L’Iraq, il paese mediorientale al centro delle lotte di potere settario strategiche, sta affrontando una fase di transizione dopo aver sconfitto sul campo lo Stato Islamico e l’insurrezione nei deserti dell’ovest del paese. Il nuovo governo è alle prese con problematiche interne, instabilità economica, mediazioni politiche e influenza pervasiva degli attori esterni. A influire è non solo la posizione geopolitica della Mesopotamia ma la necessità di tutti gli attori influenti in Medio Oriente (e non solo) di mettere piede in un paese strategico. Iran, Usa, Russia, Arabia Saudita si contendono la preda mentre lo Stato Islamico, sconfitto sul campo, ritorna embrionalmente ad agire nei luoghi d’origine.

Il territorio dell’odierno Iraq coincide grosso modo con la grande pianura fertile che i geografi antichi chiamarono Mesopotamia, unendo le parole greche “μέσos” e “ποτάμos” a significare “terra compresa tra due fiumi”. I fiumi in questione sono il Tigri e l’Eufrate, sulle cui sponde, nel contesto di un continuo avvicendarsi di imperi e culture, si sono sviluppate alcune delle civiltà più antiche del mondo Sumeri, Assiri, Babilonesi e Persiani sono solo i più noti fra i numerosi popoli che hanno dominato la regione prima che essa venisse assoggettata all’Impero Romano e ognuna di esse ha lasciato un segno indelebile nell’identità culturale di quelle terre. Il risultato principale di questo lungo processo storico è che ad oggi la società irachena risulta una delle più variegate e composite del mondo, sotto i diversi profili culturale, linguistico, etnico e religioso. Questa caratteristica, che per certi versi può essere considerata una preziosa risorsa a disposizione di Baghdad, si troverebbe invece secondo molti analisti alla base delle numerose crisi vissute dal Paese nel corso della sua storia recente, tristemente nota per essere stata segnata da un continuo susseguirsi di golpe militari, dittature, conflitti civili e guerre combattute contro gli Stati vicini.

Nonostante il mosaico etnico dell’Iraq si componga di numerose piccole comunità, alcune delle quali sono ancor oggi custodi di tradizioni estremamente antiche e peculiari (basti pensare a Turcomanni, Yazidi e Assiri), al fine di semplificare il quadro analitico siamo costretti a limitarci a prendere in considerazione soltanto i tre principali gruppi etno-religiosi che, in virtù del loro peso demografico, riescono a influenzare maggiormente la politica nazionale. Ciascuno di essi occupa un’area geografica precisa: sulle alte montagne settentrionali abitano i Curdi, un popolo di origine indoeuropea e di fede per lo più musulmana sunnita, che si ritiene discenda dal mitico condottiero Saladino; nel deserto ad ovest e lungo l’alto corso del fiume Eufrate vive invece una nutrita comunità di Arabi sunniti, storicamente segnata da un forte tribalismo e abituata a ricoprire una posizione politica dominante; infine, a Sud di Baghdad, risiedono gli Arabi sciiti, che da soli rappresentano oggi circa il 50% della popolazione totale del Paese.

Ciò che ha recentemente riportato l’Iraq all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale è stato il tentativo da parte del gruppo terroristico “Stato Islamico in Iraq e Siria”, meglio conosciuto con l’acronimo di ISIS, di imporre il proprio dominio diretto sulla regione abitata principalmente dagli arabi sunniti, dove gli uomini del califfo non hanno esitato a portare avanti veri e propri genocidi ai danni delle comunità che ritenevano infedeli (كافر /kafir/), come nel caso degli Yazidi, o apostati (تكفير‎ /takfīr/), termine con cui il gruppo designa tutti i musulmani che non ne condividono i fini o i metodi, ma che è stato impiegato soprattutto in riferimento alle comunità sciite. Durante lo scontro con i guerriglieri jihadisti, l’esercito iracheno ha dato prova di essere gravemente impreparato, fino a subire alcune cocenti sconfitte, e la vittoria sui terroristi è stata possibile soltanto grazie al determinante intervento di due importanti attori esterni: da un lato gli Stati Uniti hanno guidato una grande coalizione internazionale, che si è impegnata in una campagna di raid aerei contro le postazioni degli insorti, dall’altro l’Iran ha aiutato il governo di Baghdad ad armare e addestrare decine di migliaia di civili nel quadro di una serie di milizie di autodifesa spontanea che, inquadrate nell’organizzazione-ombrello “Unità di Mobilitazione Popolare”, hanno svolto un ruolo fondamentale nel combattere le ultime sacche di resistenza dell’ISIS, che ancora operavano nelle città ridotte in macerie dai bombardamenti. Si è giunti così ad una situazione paradossale: l’Iraq viene oggi supportato da due potenze esterne fra loro rivali, per non dire nemiche. Da un lato infatti troviamo Teheran, che da anni rifornisce di energia a credito il proprio vicino e sta progressivamente intensificando le relazioni diplomatiche, culturali ed economiche con Baghdad, relegando così nella storia la rivalità che negli anni Ottanta spinse i due Paesi ad affrontarsi in una guerra durata ben 8 anni, e dall’altro Washington, da cui dipendono ancor oggi la sicurezza e la stabilità dell’Iraq. Come si può facilmente immaginare, tale assetto geostrategico sta producendo effetti importanti sia sulla politica estera di Baghdad che sulla stessa società irachena.

Per quanto concerne in quadro interno, in occasione delle prime elezioni tenutesi dopo la sconfitta dell’ISIS, che hanno avuto luogo il 12 maggio 2018, nessun partito è riuscito ad ottenere da solo la maggioranza assoluta dei seggi ed è risultato particolarmente difficile procedere alla formazione di un nuovo governo, tanto che ancor oggi alcuni ministeri restano vacanti. Il principale blocco parlamentare emerso dal voto (54 seggi) è infatti espressione di una lista di stampo nazionalista, anti-settaria e populista, “Alleanza dei rivoluzionari per la riforma” (سائرون /Al-Sairoon/), guidata da Muqtada al-Sadr, esponente del clero religioso sciita molto abile nel cercare alleanze con forze politiche anche ideologicamente molto lontane dalle sue posizioni, come i comunisti o i partiti sunniti vicini all’Arabia Saudita. Al secondo posto troviamo, con 48 seggi, un’altra coalizione sciita, messa insieme da Hadi al-Ameri, leader militare delle PMU e politicamente molto vicino all’Iran, che è seguita a breve distanza dalla coalizione “Alleanza per la vittoria” (نصر /Nasr al-Iraq/) del premier uscente Haider al-Abadi, generalmente considerato più vicino alle posizioni di Washington.

In quest’ottica risulta fortemente ridimensionato il peso politico dei Kurdi e degli Arabi sunniti, che non sono riusciti ad esprimere grandi gruppi parlamentari, complici l’astensionismo e le rivalità interne a queste comunità. I frutti di questo complesso schema di rapporti di forza sono stati l’elezione del kurdo Barham Salih alla presidenza della repubblica (2 ottobre 2018) e la formazione dell’attuale governo guidato da Adel Abdul-Mahdi (25 ottobre 2018), un noto economista generalmente apprezzato per le sue posizioni moderate. Questi è attualmente alle prese con una serie di importanti sfide: il rilancio dell’economia nazionale, che implica anzitutto l’acquisizione dell’autosufficienza agricola ed energetica e in nome del quale decine di migliaia di giovani hanno manifestato per mesi nella città meridionale di Bassora; l’indispensabile stabilizzazione sotto il profilo securitario, presupposto necessario per poter attirare turisti ed investimenti dall’estero; e il delicato tema del disarmo delle numerose milizie nate per combattere l’ISIS, ancor oggi mobilitate.

Sul versante della politica estera il nuovo governo ha fin da subito mostrato un notevole attivismo, stringendo numerosi accordi commerciali e di cooperazione in materia di sicurezza con tutti gli Stati vicini, compresi la Siria e l’Iran, ma riuscendo allo stesso tempo a mantenere una relazione privilegiata con gli Stati Uniti e con le diverse monarchie del golfo persico, fondamentale per dare seguito a quanto detto in occasione di una grande conferenza internazionale tenutasi in Kuwait nel febbraio del 2018, volta a trovare i fondi necessari per la ricostruzione delle aree del Paese devastate dal passaggio dell’ISIS. Tuttavia, a fronte della richiesta di un budget complessivo di ben 88,2 miliardi di dollari americani, i vicini regionali si sono dimostrati molto cauti nell’avanzare offerte (sono stati impegnati 1,5 miliardi dall’Arabia Saudita, 2 dal Kuwait, 1 dal Qatar, 6 dagli EAU e 5 dalla Turchia), soprattutto a causa dei fondati timori per l’ancora forte instabilità interna del Paese e nel tentativo di spingere l’Iraq a ridimensionare la partnership con l’Iran, affatto gradita ai monarchi arabi.

Dobbiamo dunque concludere che l’Iraq, a più di un anno dalla sconfitta dell’ISIS, fatica ancora a trovare un equilibrio interno e ad orientarsi in ambiente regionale segnato da forti rivalità geopolitiche. La leadership di Baghdad è infatti costretta ad impegnarsi in un continuo esercizio di diplomazia, mediando tra forze in lotta fra loro, nel disperato tentativo di mantenere rapporti cordiali con tutti i gli Stati vicini e proseguire nel difficile percorso di ricostruzione sociale ed economica del Paese. La priorità principale del governo iracheno resta evitare ad ogni costo di farsi trascinare nuovamente in un conflitto militare aperto e impedire che il suo territorio torni ad essere un’arena di scontro per le diverse potenze regionali. In quest’ottica, il recente sviluppo di alcune importanti partnership strategiche con attori esterni al Medio Oriente, come quella con la Russia di Putin nel campo della sicurezza e quella con la Cina per quanto concerne le esportazioni di greggio e lo sviluppo dei giacimenti di gas, potrebbe dimostrarsi una soluzione efficacie per garantire maggiore stabilità al Paese.

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