Cosa ci raccontano le manifestazioni che stanno facendo tremare, nuovamente, il suolo iracheno.
Un incontenibile malcontento interno che punta il dito, però, fuori dai confini di Baghdad
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È un braccio di ferro estenuante quello in scena tra le piazze irachene ed i suoi palazzi del potere. Un’escalation di tensione e violenza senza precedenti nel passato recente del paese.
Dalla caduta di Saddam Hussein – leader assoluto che ha guidato la nazione con piglio dittatoriale per oltre vent’anni – lo Stato ha vissuto continue montagne russe che lo hanno spesso portato sull’orlo del tracollo, del fallimento.

Gli avvenimenti che hanno scandito le giornate di Baghdad e delle principali città del paese negli ultimi due mesi, però, segnano un nuovo picco di allarme.
Inizialmente le proteste che hanno convinto migliaia di persone a riempire strade e piazze erano espressione vigorosa ma controllata del malcontento della società civile.

Veniva lamentato in particolar modo l’inadeguatezza dei carenti servizi di base, la mancanza di lavoro e la dilagante corruzione che, a ragion dei manifestanti, attanaglia la sfera pubblica da troppo tempo. L’Iraq è, infatti, un paese diviso e affaticato, tenuto assieme con la colla da un apparato centrale incapace di amministrare estese parti del proprio territorio, regione autonoma del Kurdistan iracheno compreso. Una terra in cui, in particolare dall’intervento angloamericano del 2003 in ricerca delle presunte armi chimiche del regime di Saddam in poi, si sono annidate organizzazioni criminali e cellule terroristiche.

I continui blackout di una rete elettrica allo stremo e le criticità del sistema idrico nazionale che non riesce a garantire a tutti approvvigionamento sicuro e potabile, sono – inoltre – solo la punta dell’iceberg di problematiche che da fisiologiche, per assenza di un potere di coordinamento forte, sono diventate negli anni strutturali.
Le proteste hanno avuto nei primi giorni alcuni elementi che hanno fatto ben sperare per una risoluzione equilibrata delle controversie.
La grande partecipazione della fascia giovanile della popolazione – circa due iracheni su tre hanno meno di trent’anni – ha stimolato la creatività della piazza nel rivolgere le proprie istanze all’esecutivo.
I muri di diversi edifici di Tahrir square a Baghdad, ad esempio, sono stati completamente rivestiti di post-it colorati dove le persone hanno espresso le loro richieste.

Inoltre i manifestanti, presumibilmente anche per la giovane età che li riuniva, sono riusciti a scardinare l’ordine settario e confessionale che normalmente regola vita civile e politica del paese, riunendosi sotto un’unica bandiera, quella nazionale.
Una novità significativa, segnale che la comunità politica sia stata messa in primo piano rispetto alla comunità religiosa.


Indizio che all’interno della società irachena si stia creando una matrice identitaria innovativa, che supera lo schema del panarabismo, tanto caro al partito Baath dell’ex Presidente Hussein, e lo schema del panislamismo, sul quale impropriamente fondano la propria propaganda gli estremisti interni ai confini. Matrice fondata sull’inedito pilastro della cittadinanza.
Una rivoluzione che cerca di essere prima culturale che politica.


I post-it sui muri di Baghdad, capitale dell’Iraq

I propositi di inizio ottobre, però, hanno trovato la forte resistenza del governo che ha represso le manifestazioni nel sangue.
Se la piazza chiedeva a gran voce lo scalpo del Primo Ministro Abdul-Mahdi, ritenuto il principale colpevole delle loro sofferenze e primo rappresentante di un sistema di potere marcio, il palazzo ha risposto in modo cruento e muscolare.

Di giorno in giorno, quindi, l’Iraq è sprofondato nel caos.A poco sono servite le riforme proposte dal governo.Completamente inutili, invece, le contromisure per fermare il dissenso come l’imposizione del coprifuoco e le stringenti limitazioni alla rete internet. Le forze di sicurezza hanno cercato di disperdere le folle riunitesi dapprima con cannoni ad acqua, poi con proiettili di gomma, infine aprendo il fuoco sui manifestanti.

La città maggiormente colpita della repressione è stata Baghdad, numerosi gli scontri anche nelle città del sud di Nassiriya e Najaf.Più di 400 i morti stimati tra le file di chi protestava, circa quindicimila i feriti Le proteste hanno messo a nudo tutta la debolezza dell’amministrazione interna, delegittimando ampiamente il ruolo del Primo Ministro Mahdi, che è stato costretto alle dimissioni.
Chi nel prossimo futuro ricoprirà il suo incarico dovrà dimostrare di promuovere concreti sforzi per riformare un sistema marcio e corrotto, ed allo stesso tempo convincere l’élite politica che i cambiamenti non minacceranno i loro interessi.

Ma non solo.

I disordini che proseguono da più di due mesi hanno anche rivelato con più chiarezza la scomoda posizione internazionale della quale l’Iraq è allo stesso tempo complice e ostaggio.
Durante il perdurare delle proteste i manifestanti hanno orientato il loro astio dall’interno verso l’esterno, puntando il dito verso la teocrazia sciita dell’Iran colpevole, a loro modo di vedere, di considerare l’Iraq un proprio protettorato.



Il consolato iraniano di Najaf, messo a ferro e fuoco dai manifestanti


Una posizione subalterna alla quale la popolazione irachena – anche e soprattutto quella sciita – si è ribellata con foga.
Le repressioni dell’esercito nelle città del sud sono da leggere in particolar modo come conseguenza di questo sentimento.
Gli scontri a Najaf, città sacra per l’islam alide dove sono state bruciate immagini dello Ayatollah Ali Khamenei ed è stato attaccato il consolato dell’Iran, ne sono un fulgido esempio.La natura di rinnovo generazionale delle contestazioni lascia trasparire che il modello khomeinista che ha ispirato e poi sorretto la rivoluzione iraniana più di quarant’anni fa non sia più un punto di riferimento per i giovani iracheni.


Anzi, appare mal digerito e punta dell’iceberg di un sistema di potere che negli anni ha trasformato Baghdad in un burattino etero diretto. L’Iran è quindi allarmato, non può permettersi di perdere il controllo sul vicino di casa.
Troppi alti gli interessi in gioco, sia economici sia strategici, in particolar modo in chiave antiamericana, e soprattutto dopo le dimissioni del Premier Mahdi sul quale esercitava un’influenza rilevante.

La persona incaricata dai turbanti neri, il generale Qassem Suleimani numero uno del Pasdaran iraniani che operano oltre i confini della Repubblica Islamica, dovrà esser capace di orchestrare con maestria i fili che collegano non solo Tehran e Baghdad, ma anche Hezbollah e le proteste libanesi, i ribelli Houthi ed il pantano yemenita, la crisi siriana ed i sempre ribollenti spiriti di Hamas. Una cornice ampia che attrae a sé i problemi e le tensioni dell’intera regione.
Il caos in Iraq rischia di evolversi in fretta in una guerra civile, Lo scontro fra piazza e palazzo è molto più esteso di quello che sembra.

 

 

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