Ci sono sviluppi nel travagliato tour de force che vede il primo ministro dello Stato d’Israele, Benjamin Netanyahu, mediare con le altre forze politiche al fine di formare un governo dopo le elezioni che lo hanno visto trionfare l’Aprile scorso. La Knesset ha approvato in prima lettura, con 65 voti a favore, 43 contrari e 6 astensioni, il progetto di legge per lo scioglimento anticipato, primo passo per convocare nuovamente le elezioni generali. Una doccia gelata per il primo ministro all’apice del suo potere in un frangente temporale in cui consueti problemi securitari e nuove opportunità (il dossier siriano, la gestione dell’inferno di Gaza, la crisi decennale con l’Iran, il piano di pace trumpiano o la dichiarata volontà di annettere la Cisgiordania) premono ai confini del giovane stato ebraico.

Netanyahu al seggio con la moglie Sara Netanyahu (née Ben-Artzi)

Nel caso non si raggiungesse nessun accordo in merito allo stallo, questo potrebbe portare a una nuova tornata elettorale nel piccolo paese mediorientale scompaginando ulteriormente risultati, percentuali e l’entusiasmo elettorale verso un ipotetico governo formato da una coalizione di destra. Il rifiuto di Yisrael Beiteinu (ישראל ביתנו) di entrare nella coalizione governativa con il Likud del vincente Netanyahu ha indebolito le possibilità di armonizzare le visioni tra le diverse anime politiche che animano il paese. Il partito russofono e di destra del “falco” Lieberman si è mostrato intransigente sulla proposta di introdurre la leva obbligatoria anche agli studenti ultraortodossi delle yeshivot (scuole talmudiche) [2] ma questa è strenuamente combattuta da un altro partito, che dovrebbe a sua volta far parte della maggioranza di governo, Giudaismo Unito per la Torah (הֲדוּת הַתּוֹרָה הַמְאוּחֶדֶת) . Se i due partiti non troveranno un accordo, l’ipotetico governo Netanyahu si ritroverà senza una maggioranza di 60 seggi (su 120) nella Knesset e quindi impossibilitato a esercitare il potere esecutivo. Il Likud (ליכוד) ha ottenuto 35 seggi nelle elezioni del 9 aprile. I due partiti ultraortodossi entrambi otto. Il partito centrista Kulanu (כולנו) ne ha vinti quattro mentre l’Unione dei partiti dell’ala destra (איחוד מפלגות הימין) ne ha ottenuti cinque. Insieme, questi partiti detengono 60 seggi tra i 120 della Knesset, e di conseguenza Netanyahu ha estremo bisogno del partito laico di destra Yisrael Beytenu, con il suo tesoretto di cinque seggi, per ottenere un ineluttabile maggioranza.

Un recente incontro formale tra il leader del Likud e Lieberman si è concluso con un nulla di fatto anche per il sospetto che aleggia tra le due figure politiche con il secondo già causa della fine dell’ultima legislatura targata Netanyahu quando decise di uscire dalla coalizione in protesta verso la concessione di una tregua in un frangente dell’eterno scontro tra gli islamisti gazawi di Hamas e lo stato Ebraico. “Un mese e mezzo fa la gente ha votato a favore di un governo di destra guidato da me”, ha detto Netanyahu in una dichiarazione alla stampa alla Knesset di Gerusalemme, riferendosi alle elezioni del 9 aprile. “Sto facendo ogni sforzo per prevenire elezioni inutili e dispendiose che costeranno miliardi di shekel. Non c’è motivo di farlo e paralizzare il paese per un altro anno e mezzo. Ci sono soluzioni eccellenti e se c’è la volontà la crisi può essere risolta in due minuti”. L’ottimismo di Netanyahu si è scontrato con l’intransigenza dei secolari e dei religiosi che hanno dato vita a un intenso scontro dialettico nelle aule senza trovare un quanto mai necessario compromesso sul tema leva militare.

Il nodo della coscrizione militare

Soldati in preghiera del battaglione ortodosso Netzah Yehuda (גדוד נצח יהודה‎ )

In Israele vige la coscrizione obbligatoria per uomini e donne appena raggiunta la maggiore età, essenziale dato il precario stato della sicurezza e il passato bellico della giovane nazione. Da questo provvedimento sono esclusi, oltre agli arabi israeliani, gli studenti delle comunità haredim [1](ultraortodossi conservatori che compongono più o meno il 12% della popolazione dello stato ma in poderosa crescita demografica) per via di un precario contratto sociale stipulato tra le tradizionali guide dinastiche delle diverse comunità e i leader del neonato stato sionista. Gli ebrei laici e secolari, maggioritari sulla costa di Tel Aviv, Haifa (il cosiddetto Gush Dan) o nel sud russofono e laico non vedono di buon occhio questa esenzione in quanto gli stessi haredim spesso sopravvivono grazie ai finanziamenti dello stato assolutamente vitali per mantenere le numerose famiglie e permettere agli uomini di continuare gli studi religiosi. I leader politici delle fazioni politiche haredim sefardite e ashkenazite (Shas e Giudaismo Unito della Torah rispettivamente), che al loro interno contengono frange ferocemente avverse al sionismo, hanno già in passato partecipato a diversi governi (pragmaticamente di ogni colore) portando a casa ministeri chiavi come quello per la Casa e il Welfare ma in linea di massima si oppongono al coinvolgimento dei giovani delle proprie eremitiche comunità nelle forze armate paventando il rischio secolarizzazione. In Israele esiste un intero battaglione composto da ebrei ortodossi o nazionalisti religiosi, il Netzah Yehuda Battalion ( גדוד נצח יהודה), ma l’arruolamento degli ultraortodossi rimane un fenomeno marginale e, in vista di un sempre maggiore ruolo della comunità haredim nel futuro dello stato di Israele, appare necessario trovare una mediazione che riporti una fragile tregua e un ancora più precario equilibrio di intenti.

Gli sviluppi

Lieberman e Netanyahu. I destini dei due uomini politici si sono spesso incontrati tra alti e bassi nel corso delle rispettive trentennali carriere

Netanyahu avrà a disposizione un breve intervallo di tempo ( fino a mercoledì sera) per formare una coalizione. Se non riuscisse ad assemblare una coalizione per allora o non si sciogliesse la Knesset, il primo ministro potrebbe essere in grado di concordare ulteriori 14 giorni in più, esercitando una disposizione legale prevista ma mai usata nella legislazione dello stato. Alla scadenza del termine – e se la Knesset dovesse rimanere intatta – il presidente Rivlin potrebbe incaricare un altro esponente politico di formare il governo. Ma, poiché l’equilibrio attuale prevalente è che nessun altro sarebbe in grado di assicurare la maggioranza di 61 posti necessaria, anche questo scenario porterebbe probabilmente a nuove elezioni alla Knesset. Netanyahu o rielezioni in quanto al di la degli schieramenti di destra resta il disordine e l’indecisione. La coalizione centrista – liberale Blu e Bianca ( כַּחוֹל לָבָן‎, Kahol Lavan) del generale Benny Gantz e dell’ex giornalista Yair Lapid pur avendo raccolto gli stessi 35 seggi del Likud ha espresso la precisa volontà di non formare un ipotetico governo con i partiti arabi Hadash–Ta’al e Raam – Baalad mentre il definitivo tracollo del Partito Laburista (מִפְלֶגֶת הָעֲבוֹדָה הַיִּשְׂרְאֵלִית) ha tolto le ultime speranze di possibile coalizione da opporre allo strapotere della destra sionista. Nessuna alternativa se non le urne dall’esito incerto.

Nuovamente il destino elettorale, politico e di conseguenza pratico di Israele è nelle mani dell’enigmatico Lieberman: politico navigato, diverse volte ministro che al momento sembra l’unico disposto a giocare la carta del nuovo voto consapevole della discreta popolarità che detiene nell’elettorato secolare stordito dai continui flirt del Likud con i religiosi, del bacino di voti all’interno della comunità russofona di cui il suo partito è espressione settaria oltre che delle simpatie nello scalpitante universo di destra aldilà del Likud. Lieberman ago della bilancia, quindi, mentre Netanyahu rischia che ulteriori ritardi impattino sulla sua agenda ambiziosa o compattino l’altra parte di Israele a lui avversa (sinistra, centristi, minoranze, progressisti…) quando si avvicina inesorabilmente il mese di ottobre, data in cui dovrà presumibilmente comparire in tribunale per affrontare le gravi accuse di corruzione. Netanyahu si trova praticamente costretto ad offrire a Lieberman ruoli e poltroni sovraesposti rispetto al peso elettorale della sua creatura politica ma quest’ultimo ha tutto l’interesse nel mischiare il mazzo ributtando la palla al centro cercando la sfida alle urne.

Appendice: Israele un solo paese, tante anime

La controversia lungo la coscrizione riflette anche la spaccatura tra le diverse “tribù” che compongono il mosaico israeliano. Tra i nove milioni di abitanti solo il 75% si considera ebreo ed è a sua volta diviso tra diverse comunità di origine etnico – diasporica (i mizrahi mediorientali, gli ashkenaziti europei, i russi prevalentemente laici, i sefarditi mediterranei, falascia etiopi…) o per differente adesione ai dettami religiosi tra laici, riformati, ortodossi, caraiti, haredim. La grande varietà della famiglia ebraica presente all’interno dello stato ebraico è frutto dell’incontro tra la piccola comunità originaria (Yishuv) e le differenti ondate (aliyah) sioniste tra la fine dell’800 ed ora. Insieme agli ebrei convivono circa 2 milioni di arabi israeliani (il 20,5%) e piccole comunità di drusi (religione gnostica di derivazione islamica), circassi, armeni, assiri, curdi, beduini in un fazzoletto di terra schiacciato tra il Mediterraneo e la vastità del Medio Oriente arabo e il deserto africano. Questa varietà, a dispetto della recente legge sullo stato nazione che riconosce a Israele una peculiare identità ebraica esclusivista, si nutre e prospera nelle radici storiche e culturali della culla delle tre religioni monoteistiche.

*le opinioni espresse riflettono la personale visione dell’autore

[1] Gli haredim sono una particolare espressione dell’ortodossia ebraica e costituiscono uno dei tanti gruppi all’interno della galassia ebraica; caratterizzati da una stretta aderenza alla loro interpretazione della legge ebraica e dei valori in contrapposizione a valori e pratiche moderne. I suoi membri sono spesso indicati come strettamente ortodossi o ultraortodossi in inglese, sebbene il termine “ultra-ortodosso” sia considerato peggiorativo da molti dei suoi aderenti. Gli ebrei haredim si considerano il gruppo di ebrei più religiosamente autentico. Sono perlopiù molto conservatori a livello sociale e religioso, indifferenti o ostili verso lo stato di Israele (per ragioni messianiche) dedicando molto tempo allo studio e interpretazione dei testi sacri. L’appellativo Haredi (o Charedi) è un aggettivo ebraico moderno derivato dal versetto biblico, che appare nel libro di Isaia ed è tradotto come “colui che trema” di fronte la parola di Dio.

[2] Il termine yeshiva (plurale: yeshivot) si riferisce agli istituti di apprendimento talmudico. Fu usato per la prima volta in riferimento alle accademie in Israele e in Babilonia in cui la Mishnah era studiata dagli amoraim . Gli yeshivot di Sura e Pumbedita furono i primi riconosciuti autorevoli istituti religiosi per gli ebrei del mondo. Oggi, le istituzioni locali di tutto il mondo continuano nel perseguimento di studi talmudici sia in Israele che nella diaspora.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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