetto le spalle del Presidente – sciita alauita – Bashar al-Assad con migliaia di suoi combattenti. Israele ha ripetutamente bombardato per anni quelli che sostiene essere i siti appartenenti alle milizie sostenute dall’Iran – ritenuto il pericolo numero uno dell’area – tra cui quelle della formazione libanese.

E’ tornata quindi ad essere nevralgica la linea di demarcazione fra la regione nord israeliana e quella sud libanese, nonostante sia tutelata e monitorata dalla missione dei caschi blu delle Nazioni Unite grazie alle forze di interposizione dell’UNIFIL, peraltro a guida italiana. Negli ultimi giorni, in aggiunta, si segnalano l’invio di forze militari di Israele verso il fronte a seguito delle minacce di Hezbollah. Minacce, a loro volta, perseguite come ritorsione per l’uccisione di un membro del movimento proprio a causa di un attacco israeliano sul suolo siriano. Una rapida escalation fra paesi – e formazioni – dai pessimi rapporti diplomatici, che trova radici sia nella rincorsa reciproca a mostrare i muscoli, sia nelle ragioni di politica interna. Il Primo Ministro d’Israele Benjamin Netanyahu è alle prese con una risorgente crisi da coronavirus, un esecutivo instabile da portare avanti, e tre diverse accuse giudiziarie per le quali rischia una detenzione fino a un massimo di dieci anni.

E’ probabile che in questo scenario veda le crepe della sua pluriennale leadership, ne sarebbero testimonianza i 34 arresti di manifestanti antigovernativi avvenuti appena martedì scorso proprio fuori dalla sua residenza ufficiale. Riaccendere la miccia dei malumori anti-Hezbollah per rafforzare il sentimento nazionale, distrarre l’opinione pubblica, e – perché no – dar manforte al fido alleato a stelle e strisce nella strategia di massima pressione nei confronti dell’Iran.  Un puzzle che si compone in seno al poroso confine nord, per King Bibi.

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