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Roboante e d’effetto, ma non completamente inaspettato, era stato l’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
A settembre scorso – nel pieno della campagna elettorale più lunga, complessa e bizzarra che la storia dello Stato di Israele ricordi – Netanyahu promise che, in caso di rielezione, avrebbe annesso ai confini della stella di Davide i territori attualmente occupati in Cisgiordania, in particolare la Valle del Giordano.
Risolto il cubo di Rubik della formazione di governo, che ha ottenuto la fiducia della Knesset nel maggio scorso, il nuovo esecutivo sarà guidato per i primi diciotto mesi proprio da King Bibi. Il soprannome affibbiatogli è frutto sia della sua longevità alla guida del paese – è Primo Ministro ininterrottamente dal 2009 – sia della sua caparbietà. Caparbietà dimostrata anche nella decisione di dare atto alla sua promessa elettorale il prossimo 1° luglio. La Valle del Giordano appartiene, secondo la spartizione del 1948, a quelli che in Italia sono riconosciuti come Territori Palestinesi. È stata conquistata da Israele durante la “guerra dei sei giorni” nel 1967, e nonostante tale occupazione sia stata più volte dichiarata contro il diritto internazionale – in particolar modo per mezzo delle risoluzioni ONU 242 e 338 – rimane tutt’oggi sotto il controllo militare israeliano. La quasi totalità della comunità occidentale si è stretta unanime nel condannare la possibile annessione, primi fra tutti l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nicklolay Mladenov, e l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Esteri Joesp Borell.

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Dichiarazioni, le loro, che non hanno scalfito la volontà del Primo Ministro israeliano, deciso a proseguire secondo la sua linea anche se, potenzialmente, potrebbe innescare nell’area un terremoto diplomatico, e non solo. Cosa spinga – quindi – Netanyahu ad avventurarsi nel concreto di un progetto politico mai tentato neanche dal falco Ariel Sharon, è essenziale chiave di lettura per comprendere gli sviluppi delle prossime settimane.
Due sono, principalmente, gli elementi da tenere in considerazione. Il primo di natura interna, dove King Bibi sente la terra sotto il suo trono sgretolarsi velocemente. Il capo del governo, in primavera, è stato formalmente incriminato per tre diversi capi di accusa: frode, abuso d’ufficio e corruzione. Recentemente, inoltre, sono venuti a galla anche problemi con il fisco nazionale. Ostacoli che ne minano la popolarità, e che potrebbero essere superati con la mossa ad alto contenuto propagandistico dell’annessione.Il secondo elemento, invece, è di natura estera. I principali player internazionali, infatti, potrebbero non andare oltre le dichiarazioni di circostanza anche se il 1° luglio Netanyahu proseguisse a testa bassa verso il suo obbiettivo.

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Il premier sa bene che l’immobilismo momentaneo delle principali potenze straniere è un’occasione da non lasciarsi sfuggire.
L’Europa, che sta faticosamente diventando adulta sotto il profilo dell’unione economica, è giovane, divisa e debole sul piano politico, soprattutto in politica estera. La Russia ha in Israele un avamposto strategico per il conflitto in Siria, terra sempre più appetibile agli occhi di Mosca per il business della ricostruzione che si appresta ad arrivare. L’Iran è impantanato in una crisi economica nazionale, al quale si aggiungono l’instabilità di Iraq e Libano, da tempo territori particolarmente cari a Teheran. Turchia e Stati Uniti d’America, infine, sono gli attori più vivaci dei dissapori interni alla Nato. I primi sono impegnati su più fronti nelle guerre sporche della regione, dalle già citate vicende siriane e irachene, alla guerra libica. I secondi sono gli alleati più fedeli di Tel Aviv, specialmente da quando Donald Trump siede allo Studio Ovale e Jared Kushner – suo genero di origini ebraiche – ne è consigliere per le questioni mediorientali. Panni sporchi di casa, e la quasi certezza dell’impunità del quadrante internazionale: le ragioni alla base dei piani palestinesi di Netanyahu.
Probabile che la settimana prossima l’annessione israeliana sarà comunque più simbolica che sostanziale, e che il progetto iniziale sarà ridimensionato per contenere gli scandali e non accendere le fiamme del malcontento arabo. La partita a scacchi, però, è saldamente in mano a King Bibi.

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Davide Agresti

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