Martedì 9 aprile quasi sei milioni di potenziali elettori si recheranno alle urne per eleggere il nuovo governo in quelle che si presentano come le più incerte elezioni della travagliata storia del piccolo paese mediorientale. Si rinnovano tutti i 120 seggi della Knesset, il parlamento monocamerale, e emergerà il nome del nuovo primo ministro. Le elezioni anticipate sono una tappa obbligata seguente alla ricomposizione delle alleanze nella maggioranza di governo posteriori alle dimissioni del ministro della difesa, il falco Avigdor Lieberman, e alla conseguente uscita dalla maggioranza dei sei deputati del partito Israel Beitenu, in protesta contro la decisione del governo di siglare una tregua con gli islamisti gazawi di Hamas. L’attuale capo di governo, Benjamin Netanyahu cerca la riconferma e il quinto mandato in un contesto di forte polarizzazione dell’elettorato, interessi e dinamiche internazionali oltre che pressioni geopolitiche.

La soglia elettorale, fissata al 3,25% permetterà l’entrata in parlamento di differenti partiti o movimenti espressione della variegata compagine etnica e religiosa della cittadinanza israeliana. Difficilmente un partito riuscirà a conquistare da solo la maggioranza dei seggi per poter governare autonomamente e quindi appare fondamentale formare coalizioni di governo tra partiti affini o con interessi convergenti. L’attuale governo Netanyahu è al potere dal 2009 in coalizione con diversi partiti di destra o orientati religiosamente: Giudaismo Unito per la Torah, Shas, Kulanu e la Casa Ebraica e può contare su un tasso di approvazione abbastanza alto (il 40%) tale da garantirgli futuri 30 seggi in parlamento. Le prove di forza, le dichiarazioni al vetriolo (la promessa elettorale di normalizzare lo status o addirittura annettere le colonie israeliane in territorio cisgiordano e quindi un chiaro segnale all’elettorale dei coloni) e le scelte di politica estera dell’attuale primo ministro sono un chiaro segnale della volontà di questo di far breccia nell’elettorato indeciso o di destra ponendo sul tavolo temi coraggiosi o controversi.

Netanyahu ha sicuramente contribuito a rendere Israele uno stato più sicuro, più solido e ne ha migliorato la posizione internazionale ma permangono tutt’ora sfide interne ed esterne oltre che nuovi volti e manifestazioni politiche che potrebbero costargli le elezioni o persino aprirgli le porte del carcere nel caso le inchieste giudiziarie in merito a casi di corruzione si dimostrassero

I principali partiti in gara tra vecchie glorie e interessanti novità

Senza ombra di dubbio Netanyahu e il Likud giocano la parte del leone in questa tornata elettorale. L’esperienza governativa del capace leader, il network politico e i legami tra il partito e la società rendono il Likud una vera e propria macchina politica che dalla Knesset si dipana in tutti gli ambiti, trasversalmente. Il partito, erede di quell’Herut che riuscì a rompere un trentennio di egemonia socialista dall’indipendenza del paese, si fa portavoce di un elettorato tendenzialmente di centro destra e ha posizioni vicine al liberalismo economico. Esistono al suo interno frange tendenzialmente più orientate verso il sionismo revisionista o verso un più forte nazionalismo che spaccano in parte la compattezza del partito fin ora egemone. Gideon Saar (già Ministro dell’Educazione e dell’Interno) e Yisrael Kats (Ministro dell’Intelligence, in passato ai vertici dei dicasteri dei Trasporti e dell’Agricoltura) si sono fatti portavoce di una fronda interna che ha aspramente criticato il Premier, in primis con riferimento alle accuse giudiziarie, e successivamente per la gestione del dossier di Gaza evidenziando un certo malumore che potrebbe ripercuotersi in un ipotetico futuro governo. La retorica e i proclami sempre più estremi del leader del partito, la controversia sulla legge identitaria sulla natura dello stato di Israele che ha spaccato e ulteriormente scavato un solco nelle differenti “tribù” della nazione hanno aperto un dibattito, ancora in sviluppo, sull’attuale e futura identità del partito che aspira a conquistare elettori tra gli ebrei ashkenaziti (ebrei di origine europea occidentale o orientale da sempre élite economica, culturale e governativa nonostante rappresentino una minoranza) tendenzialmente più orientati verso la sinistra laburista.

Nella foto il logo del LIKUD, il partito politico di Netanyahu

Proprio il partito socialdemocratico (fondato nel 1968 da una fusione tra il Mapai , Ahdut HaAvoda e Rafi) potrebbe essere il maggiore sconfitto nel corso di questa tornata. Le divisioni interne (a quanto pare tipiche delle sinistre di mezzo mondo), la scarsa leadership, un opposizione flebile se non assente e scoordinata, il progressivo slittamento dell’elettorato verso tematiche egemonizzate dai partiti di destra o religiosi e infine il naufragare nel 2017 dell’alleanza di centro sinistra Unione Sionista (הַמַחֲנֶה הַצִיּוֹנִי) capace di vincere 24 seggi alle elezioni del 2015 stanno consegnando il partito, e il suo leader l’uomo d’affare Avi Gabbay, a un ripiegamento che avrà un sicuro impatto in questo appuntamento elettorale e nel futuro della nazione. Del declino della sinistra israeliana sono in primis colpevoli gli stessi leader e esponenti dei partiti interessati: un suicidio nato dall’incapacità di proporre programmi, candidati carismatici e inclusivi di fronte alla deriva tecnocratica delle destre nazionali. Hanno pesato anche l’incapacità di porre un freno alla deriva personalistica e opportunista oltre che chiusura verso la fronda giovanile sempre più attiva e impegnata ma scarsamente rappresentata. Un fallimento che ha ben esposto lo storico e professore Zeev Sternhell: “Quando la sinistra insegue la destra sul suo terreno, quello muscolare, non solo perde ragione di sé ma a quel punto, giustamente, la gente vota l’originale e non la fotocopia. E quando questa fotocopia offre una miserevole rappresentazione di sé com’è avvenuto in questo frangente, è davvero un’impresa titanica fare professione di ottimismo. Ho sempre ritenuto rigenerante un confronto anche aspro su idee, visioni, priorità, a sinistra. Ma quando la politica s’abbassa a faida personalistica tutto s’immiserisce.” Il colpo di grazia l’ha inflitto il patetico teatrino consumatosi nel corso di una riunione di partito con il leader Avi Gabbay che ha annunciato a sorpresa (e con durezza) la decisione di aver troncato la cooperazione con il movimento centrista di Tzipi Livni accusata di opportunismo politico.

Un notevole settore dell’elettorato di sinistra, deluso e frammentato, potrebbe trovare ospitalità in quello che è al momento appare l’unica forza politica in grado di opporsi al Likud di Netanyahu, Kahol Lavan.

L’alleanza politica Blu e Bianca – כחול לבן‎, Kahol Lavan (dai colori della bandiera dello stato ebraico) nasce nel febbraio 2019 dalle personalità dell’ex militare Benjamin “Benny” Gantz e dal giornalista e già ministro delle Finanze Yair Lapid. Scopo della compagine politica che si presenta con un programma pragmatico afferente al liberalismo sociale, migliori condizioni macroeconomiche, dialogo con i settori ultraortodossi, centralità dei bisogni e problematiche della classe media e degli imprenditori, intransigenza securitaria (sicuramente frutto del passato nell’esercito di Gantz) vuole porsi come un alternativa alla casta politica attuale di cui denuncia la corruzione, il radicamento nefasto nella società e gli scarsi successi in merito al processo di pace con la Palestina. Gantz e Lapid, che in caso di elezione si alternerebbero nel ruolo di primo ministro posseggono le possibilità di attrarre consenso in via trasversale grazie all’effetto novità oppure in caso di sconfitta rappresenterebbero un utile e credibile opposizione a un ipotetico governo Likud sempre più egemone al vertice. Il punto debole della coalizione risiede proprio nella dualità di interessi e nella varietà delle tematiche del programma elettorale della particolare alleanza che potrebbe mancare di decisione o esperienza nel cinico panorama politico israeliano o non incontrare la fiducia del saggio presidente e decisore finale Reuven Rivlin.

Membro della squadra di governo ma in corsa solitaria Kulanu (כולנו), partito politico centrista guidato da Moshe Kahlon si presenta alle elezioni con un bagaglio di attuali 10 seggi in parlamento. Kulanu è stato fondato prima delle elezioni nazionali del 2015. Il partito, presentato dall’ex ministro del Likud Kahlon “la sana ala di destra”, si è concentrato sul miglioramento delle condizioni economiche – una questione troppo spesso trascurata in un paese con alcuni dei più alti tassi di povertà tra le nazioni sviluppate (principalmente tra le minoranze), un attenzione particolare ai diritti dei consumatori con evidenti sconfinamenti nel populismo. In politica estera forte è l’accento securitario mentre il partito supporta anche la soluzione a due stati. La base di riferimento di Kahlon è costituita da ebrei sefarditi e mizrahi (ebrei mediorientali) della zona medio-bassa nell’area metropolitana di Tel Aviv ma riscuote successi anche tra le fasce operaie attente alle politiche di tutela del costo della vita patrocinati dal partito. Di fronte al compattarsi ideologico delle forze in campo difficilmente il partito riuscirà a spuntare un buon risultato a queste elezioni relegandosi tra i partiti minori necessari al vincitore nel momento della formazione delle coalizioni.

Nella foto il logo del partito Kulanu, partito politico centrista

Interessante sarà vedere il risultato raggiunto da diversi partiti minori che tuttora stanno affrontando periodi di profonda crisi elettorale. Il già citato Yisrael Beitenu (5 posti attuali), partito capitanato dall’ex ministro della difesa Lieberman ed espressione di ultradestra oltranzista del nutrito elettorato russofono secolare e escludente, rischia di non passare la soglia di sbarramento indebolito dalle dimissioni del leader e dalla scissione che ha dato vito al centrista Gesher ( גשר) campione della riduzione della disuguaglianza tra le compagine ebraiche e dell’attuazione dei cinque bisogni fondamentali di Ze’ev Jabotinsky (teorico del sionismo revisionista) che dovrebbero essere garantiti dal governo: cibo, alloggio, abbigliamento, istruzione e assistenza sanitaria. Cavallo di battaglia sia di Yisrael Beitanu che di Gesher è l’estensione verso gli ultraortodossi della coscrizione obbligatoria che ha spinto questa comunità, fortemente contraria, a oceaniche manifestazioni e scontri violenti. Crisi nera per il partito socialista e verde Meretz ( מֶרֶצ) mentre è da osservare con attenzione il possibile exploit della recente compagine “Nuova Destra ( הימין החדש) ennesimo partito di centrodestra fondato nel dicembre 2018 dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked e ministro dell’istruzione Naftali Bennett. Oscillando tra il sostegno ai diritti delle minoranze, politiche economiche vicine alle tematiche di destra, opposizione alla creazione di uno stato palestinese, promozione della cooperazione tra laici e religiosi trasversalmente lungo linee di faglia di un elettorato composito. Fuori dagli schemi l’emergere di “Zehut – Identità” ( זֶהוּת), partito politico liberatorio che ha incentrato la sua campagna elettorale sul controverso tema delle libertà economiche e sulla legalizzazione della cannabis; materia importante per l’avanzata industria israeliana che ha incontrato il favore dello stesso Netanyahu ma che non riscuote simpatia (se non aperta e battagliera opposizione) nei settori religiosi o di ultradestra. Un vero fenomeno elettorale- mediatico quello dell’attivista e leader del partito, Moshe Feiglin (lo Steve Jobs mediorientale) che muovendosi tra liberalizzazioni, miglioramento del sistema educativo, estensioni delle libertà civili e totale sovranità israleliana su tutti i territori della biblica “Terra di Israele” (compresa Gaza e Cisgiordania annullando gli accordi di Oslo) sta spopolando tra l’elettorato giovane e nei centri urbani.

Il nodo degli elettori religiosi e degli arabo – israeliani

In questa tornata elettorale Israele potrebbe conoscere l’ulteriore ascesa e rafforzamento dei partiti espressione delle diverse anime dell’ebraismo. Nel corso dei decenni che si sono susseguiti dal 1948 (anno del raggiungimento dell’agognata indipendenza) Israele ha conosciuto una progressiva erosione dello spirito secolare socialista che aveva animato il sogno catartico sionista della colonizzazione della Palestina, focolare nazionale del popolo eletto. Complice la vivacità demografica, le congiunture interne ed internazionali, la riscoperta di un identità confliggente ebraica si è diffuso, radicato e ulteriormente oggi si consolida l’identità religiosa all’interno della vita sociale degli ebrei di Israele. Gli ultraortodossi Haredi, esponenti di una frangia nata nell’est Europa che con tassi di natalità impressionanti sta sconvolgendo la demografia di interi settori urbani della nazione, costituiscono senza ombra di dubbio una delle più importanti sfide alle attuali amministrazioni che minano le basi della sopravvivenza dello stato ebraico.

Feroci oppositori di molti vantaggi della modernità, indifferenti se non ostili al sionismo conoscono livelli di povertà molto alti non prendendo parte alla vita economica, sociale e soprattutto militare della nazione ma rappresentando un serbatoio di voti impressionante e in crescita (900 mila ossia il 10% della popolazione con tassi di crescita che si avvicinando al 6% annuo) non è possibile ignorare l’esistenza dei partiti che patrocinano la loro causa. Questo è il caso di Shas (acronimo di שומרי תורה ספרדים – Osservanti sefarditi della Torah) che raccoglie i voti degli ultraortodossi ebrei sefarditi discendenti dalle popolazioni di lontana origine europea meridionale (italiana, spagnola, turca) e che dal 1984 è presente in ogni coalizione di partito indifferentemente dal colore. Shas, che si pone come obiettivo quello di proteggere l’eredità religiosa e culturale dell’ebraico sefardita oltre a porre un freno alla “continua discriminazione economica e sociale contro la popolazione sefardita di Israele” è chiaramente oltranzista su temi della parità di genere, omosessualità e nonostante una politica di moderazione e trattativa nei confronti del conflitto israelo palestinese si oppone ad ogni possibile cessione delle colonie cisgiordane.

Molto simile la linea politica dell’alleanza ultraortodossa ashkenazita fondata 27 anni fa di “Ebraismo unito della Torah” (יַהֲדוּת הַתּוֹרָה הַמְאוּחֶדֶת) un blocco elettorale ultraconservatore nato dalla convergenza tra Degel HaTorah e Agudat Israel e dalla mente dei capi rabbini delle diverse dinastie ereditarie nel variegato campo del ortodossia Haredi. Yaakov Litzman (ebreo tedesco guida della dinastia Ger) è il candidato per l’alleanza elettorale e si è costruito una fama di strenuo oppositore a politiche secolari o alle istanze delle minoranze religiose o nei confronti della comunità omosessuale più volte etichettata con epiteti feroci e irrispettosi. Il rabbino ortodosso e ex ufficiale militare Rafi Peretz si presenta alle elezioni alla guida dell’Unione dei partiti di Destra (איחוד מפלגות הימין), espressione dei partiti sionisti religiosi di estrema destra La casa ebraica , Tkuma e Otzma Yehudit. 5 seggi in parlamento e una linea politica di totale opposizione a ogni cessione di territori israeliani (compresi la Cisgiordania occupata ribattezzata Giudea e Samaria), trattative di pace con i disprezzati arabi, ultranazionalismo conservatore con fazioni che hanno persino sposato la retorica e la violenza dell’ideale Kahanista (dal nome del Rabbi Meir Kahane, fondatore della Lega di difesa ebraica e del partito Kach) ispirata a una necessaria contrapposizione manichea agli arabi, all’istituzione di uno stato teocratico e alla ricostruzione del Terzo Tempo sul luogo della Moschea gerosolomitana della “Cupola della Roccia”.

La pericolosità di alcuni esponenti di spicco della formazione ha più volte costretto la magistratura e le organizzazioni internazionali a intervenire con ferma condanna nei confronti della retorica antiaraba degli esponenti e ha fatto scalpore il divieto di candidarsi imposto a Michael Ben-Ari, leader di Potere Ebraico (עוצמה יהודית) presentatosi a queste elezioni nella lista guidata da Rafi Peretz.

Frammentato appare anche il fronte dei partiti esponenti della nutrita minoranza arabo israeliana (20% della popolazione) combattuta tra apatia, boicottaggio, supporto a partiti politici secolari israeliani e mobilitazione nelle frange dell’antisionismo palestinese. Diversi i partiti presentatesi come La Lista Araba Unita (القائمة العربية الموحدة‎) che corre con l’Assemblea Nazionale Democratica – Balad التجمع الوطني الديمقراطي‎) secolarista, panarabista e vicina agli interessi della sinistra o il partito comunista arabo – israeliano Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza – Hadash (الجبهة الديمقراطية للسلام والمساواة‎) in coalizione con il populista Movimento arabo per il rinnovamento (الحركة العربية للتغيير‎). La sfida più difficile per i partiti esponenti della minoranza araba, aldilà dei risultati elettorali, sarà quella di formare un fronte comune in parlamento che difenda gli interessi e le esigenze degli arabi e ne avanzi i diritti di fronte a un prevedibile montare dell’estremismo ebraico di destra. I partiti arabi dovranno anche riuscire a marginalizzare il crescente radicamento islamista nelle retorica politica della base movimentista all’interno della compagine demografica.

Il caso Movimento islamico in Israele del controverso poeta Raed Salah, aspramente critico nei confronti dell’esistenza dello stesso stato ebraico e in buoni rapporti con Hamas e la Fratellanza Musulmana, ha sollevato un polverone sulla presunta radicalizzazione dei messaggi e della retorica divisiva dei partiti arabo centrici. La sfida maggiore resta però la cooptazione della maggioritaria fascia di elettorato giovanile che in più occasioni ha manifestato una profonda indifferenza verso lo strumento democratico e nel giocare un ruolo nel futuro della nazione. La recente creazione della “Lista Araba Unita” ha scosso in parte questo perdurante boicottaggio elettorale ma un possibile rafforzamento dell’ala oltranzista e antisionista potrebbe ulteriormente allargare il buco nero che separa arabi ed ebrei (ma anche drusi, circassi e beduini) e che quotidianamente allontana progressivamente le speranze di coabitazione se non di pacificazione.

La strategia di Netanyahu

In una recente analisi avevo sottolineato le motivazioni elettorali dietro la decisione del presidente Trump di riconoscere la pluridecennale occupazione delle Alture del Golan da parte di Israele. La politica estera, le tensioni con l’Iran e la possibile escalation con Hamas e di conseguenza il dossier sicurezza resta una priorità nelle richieste dell’elettorato. Il conflitto siriano ha visto il rafforzamento delle milizie sciite filoiraniane degli Hezbollah con cui Israele ha combattuto diverse guerre e ne teme l’apparato missilistico oltre che l’afflato antisionista. Israele ha mantenuto un costante impegno bellico trasversale (bombardamenti verso installazioni iraniane, sabotaggi, omicidi mirati, supporto a insorti anti assadisti) per prevenire il crescere dell’influenza del crescente sciita nei pressi del presidiato confine patrio. Il primo ministro Netanyahu ha agitato lo spauracchio dell’offensiva iraniana per consolidare la propria immagine di leader forte, risoluto nei confronti dei bisogni e delle necessità della nazione nel turbolento quadrante geopolitico. L’alleanza ferrea con Trump e i neoconservatori del gabinetto repubblicano ha fatto di Bibi una pedina irrinunciabile dello scacchiere di contenimento iraniano appiattendo al distanza ideologica tra Gerusalemme e il blocco sunnita antipersiano capeggiato dagli esponenti sauditi.

Stesso discorso per la questione palestinese: a scapito di una maggiore prudenza e indulgenza verso le provocazioni della guerriglia palestinese di Hamas, Netanyahu sa di poter giocare la carta della leadership forte contro una paventata nuova stagione terroristica e di fronte al miglioramento delle capacità logistiche e tecniche degli islamisti gazawi. Mentre consolida il supporto del blocco elettorale di centro destra Netanyahu si rivolge ai settori di ultradestra, ai nazionalisti o ai religiosi mentre non disdegna il dialogo con i necessari partiti ultraortodossi in attesa di nuove concessioni da strappare. La dichiarazione esplosiva di annettere le colonie israeliane è l’ultimo magistrale atto di una campagna elettorale combattuta su tematiche sempre più estreme e potrebbe mettere definitivamente una pesante pietra sulle speranze di emersione di un possibile stato palestinese anche a scapito dell’evanescente piano di pace del presidente a stelle e strisce Trump. Preservare “la villa nella giungla” (da un’espressione fortunata dell’ex primo ministro laburista Ehud Barak) potrebbe però non essere affatto semplice.

Punto debole della retorica dell’attuale primo ministro e sicuro nodo delle scelte future dell’elettorato l’economia che seppur cresce a ritmi alti (3,3% nel 2018) sta conoscendo periodici rallentamenti mentre persiste un elevato tasso di povertà, disparità sociale tra le diverse anime della nazione e difficoltà nell’attrarre nuovi investimenti che in parte confligge con l’idea propagandata della “start-up nation” potenza economica sempre più vicina agli interessi europei. Parimenti all’economia gli scandali giudiziari che hanno travolto il primo ministro accusato di corruzione e in passato l’ambiziosa moglie hanno deluso e allontanato parte del precedente elettorato Likud che si rivolgerà al fattore novità rappresentato da Gantz o nei recenti partiti di destra o estrema destra.

Gli ultimi sondaggi

Secondo gli ultimi sondaggi condotti il 5 aprile dall’autorevole Panel Project HaMidgam, il Likud dovrebbe consolidare la sua posizione con un possibile numero di seggi pari a 28. Stesso numero di seggi per la Coalizione Bianco e Blu di Gantz e Lapid. I laburisti, come auspicato, perderebbero ben 8 seggi crollando a 11. Sette seggi per l’ Unione dei partiti di Destra mentre si fermerebbero a 6 Giudaismo Unito nella Torah, Hadash – Tall, la Nuova Destra (raddoppiando i seggi) con Zehut che da zero passerebbe di colpo a sei. Forte il declino di Kulanu che con 4 seggi ne perderebbe sei mentre Shash e Israel Beitenu ne perdono rispettivamente due e uno. Situazione di stallo per i verdi di Meretz, fermi a cinque, mentre la lista araba Raam – Balad si dovrebbe contrarre della metà (da 8 seggi a 4). Alla risposta “Chi è più adatto a ricoprire il ruolo di primo ministro” un 46% degli israeliani ha risposto Netanyahu, un 37% Gantz e il restante 17% non ha saputo dare una risposta sottolineando il ruolo degli indecisi in questa tornata. Netanyahu è davanti in quasi tutti i sondaggi ma la sfida è apertissima.

Come si svolgono le elezioni

Gli elettori dovranno esprimere la propria preferenza per un partito e non per il candidato. Più voti ottiene un partito, più posti ottiene nella Knesset poiché il governo si basa su un sistema di rappresentanza proporzionale nazionale. Un partito deve assicurarsi almeno 61 dei 120 seggi totali della Knesset per formare un governo. Durante le elezioni, i partiti dovranno superare una soglia elettorale del 3,25 per cento per ottenere un seggio alla Knesset. Per avere una migliore possibilità di superare questa soglia, molti partiti formeranno coalizioni. Una volta che i risultati saranno resi noti, tutti i partiti che supereranno la soglia sottopongono il proprio candidato per il posto di primo ministro al presidente Reuven Rivlin. Rivlin quindi assegna il compito di formare una coalizione al leader del partito che ritiene abbia le migliori possibilità di farlo. Il presidente, personalità di grande esperienza politica, avrà a disposizione diverse settimane per scegliere il candidato migliore al difficile ruolo anche in vista dei rapporti di forza delineati. Nel caso non si presentasse un vincitore netto o una forte polarizzazione non è esclusa la possibilità di un ulteriore appuntamento elettorale.

*le opinioni riflettono la personale visione dell’autore

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