L’acqua è una risorsa determinante, non solo per lo sviluppo delle comunità, ma anche per la sicurezza di una regione, al pari della struttura militare o delle posizioni strategiche vantaggiose. Questo bene primario ricopre un ruolo chiave ancor più determinante nel conflitto arabo israeliano palestinese: se guardiamo infatti a Israele e agli OPT (Occupied Palestinian Territories) dal punto di vista idrico, è bene notare come essi si trovino in una zona definita “Water Stress Zone”, ovvero zona idrica critica, il cui deficit idrico ha dei numeri impressionanti: circa 300 milioni di metri cubi all’anno.

 casi di tensione più forti legati all’utilizzo di questo bene si registrano proprio in prossimità di bacini internazionali, e riguardano soprattutto corsi d’acqua di notevole portata. Per esempio, in Asia diversi progetti per la costruzione di dighe sul fiume Mekong da parte della Cina hanno causato un deterioramento dei rapporti con i Paesi a valle, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. In questi casi, la posizione geografica gioca un ruolo strategico fondamentale: i Paesi a monte sono in grado di controllare la quantità e la qualità del flusso che arriva ai Paesi a valle, e questo li conferisce una superiorità sul piano geo-economico e strategico notevole.

L’ “oro bianco” è un bene prezioso in Medio Oriente, una delle regioni più carenti di risorse idriche al mondo. Caratterizzata infatti da precipitazioni scarse e irregolari, molto intense e concentrate in brevi periodi dell’anno, e da temperature elevate che provocano la repentina perdita di acqua, l’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa) presenza una mancanza strutturale di acqua.

Quasi tutti i paesi di questa regione – fatta eccezione per Libano (1049 metri cubi annui) e Turchia (2840 metri cubi annui) – possiedono una dotazione idrica pro capite molto al di sotto della soglia di 1000 metri cubi annui per abitante – la quantità minima di acqua in grado di soddisfare il fabbisogno idrico dei principali settori produttivi (domestico, agricolo e industriale).

Pertanto, situazioni di grave penuria idrica si registrano in Giordania (108 metri cubi), nei Territori Palestinesi di Gaza e Cisgiordania (196 metri cubi) e in Israele (95 metri cubi). Tale dotazione, già inferiore a quella che assicura il pieno soddisfacimento del fabbisogno idrico, è ulteriormente in calo a causa della crescita demografica e degli effetti del riscaldamento climatico globale.

Il cambiamento climatico ha l’effetto disastroso di ridurre le precipitazioni, innalzando il tasso di evapotraspirazione, aumentando allo stesso tempo la frequenza e l’intensità di eventi climatici estremi – come ad esempio prolungate ondate di siccità, che causano danni ingenti alle coltivazioni e disagi alla popolazione. Le previsioni al riguardo non sono affatto incoraggianti: nella regione MENA, dove il 50% della popolazione è interessata da problemi di penuria idrica, è stimato che nel giro di una sola generazione la regione disporrà dell’80% di quantità d’acqua in meno.

foto del lago Aral

Come sta già di fatto accadendo per il lago d’Aral, al confine tra Kazakistan e Uzbekistan – che ha ridotto le sue dimensioni del 75% – un destino analogo sembra essere riservato al Mar Morto, un ecosistema unico al mondo che si trova a 427 metri al di sotto del livello del mare, con un tasso di salinità dieci volte più elevato della media marina. Il bacino, a causa del sempre minor apporto idrico da parte dei suoi immissari, primo fra tutti il Giordano, ha registrato negli ultimi anni un abbassamento di circa 27 metri, al quale hanno contribuito anche le estrazioni di carbonato di potassio da parte di Israele e Giordania, per la produzione di fertilizzanti.

Mentre il Mar Morto «sta diventando un deserto di sale», nel 2005 Israele, Giordania e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno siglato un accordo per la realizzazione di uno studio riguardo la fattibilità di un canale Mar Rosso-Mar Morto, con il duplice scopo di aumentare il livello del bacino e di produrre acqua dissalata, sfruttando il dislivello tra i due mari. Il canale però non è ancora stato realizzato, sia a causa delle instabili relazioni politiche tra i paesi coinvolti nel progetto, sia per le possibili ricadute ambientali.

Nel 2013, sotto l’egida della Banca Mondiale, è stato siglato un accordo per la realizzazione di un impianto di dissalazione delle acque del Mar Rosso a beneficio di Israele e Giordania, con relativa immissione di acqua marina e di residui salini nel Mar Morto.

La Giordania ha tentato di rilanciare la cooperazione con Israele per il progetto, inviando nel Paese una delegazione nel novembre 2018 per esporre le proprie proposte. Tuttavia, sul progetto pesano molto i vincoli politici, oltre che le incognite ambientali che hanno impedito sino ad oggi la sua realizzazione. Come denunciato da Gidon Bromberg, direttore per Israele di Foeme, i veri beneficiari della costruzione dell’opera saranno gli industriali coinvolti nel progetto, mentre le popolazioni dovranno patire sia il degrado ambientale che il rincaro dell’energia elettrica prodotta.

Ciò che emerge da questa situazione di penuria idrica, è la notevole disparità nell’utilizzo delle risorse a disposizione. Una polarizzazione a vantaggio di Israele: 1960 milioni di metri cubi, contro i 286 milioni di metri cubi destinati ai Territori palestinesi. La Cisgiordania è diventata una fonte essenziale per l’approvvigionamento dell’acqua per Israele, che ne consuma l’82% delle risorse idriche, e soltanto il restante 18% è destinato alla popolazione palestinese.

Nel 1959 Israele inaugurò il National Water Career, un grande progetto di deviazione del fiume Giordano per portare le acque del fiume al di fuori dal bacino, verso il Negev (a Sud di Israele), sottraendolo in questo modo al controllo degli altri Paesi co-rivieraschi. Da quel momento, controllo dell’acqua e controllo del territorio diventarono indissolubilmente legati. In particolare, dopo la guerra del 1967 lo Stato israeliano è riuscito ad assicurarsi, attraverso l’occupazione militare, l’accesso a importanti risorse idriche, come le ricche falde acquifere di montagna che si trovano in Cisgiordania  – che di conseguenza hanno un ruolo importante per lo sviluppo economico israeliano.

L’overpumping israeliano denunciato dall’ANP risulta ancora più evidente nel settore portante dell’economia palestinese, l’agricoltura. In seguito all’occupazione nel 1967, le autorità israeliane hanno riconosciuto ai palestinesi i diritti relativi all’uso dell’acqua per uso agricolo, assegnando tuttavia valori che si aggirano ancora intorno a quelli del lontano 1967-1968, ovvero circa 100 millimetri cubi, oggetto di lievi variazioni nel tempo. Inoltre, sono numerosi i vincoli imposti allo scavo di nuovi pozzi da parte dei palestinesi, soggetti ad approvazione da parte dell’autorità militare israeliana. Lo sfruttamento intensivo delle risorse da parte di Israele è un fattore che contribuisce al peggioramento delle condizioni di vita della popolazione palestinese, già oppressa dall’occupazione militare in un contesto politico difficile e controverso, che da oltre 70 anni non trova pace.

Fonti:

Canepa M., “Tutto comincia con l’acqua”, in “Limes”, n.1, 2001.

Codovini G., Geopolitica del conflitto arabo israeliano palestinese. Spazi, fattori e culture, Bruno Mondadori, 2009.

Ferragina E., “Geopolitica dell’acqua: nuovi conflitti tra dighe e confini”, aprile 2015, in https://www.researchgate.net/publication/274954614_Geopolitica_dell’acqua_nuovi_conflitti_tra_dighe_e_confini.

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Larisa Anastasia Bulgar

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