Nella giornata di lunedì alcuni missili, il cui lancio è da attribuire molto probabilmente a milizie filo-iraniane, ha colpito e ucciso cinque civili iracheni, proprio nel giorno in cui si teneva un incontro tra funzionari iracheni e diplomatici occidentali. A seguito di questo episodio, l’ennesimo nell’area, e che mette in pericolo la sicurezza delle forze statunitensi presenti in Iraq, Washington sta valutando di chiudere la propria ambasciata a Baghdad se il governo iracheno non si adopererà per fare il necessario, cioè impedire che ulteriori attacchi possano colpire ancora una volta il personale militare nell’area. Il governo iracheno, già debole dal punto di vista economico, instabile a livello politico, vittima dell’operato dell’ISIS in questi anni e fortemente influenzata dalle mosse iraniane, si trova ancora una volta a dover scegliere da che parte stare: ascoltare le richieste statunitensi oppure legarsi ancora di più alla Repubblica islamica che in Iraq conta un gran numero di milizie.

Gli apparati statunitensi, qualora dovessero chiudere la propria ambasciata a Baghdad, ridurrebbero la loro influenza a vantaggio di Teheran che, a livello diplomatico, avrebbe così più spazio. D’altra parte, se questo accadesse, il governo iracheno rinuncerebbe a parte della cooperazione con gli Stati Uniti nell’ambito diplomatico. Ridurre la propria presenza diplomatica in un momento in cui la situazione nel Paese non può assolutamente definirsi stabile non è sicuramente la migliore soluzione a lungo termine per Washington che deve, al contrario, cercare di ostacolare a livello diplomatico e militare ogni tentativo della Repubblica islamica di allargare la propria sfera di influenza in Iraq.

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